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Trieste, dove termina la rotta balcanica continua la solidarietà

Chiara Milan * il . Diritti, Friuli Venezia Giulia, Istituzioni, Migranti, Politica

Nell’area del ‘Silos’ a Trieste la storia si ripete: nei luoghi che un tempo ospitarono i profughi istriani, vivono oggi in condizioni degradanti le persone arrivate dalla Rotta balcanica. Nell’attesa di una soluzione più dignitosa, la rete solidale transnazionale cerca di tamponare le falle prodotte da una visione politica miope delle politiche migratorie.

“Non si tratta di fare un lavoro di tipo umanitario, ma di agire come degli esseri umani. Non è un lavoro né tanto meno dovrebbe essere un’attività”, spiega Stakoza, attivista di lungo periodo di No Name Kitchen, quando gli viene chiesto che tipo di attività No Name Kitchen porta avanti a Trieste. Il collettivo è formato da solidali provenienti da diverse parti d’Europa, ed è presente nei principali snodi delle rotte migratorie, a Trieste da fine 2023. Come indica il nome, “Cucina senza nome”, No Name Kitchen è nata con l’intento di fornire pasti caldi alle persone in transito lungo la rotta balcanica e che si trovano escluse dal sistema di accoglienza. A Trieste NNK si occupa della cura delle persone in movimento che trovano riparo all’interno del Silos, un edificio diroccato adiacente alla stazione ferroviaria, costruito tra il 1860 e il 1865 per fungere da granaio durante l’impero austro-ungarico. Al suo interno trovano riparo centinaia di persone in attesa di accoglienza, di cui hanno diritto per legge, costrette a dormire in tende al gelo, esposte alle intemperie e tormentate da scabbia e dai topi.

Dove termina la rotta e continua la cura

Una fitta rete di associazioni si adopera per far fronte quotidianamente ai bisogni primari dei transitanti, offrendo pasti caldi, vestiti, cure mediche e supporto legale, contando solamente sulle proprie risorse e su donazioni private. Assieme a loro, No Name Kitchen si dedica al progetto “Cura in movimento” (Care on the move), parte del più ampio “Health on the move”, che consiste nell’organizzare momenti di socialità e condivisione con le persone in transito all’interno del Silos, condividendo le loro storie ed esperienze, ma anche momenti di svago e socializzazione. Restituiscono dignità, riconoscono l’umanità delle persone in movimento creando assieme a loro momenti di socialità che cercano di organizzare nell’area del Silos con cadenza settimanale.

“Quando arrivano a Trieste, i migranti si sentono finalmente giunti in Europa, dopo mesi e spesso anni in cammino, tra violenze e torture”, ci racconta un operatore di DONK, organizzazione formata da personale sanitario che, a titolo volontario, gestisce l’ambulatorio medico presso il Centro Diurno della Comunità di San Martino al Campo, nelle vicinanze della stazione ferroviaria e del Silos. Dopo anni di chiusura dovuti alla situazione pandemica, da agosto 2022 nel Centro Diurno trovano ospitalità durante il giorno le persone provenienti dalla rotta balcanica, assieme a quelle senza fissa dimora. Qui possono fare una doccia e ricaricare il cellulare, bere un the caldo e ricevere supporto legale. “Ma la sera tornano a dormire tra le rovine del Silos, dove vengono morsi dai topi, contraggono scabbia e polmoniti. Quando vengono ricoverati e poi dimessi, viene consigliato loro di stare in un luogo caldo e riparato. Ma le condizioni del Silos non permettono loro di guarire, anzi, peggiorano la loro situazione. Possibile che non si trovi un posto salubre dove possano riprendersi?”, continua Francesco di DONK.

La responsabilità è politica

Come sottolinea Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS), che da anni si occupa della questione, la maggior parte delle persone che si trovano all’interno del Silos hanno presentato richiesta di protezione internazionale e, pertanto, spetta allo stato doversene occupare. Uno stato che, però, li lascia senza assistenza alcuna – se non quella autogestita dei solidali – per periodi che spesso vanno oltre i due mesi, prima di assegnare loro un posto presso le strutture di accoglienza o essere ricollocati altrove. Continua Schiavone: “il Silos è un imbuto dovuto al fatto che per i richiedenti asilo, tolta la quota che riusciamo ad assorbire in accoglienza, non avviene il ricollocamento con adeguata tempestività. Quindi tutte le persone che hanno presentato domanda di protezione internazionale finiscono per accumularsi per settimane o anche mesi prima di essere trasferiti altrove per essere inseriti nel sistema di accoglienza. Trovandosi a dormire in strada, hanno come unico riparo il Silos, dove vivono in condizioni inumane e degradanti”.

Il rallentamento dei ricollocamenti ha una matrice politica e ideologica, secondo Schiavone ed altri operatori dell’accoglienza, che spiegano come i tempi di attesa per il ricollocamento siano stati artificialmente allungati – a volte arrivando anche fino a tre mesi – per creare un’emergenza che, di fatto, non c’è. Perché se è vero che è aumentato il numero di arrivi, e sono diminuiti i posti disponibili per la prima accoglienza, è altrettanto vero che l’efficacia del sistema triestino ha subito un rallentamento per quanto riguarda i trasferimenti, frutto di una chiara volontà politica. Le persone vengono lasciate in strada per indurle ad andarsene e allo stesso tempo per mantenere sempre alta l’attenzione su questi temi, particolarmente spendibili a livello elettorale. Pertanto, il numero di persone al Silos e nell’area adiacente alla stazione ferroviaria aumenta non tanto per numero di arrivi, ma per accumulo.

