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Su due piedi. Non possiamo non dirci tutti pedoni: urge una carta per la nostra tutela

Nando dalla Chiesa il . Cultura, Diritti, Istituzioni, Società

In un mondo che esplode di sangue molti problemi si rimpiccioliscono fino a dissolversi. Sicché a scriverne si potrebbe essere tacciati di seminare ansie “per futili motivi”.

E tuttavia osservando le città italiane mi sono convinto che ci sia un problema (grande, in termini di civiltà) che non si può più ignorare: l’inesistenza di una carta del pedone. Certo, perché di carte dei diritti e di carte etiche abbondiamo, specie se in favore di televisione.

Ogni categoria ci tiene molto ad averne una tutta sua. Molto ad esempio è stato fatto (e dovrà ancora essere fatto) per i ciclisti, vittime in poco tempo a Milano di una fila impressionante di incidenti mortali. Ma moltissimo deve essere fatto, e in assoluta urgenza, per quella categoria non protetta da alcuno che è la specie dei pedoni.

Rappresentante per diritto ontologico dell’uomo “secondo natura”, e anche per questo la più diffusa. Perché puoi essere automobilista, motociclista o ciclista, ma non puoi non essere anche e ancora prima un pedone. Se non altro perché senti il bisogno innato del cammino, perché vai a comprare il pane, o perché la latitanza dei parcheggi ti costringe anche controvoglia a essere un po’ pedone anche tu.

Ecco, per capire che cosa sia il diritto di camminare, provate a studiare con lo scrupolo di un entomologo che cosa succede ogni giorno sul marciapiede (la famosa vita da marciapiede). A volte l’oggetto in questione non esiste nemmeno, come a Roma. O come a Napoli. Altre volte è una striscia sottile, talora un metro, su cui è difficile coabitare con chi arrivi dalla direzione opposta. Come se ognuno dovesse essere per forza un acrobata, un campione di riflessi, e non una persona normale, con i suoi acciacchi, le sue dimensioni, la sua necessità di “prendere la mira”.

Non parliamo poi di quando piove e si ha collettivamente la balzana idea di uscire con l’ombrello. Allora chi avanza verso di noi prende sembianze maledette, reo di costringerti a scendere dal marciapiede, magari dentro una bella pozzanghera, se non vuoi farti infilzare l’occhio. E poi gli intralci logistici: la signora che incede davanti a te lemme lemme con una mastodontica valigia travestita da trolley, e tu che non puoi passare, che importerà mai l’urgenza altrui? O quei meravigliosi esemplari che mandano messaggi sul telefonino mentre si trascinano per strada.

Ogni tanto succede però pure – ammettiamolo – che vi sia un’amministrazione illuminata. Di quelle in cui qualcuno capisce che i cittadini (ma diciamo gli esseri umani) hanno il diritto di camminare e si realizza dunque qualche provvidenziale allargamento degli spazi pedonali. Bellissimo. Il guaio è che hai appena il tempo di apprezzare che nel giro di qualche mese quello stesso spazio diventa un ottimo posteggio per le moto, uno snodo prezioso per monopattini arrembanti, oppure la premessa di un dehor che arriva fino all’orlo del marciapiedi, per la goduria del popolo degli aperitivi. Tutto qui? Ma che entomologi siete…

Perché se, ipotesi non peregrina, sulle strisce esigue si materializza un tipo con cane? E magari un altro tipo (o tipa) con cane che arriva dalla direzione opposta? Sapete che cosa scatenano due cani che si incontrano? E sapete anche che da un po’ di tempo i cani portati a passeggio sono non uno ma due? Due perché fanno (e si fanno) più compagnia. Due con relativi guinzagli che scaturendo dalla stessa mano si intrecciano tra le gambe del malcapitato passante non-acrobata. L’entomologo ne ha millanta di cose da censire.

Ad esempio le moltitudini di sognatori o di arrabbiati che escono di improvviso da un negozio e ti finiscono addosso senza guardare, ingiungendoti di stare attento. Insomma: ma perché camminare senza chiedere corsie, senza inquinare, senza stendere in velocità il prossimo, “fare gli esseri umani”, deve essere così stressante?

Signori e amici sindaci, chi ci darà una “carta”, finalmente?

Storie Italiane, Il Fatto Quotidiano, 15/04/2024

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Giornali e parole. L’“onniscente” senza “i” avrebbe fatto svenire il mio maestro Botto

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