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Dalla Chiesa nelle sue parole. L’anniversario della strage, i suoi cento giorni a Palermo

Gian Carlo Caselli il . Corruzione, Giovani, Istituzioni, Mafie, Memoria, Politica, Sicilia

La strage di via Carini del 3 settembre 1982, nella quale Cosa nostra uccise il generale-prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’autista Domenico Russo, si può ricordare in vari modi.

Qui si utilizzano frasi  e pensieri dello stesso dalla Chiesa, in prevalenza tratti dai suoi Diari e da una celebre intervista di Giorgio Bocca su “la Repubblica” del 10 agosto, qualche giorno prima della strage.

Ecco dunque le parole di dalla Chiesa, che scolpiscono una figura di straordinaria levatura umana e professionale. E sono parole – in gran parte – ancora attuali.

***

Sono arrivato a Palermo subito dopo l’omicidio del mio amico Pio La Torre. Mi trovai al centro di un’opinione pubblica che ad ampio raggio mi dava l’ossigeno della sua stima e nello stesso tempo di uno Stato che affidava la tranquillità della sua esistenza, non già alla volontà di combattere e debellare la mafia e una politica mafiosa, ma allo sfruttamento del mio nome. Che poi la mia opera potesse divenire utile, era tutto lasciato al mio entusiasmo di sempre, pronti a buttami al vento non appena determinati interessi fossero toccati o compressi.

Occorrevano mezzi e poteri adeguati per vincerla, la mafia, occorreva che gli impegni presi dal Governo nel Consiglio dei Ministri del 2.4.82 fossero codificati. Ero venuto a Palermo per dirigere la lotta alla mafia, non per discutere di competenze e precedenze. Invece fui tradito. Vi fu come un ritiro delle mie credenziali e mi trovai isolato.

In quei cento giorni a Palermo, sono andato nelle scuole e nei cantieri navali a parlare con i ragazzi, con i loro insegnanti e con gli operai, ricevendo molto da quegli incontri. In quei cento giorni rifiutai invece, sistematicamente, tutti gli inviti (a cene e galà in mio onore) di ambienti altolocati, intuendo che proprio in quei salotti, ci potessero essere anche contiguità e collusioni.

In quei cento giorni ho capito molte cose, alcune molto semplici ma decisive. Si poteva, e si può ancora, sottrarre alla mafia il suo potere. Gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi caramente pagati dai cittadini, non sono altro che i loro elementari diritti: come ad esempio il lavoro e l’assistenza economica. Occorreva e occorre, oggi più che mai, assicuraglieli questi diritti. Così si toglierà potere alla mafia, e i cittadini invece che suoi dipendenti (sudditi), potranno diventare nostri alleati.

Attenti, perché la mafia non è un «fatto siciliano»: da decenni la mafia sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e industriali. A me interessa conoscere questa “accumulazione primitiva” del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte, che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato, e trasformano, in case moderne o alberghi e ristoranti a la page. Ma deve interessare soprattutto la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci, magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere.

È quello che io chiamo il “polipartito” della mafia, per indicarne la profonda compenetrazione con pezzi della politica e dell’economia, una compenetrazione utile e proficua alla mafia non meno che ai i suoi complici occulti. Un mafia che mostra – come sempre – due volti: quello militare e quello della mafia degli affari; che si inabissa per poter meglio consolidare una rete  di relazioni al servizio di un business mafioso che avvelena (senza clamore, ma in modo profondo) l’economia e la qualità della  nostra vita.

La mafia militare – anche quando sembra  assopita – rimane  pronta ad agire. La regola del gioco è sempre la stessa; si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale: è diventato troppo pericoloso ma è isolato.

Una regola applicata anche per me il 3 settembre 1982 in via Carini.

Corriere della Sera, 02/09/2022

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