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Echidna come Minotauro, le due inchieste sulla ‘ndrangheta in Piemonte si assomigliano

Davide Mattiello il . Corruzione, Giustizia, Istituzioni, Mafie, Piemonte, Politica

Chi se lo ricorda Rocco Varacalli? Nato a Natile di Careri (Reggio Calabria) nel 1970, narcotrafficante, affiliato alla ‘ndrangheta nel 1994, arrestato a Torino nel 2006, decise di saltare il fosso e mettersi a collaborare con lo Stato (ma questo lo avremmo saputo anni dopo).

Nel febbraio del 2008 la Commissione parlamentare antimafia guidata dall’on. Francesco Forgione, in quella che fu la seconda, fugace, ultima esperienza di Romano Prodi e del centro sinistra al governo, pubblicò la relazione finale che riservava una attenzione particolare alla ‘ndrangheta ed alla sua capacità di colonizzare il Nord Italia (a proposito della quale va ricordata una delle frasi più iconiche della storia delle intercettazioni tra affiliati: “Vedi, il Mondo si divide in due, quello che è Calabria e quello che lo diventerà”).

Nella relazione un capitolo ricco di dati riguardava il Piemonte e nello specifico il rischio di infiltrazione nei cantieri del Tav: apriti cielo! L’allora presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, eccellente amministratore che non può certo essere sospettato di intelligenza col nemico, disse che si sentiva diffamato come pubblico amministratore e come cittadino.

Nel 2011 le rivelazioni di quel Rocco Varacalli, unitamente al grande lavoro coordinato dalla Procura di Torino allora guidata da Gian Carlo Caselli, fecero scattare l’operazione Minotauro che scoperchiò la pentola degli affari criminali di ‘ndranghetisti e sodali variamente assortiti. Da allora in Piemonte sono state condotte altre decine di operazioni, sono stati aperti una ventina di processi e sono stati condannati in via definitiva centinaia di mafiosi.

Il Procuratore allora, e da allora più volte (ne ho trovato un richiamo anche nell’ultimo libro firmato insieme da Gian Carlo Caselli e dal figlio Stefano: Giorni Memorabili che hanno cambiato l’Italia e la mia vita. Ed.: Laterza), invitò soprattutto la politica ad aprire gli occhi onde prevenire e contrastare non soltanto le condotte penalmente rilevanti ma anche quelle moralmente ripugnanti che delle prime rischiano di essere premessa o brodo culturale.

La discussione nei partiti in Piemonte si è riaccesa da qualche settimana con l’irruzione sulla scena della operazione Echidna. Tra le due operazioni, quella del 2011 e questa, c’è più di una assonanza e chissà che investigatori e magistrati non abbiano voluto sottolinearlo proprio dando a quest’ultima il nome di un’altra mostruosità mitologica, metà donna e metà serpente, Echidna appunto (tra l’altro viene ri-considerata proprio la solida e riscontrata collaborazione del Varacalli).

E allora che fare? Alcune brevi riflessioni che non hanno la pretesa di esaurire la questione.

Prima di tutto: evitare il ciclo “afasia-bulimia” ovvero parlarne con toni accesi, scandalizzati, addirittura sorpresi (vergognosi in una Città come Torino nella quale la ‘ndrangheta uccideva il procuratore della Repubblica Bruno Caccia, già nel 1983), con venature strumentalmente polemiche quando le notizie ingombrano i media, per poi smettere come per incanto senza aver assunto decisioni che impegnino per il futuro. Questo ciclo “afasia-bulimia” oltre che inutile è controproducente perché alimenta il pregiudizio che se ne parli per necessità e non per convinzione.

Secondo: fare formazione. La capacità di evitare o denunciare certi comportamenti dipende soprattutto dalla cultura della quale si è portatori, sapere come stanno le cose, avere la possibilità di comprendere quanto facciano letteralmente schifo le mafie con la loro brutale forza di intimidazione e quanto lo facciano altrettanto coloro che approfittandone tessono reti sociali e consolidino posizioni di potere, è fondamentale. Senza cultura il “puzzo del compromesso morale” rischia di sembrare essenza di mughetto. I Codici etici da questo punto di vista sono strumenti utilissimi perché impongono all’attenzione di chi li firma la ineludibilità della questione.

Terzo: fare formazione. Vedi sopra.

Quarto: dotarsi di un osservatorio autorevole che da un lato studi costantemente le evoluzioni del fenomeno e dall’altro monitori la geografia sociale interna al partito e che dal partito si irraggia, soprattutto nelle sue dinamiche decisive ovvero tesseramento, organizzazione del consenso, raccolta di donazioni, potendo con ciò anche stimolare quello che definirei “potere interdittivo” di una consapevole dirigenza politica.

Quinto: costituirsi parte civile nei processi che riguardano la mafia, cosa infatti danneggia maggiormente il progetto di emancipazione sociale di un partito “costituzionalmente orientato” del potenziale eversivo incorporato nel crimine mafioso, capace di mescolare favori e paura per condizionare il processo democratico?

Certo che tutte queste cose ed altre ancora, presuppongono un partito che possa impiegare risorse adeguate in questa direzione, proprio per evitare velleitarismi imbecilli e questo ha qualcosa a che fare col ripensamento del finanziamento pubblico dei partiti.

A meno di ritenere che soltanto i ricchi possano fare i paladini della legalità, modello Batman.

Il Fatto Quotidiano, il blog di Davide Mattiello

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