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Chi chiama le cosche

Pierpaolo Romani * il . Corruzione, Criminalità, Istituzioni, Mafie, Politica, SIcurezza, Veneto

La mafia è un fenomeno che nel corso di quasi due secoli di vita ha fatto della violenza, dell’intimidazione e dell’omertà la cifra del suo operare. Non solo nel Mezzogiorno, dove storicamente tutto è partito ma, dalla metà del ventesimo secolo, anche nel resto d’Italia.

Pure in Veneto, prima regione della nostra penisola ad aver generato una sua mafia autoctona: quella del Brenta. Già nel 1994, in una relazione dedicata al Nord Est, la Commissione parlamentare antimafia aveva sostenuto che non esistono “isole felici”, come per molto tempo si è pensato anche dentro alcuni apparati istituzionali, oltre che politici, imprenditoriali e associativi locali, fortemente orientati a negare e a sottovalutare la gravità di una situazione che già trent’anni fa manifestava le sue criticità.

Questo negazionismo e questa sottovalutazione hanno trovato alimento in una scarsa conoscenza della complessità del fenomeno mafioso, nel timore di sporcare l’immagine di un territorio, nel fasullo sentimento di diversità etnica rispetto ad altre popolazioni, nella ricerca spasmodica del profitto, parte del quale generato anche da quote significative di evasione fiscale.

La mafia in Veneto è stata scoperta per via repressiva piuttosto che preventiva. Si è scoperta, e si scopre tutt’oggi, non tanto perché qualcuno denuncia la presenza criminale rilevando delle anomalie nel contesto in cui opera – economico, amministrativo, politico – ma perché si usano le intercettazioni e i collaboratori di giustizia.

Ascoltando e verificando i contenuti forniti da questi due strumenti, il panorama che emerge dall’inchiesta della Direzione investigativa antimafia di Venezia, denominata “Isola scaligera bis”, che vede indagato anche un imprenditore ed ex parlamentare della Lega, non sono affatto rassicuranti. Si conferma, infatti, come anche in Veneto ci si rivolga alle cosche per richiedere dei servizi ben sapendo chi sono coloro i quali li offrono e pur disponendo di tutte le risorse intellettuali ed economiche per far valere i propri diritti in modo lecito.

In particolare, ai mafiosi si chiede il loro servizio per eccellenza: l’uso della violenza e dell’intimidazione. Nel caso specifico, secondo gli inquirenti veneziani, per minacciare un direttore di un giornale e un concorrente in ambito economico. E di farlo in modo plateale, evidente.

A testimonianza di come la mafia non si possa considerare solo una questione di sicurezza, ma vada considerata anche come una cultura e un metodo, che disprezza le leggi dello Stato di diritto, che mira a impaurire per far tacere e condizionare delle scelte che impattano negativamente sull’interesse pubblico (ad esempio, la destinazione d’uso di un terreno), che nega il bene più importante per un cittadino che vive in una democrazia: la sua libertà. In questo caso, quella di informare e di essere informati da una parte e, dall’altra, di operare secondo il principio della libera concorrenza.

L’inchiesta “Isola scaligera bis”, parte ancora da Verona, la cui provincia può considerarsi quella che presenta le maggiori criticità in Veneto. Qui esiste una “locale” di ‘ndrangheta, un gruppo di mafiosi calabresi che si sono radicati da almeno trent’anni e si sono inseriti nel sistema economico cercando, com’è emerso nelle inchieste “Isola Scaligera” e “Taurus” del 2020, di condizionare anche la vita politico-amministrativa.

Verona, anche per il 2022, secondo i dati di Bankitalia, si conferma la prima provincia del Veneto per numero di operazioni finanziarie sospette, indicatori di riciclaggio di denaro illecito: 2.247 (+ 13%). Venti sono state le interdittive antimafia emanate dalla prefettura scaligera negli ultimi tre anni verso imprese che operano in diversi comparti economici, tra cui quello dell’edilizia, dei trasporti, del turismo.

Sono tutti indicatori, emersi anche in altri contesti del Veneto e del Nord Est, che denotano la presenza di una “mafia imprenditrice” che mira a fare affari, inserendosi sempre di più nei mercati e sui territori.

Senza destare allarme sociale, allacciando relazioni, approfittando della complicità di persone all’apparenza insospettabili. Corrompendo e, se serve, agendo in modo violento.

* Coordinatore nazionale di “Avviso Pubblico. Enti locali e Regioni contro mafie e corruzione”

Fonte: Corriere del Veneto

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