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Bruno Caccia, ucciso dalla ‘ndrangheta per uno sgarbo. Alla verità giudiziaria mancano tasselli

Davide Mattiello il . Criminalità, Giustizia, Istituzioni, Mafie, Memoria, Piemonte

C’era una unica smagliatura nella sicurezza del magistrato Bruno Caccia: la passeggiata con il cane a tarda sera, sotto casa, in Via Sommacampagna a Torino, per il resto scorta e naturale riservatezza lo stavano a proteggere. Ma il commando di ‘ndranghetisti riuscì ad infilarsi in quell’unica smagliatura e ad assassinare il giudice il 26 giugno del 1983: una pioggia di proiettili pose fine alla sua vita ed al lavoro prezioso che il Procuratore stava portando avanti.

È Cassazione che a volere la sua morte sia stato Mimmo Belfiore, dagli inquirenti ritenuto elemento di spicco della ‘ndrangheta a Torino. È Cassazione che nel commando omicida ci fosse Rocco Schirripa, anche lui ritenuto legato al medesimo sodalizio criminale.

In questi ultimi anni un collaboratore di giustizia di rito ‘ndranghetista, Domenico Agresta, ha messo a verbale di aver saputo in carcere che il motivo dell’attacco fu proprio quello consegnato all’opinione pubblica dai processi che si sono conclusi: il giudice Bruno Caccia era intransigente ed inavvicinabile, aveva respinto con determinazione ogni abbozzo di “trattativa”.

Nessun ammorbidimento, nessuna miopia, nessuna paura: Caccia da Capo della Procura di Torino, faceva quello che andava fatto senza guardare in faccia a nessuno. Contribuendo così anche al crescente imbarazzo di certi suoi colleghi magistrati che invece avevano costruito una carriera molto più “dialogante” e comprensiva.

Insomma: colpirne uno per educarne 100. Fine della storia.

Eppure i conti non tornano e questo NON significa voler mettere in dubbio la Cassazione: quelle verità giudiziarie sono senz’altro tasselli della verità. Ma non la esauriscono. Insomma: vendicarsi di uno “sgarbo” subito da un magistrato del genere e incutere terrore negli altri, di certo spiega, ma non spiega tutto.

Le mafie al Nord, incistate ormai da decenni, allora facevano affari, riciclavano denaro sporco, tenevano al sicuro i latitanti, trafficavano droga e armi, si interessavano di appalti, gioco d’azzardo e prostituzione, organizzavano sequestri di persona, regolavano con ferocia i conti interni, cercando il più possibile di passare inosservate e per questo mai e poi mai, fino al 26 giugno del 1983, avevano colpito un rappresentante delle Istituzioni. Mai!

Invece gli ‘ndranghetisti guidati da Belfiore decidono di farlo, assassinando un magistrato che di lì a poco sarebbe andato in pensione, decidono di farlo la Domenica delle elezioni politiche dell’83, lo fanno attuando immediatamente una sofisticata operazione di depistaggio (il delitto sarà in prima battuta attribuito alle B.R. Soltanto dal 1990 a qualcuno verrà in mente di usare un’altra oscura sigla per rivendicare gli omicidi mafiosi: Falange Armata), e riescono persino a far sparire tempestivamente materiale delicatissimo dall’ufficio del magistrato medesimo.

Basterebbero questi elementi per convincersi che quella verità giudiziaria sia soltanto un tassello di una verità più ampia.

Sono elementi che fanno pensare alle stragi di Capaci e via D’Amelio. Tanto più se si facesse lo sforzo di contestualizzare l’omicidio Caccia dentro quel periodo tragico segnato da omicidi eccellenti, nei quali la mano mafiosa sembrava sempre agire in armonia con mani molto meno callose: il 1983 è l’anno che inizia con l’omicidio del giudice Ciaccio Montalto e che dopo Caccia, continua con la strage che spazza via Rocco Chinnici.

Il 1983 è l’anno nel quale affondano le indagini portate avanti a Trento da un coraggioso giudice istruttore: Carlo Palermo. Indagini, quelle di Carlo Palermo, con impressionanti punti di contatto con quelle coordinate da Caccia in materia di riciclaggio e Casinò. Nel dicembre del 1982 il solito diligente commando ‘ndranghetista, adopera per la prima volta l’esplosivo contro un magistrato: proprio ad Aosta (dove Caccia aveva lavorato), per uccidere il pretore Selis, che miracolosamente scampa all’attentato.

Cosa resta a quasi quarant’anni? La determinazione della famiglia Caccia, del loro legale Fabio Repici, del loro super consulente Mauro Vaudano, che non hanno mai smesso in questi anni di lavorare perché si trovino nuovi spunti, elementi di prova apprezzabili, per allargare le indagini.

Il nome di Bruno Caccia sul Palazzo di Giustizia di Torino. La villa confiscata ai Belfiore a San Sebastiano da Po, gestita da Libera che l’ha dedicata oltre che a Bruno a sua moglie Carla. L’attesa per una conclusione più soddisfacente di questa storia e chissà che a questo non pensi lo stesso Schirripa, che ormai si ritrova ad essere l’unico in carcere a pagare per tutti.

Il Fatto Quotidiano, il blog di Davide Mattiello

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