L’azione “Solidarity not charity”

Ed è proprio questa mancanza di volontà politica nell’accelerare i trasferimenti, e nel fornire una sistemazione adeguata e dignitosa a chi è in attesa che venga esaminata la propria richiesta di protezione internazionale, che è stata denunciata il 2 marzo con l’azione solidale “Solidarity not charity” (Solidarietà, non carità). Quel giorno, la rete solidale ha organizzato momenti di socialità all’interno del Silos, mostrando alla stampa convocata un video che riprende l’interno dello spazio di via Gioia, un edificio contiguo al Silos, dotato di bagni, docce, letti ed elettricità, dove potrebbero trovare un riparo dignitoso le centinaia di persone che si trovano a dormire in tende e al gelo all’interno del Silos. Un ricovero caldo e asciutto, chiuso da 15 anni. Nel 2022 sembrava che quell’edificio, con un dormitorio da 100 posti, sarebbe stato aperto nella parte rinnovata. Ma l’ostilità delle istituzioni locali e nazionali si è opposta al suo utilizzo per accogliere le persone in transito. Un paradosso in una città in cui si trovano centinaia di spazi abbandonati e inutilizzati che, per volontà dell’estrema destra che governa la città, rimangono chiusi per chi arriva dalla rotta balcanica.

Il Silos, dai profughi istriani alla rotta balcanica: una storia che si ripete

E mentre i solidali si impegnano quotidianamente per fornire assistenza ai transitanti in arrivo, supportati anche dal Vescovo Trevisi che nel Silos è entrato e più volte ha richiamato cittadini ed istituzioni ad avere un “sussulto di dignità”, la storia sembra ripetersi con feroce ironia. Una targa posta dal Comune di Trieste nel giorno del ricordo del 2004, semi-nascosta nella parete frontale di quella che è la stazione dei bus cittadina, ricorda che “In questo Silos passarono migliaia di fratelli italiani esuli da Istria, Fiume e Dalmazia accolti a Trieste dal 1947 dopo il drammatico abbandono delle loro amate terre natie”. Un’altra targa ricorda che il 7 dicembre del 1943 dalla contigua stazione di Trieste partirono i convogli di ebrei destinati ad Auschwitz.

Nel 2024, la storia si ripete: lo stesso edificio offre riparo – se così si può dire, visto che pioggia, umidità e topi entrano da tutte le parti, il tetto in legno è pericolante e l’intero edificio è a rischio di crolli – all’umanità in cammino, costretta a vivere in un luogo ancora più inospitale di quello che a fine anni ’40 offriva riparo alle famiglie delle comunità italiane sfollate dall’Istria e dalla Dalmazia, assieme ad ex detenuti sopravvissuti ai campi di concentramento tedeschi. Lo racconta Annamaria Zennaro Marsi nel suo libro di memorie “Vita a Palazzo Silos”. Il cui primo capitolo si intitola “Silos – contenitore di anime disperate”: un titolo che sembra valido ancora oggi.

Le testimonianze del tempo ricalcano le parole dei migranti di oggi. Marisa Madieri, esule fiumana che visse con la famiglia in un box all’interno del Silos dal 1947 e il 1955, nel suo libro “Verde acqua” ne descrive il sovraffollamento, la condizione di precarietà, la mancanza di igiene e soprattutto la vergogna della propria condizione abitativa, con le seguenti parole: “Provavo vergogna della mia condizione. Del Silos non parlavo mai con nessuno e speravo ardentemente di riuscire a mantenere il segreto della mia abitazione il più a lungo possibile.”

Settant’anni dopo, lo stesso senso di vergogna viene espresso da chi nel Silos si trova costretto a vivere, in attesa della notifica di trasferimento da parte della Prefettura, che procede a rilento. Persone bengalesi, pakistane, afghane che, rispondendo alle domande del conduttore Pif, che alla situazione di Trieste ha dedicato tre puntate del suo “Caro Marziano”, affermano di tenere le loro famiglie all’oscuro delle condizioni in cui vivono, troppa sarebbe la vergogna nel mostrare il tipo di accoglienza che offre la civile Europa.

Nell’attesa di una soluzione più dignitosa, la rete solidale transnazionale cerca di tamponare le falle prodotte da una visione politica della gestione di un fenomeno migratorio che, come dimostra la storia del Silos, non può e non deve essere trattato sempre come un’emergenza.

Il supporto della Commissione europea per la produzione di questa pubblicazione non costituisce un endorsement dei contenuti che riflettono solo le opinioni degli autori. La Commissione non può essere ritenuta responsabile per qualsiasi uso che possa essere fatto delle informazioni in essa contenute. Vai alla pagina del progetto Trapoco

Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, 02/03/2024

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