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L’autorevolezza dei senatori a vita

Rocco Artifoni il . Costituzione, Diritti, Istituzioni, Politica, Società

Luigi Sturzo, Ferruccio Parri, Meuccio Ruini, Eugenio Montale, Eduardo De Filippo, Camilla Ravera, Norberto Bobbio, Emilio Paolo Taviani, Rita Levi Montalcini, Claudio Abbado, Elena Cattaneo, Renzo Piano, Carlo Rubbia, Liliana Segre.

Sono alcuni dei 38 senatori a vita nominati dai Presidenti della Repubblica dal 1948 ad oggi.

Molto probabilmente i Ministri dell’attuale Governo, approvando il progetto di legge di riforma costituzionale per abrogare la facoltà del Presidente della Repubblica di nominare alcuni senatori a vita, non hanno considerato l’elenco storico dei “cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario” (art. 59 Costituzione).

Se fossero stati letti quei nomi, forse qualche esponente governativo si sarebbe vergognato e avrebbe compreso l’enormità della proposta. Come è possibile che Meloni, Salvini, Tajani, ecc. si sentano così importanti da voler fare a meno – per il futuro – nella compagine del Senato di personalità così autorevoli e significative per la storia d’Italia?

Anzitutto è un’anomalia che il Governo si preoccupi della composizione di un altro organismo della Repubblica come il Senato.

Il Consiglio dei Ministri dovrebbe occuparsi dell’applicazione e dell’attuazione delle leggi, come prevede la divisione dei poteri, nel rispetto della Costituzione. Inoltre, è del tutto evidente che l’attuale Governo stia adottando una strategia complessiva per ridurre i poteri del Presidente della Repubblica, sottraendogli la nomina del Consiglio dei Ministri, la facoltà di scioglimento del Parlamento e di nominare i senatori a vita.

In Assemblea Costituente ci fu un’ampia discussione sull’ipotesi che tutti i senatori dovessero essere soltanto eletti e non nominati. Ma alla fine prevalse l’idea che la Repubblica non potesse privarsi del contributo dell’esperienza e della cultura di alcune personalità, che sarebbe inopportuno partecipassero alle competizioni elettorali.

Proviamo a considerare – tanto per fare un esempio concreto – il rischio di una minor autorevolezza di Liliana Segre, se fosse stata eletta in una lista di partito, anziché nominata dal Presidente della Repubblica.

In realtà, da nessuna parte sta scritto che la democrazia debba essere rappresentata esclusivamente attraverso le elezioni. Infatti, “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1 Costituzione).

Tra l’altro, chi oggi ripropone la teoria che tutti i parlamentari debbano essere eletti (e non nominati) rischia di coprirsi di ridicolo, poiché da tre decenni la maggior parte dei cosiddetti eletti sono in realtà nominati. E non dal Presidente della Repubblica ma dalle segreterie dei partiti.

La differenza è che i senatori a vita sono indipendenti, perché non devono rendere conto a nessuno delle opinioni e dei voti espressi secondo coscienza. Gli altri senatori di fatto sono meno liberi, poiché hanno il problema di essere ricandidati dai vertici del proprio partito alle prossime elezioni…

Non va dimenticato che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione” (art. 67 Costituzione). E chi può rappresentarla meglio di un senatore a vita scelto per aver reso illustre l’Italia nel corso della propria esperienza sociale o professionale? Spesso sentiamo esponenti dell’attuale Governo tessere le lodi del “merito”, salvo poi proporre che chi ha “altissimi meriti” – come i senatori a vita – non debba più trovare posto nel Parlamento italiano.

Pertanto, sarebbe da considerare seriamente l’ipotesi opposta. Vista la grave perdita di autorevolezza degli attuali partiti e politici, forse l’aumento della compagine dei senatori (e delle senatrici) a vita potrebbe costituire un antidoto all’antipolitica. Di certo il Senato non ci perderebbe in qualità e competenza.

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