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Milano non vuole Assange e diviene periferia degli Stati Uniti

Vincenzo Vita il . Diritti, Giustizia, Informazione, Internazionale, Lombardia, Politica, Società

Milàn l’è un gran Milàn, dice un antico motto: a significare la natura di (presunta) capitale morale dell’Italia.

E il sindaco Sala è tra i più blasonati primi cittadini del Paese. Al punto che si vocifera da tempo di un suo futuro ruolo politico sulla scena nazionale.

Tuttavia, quello che è successo nel consiglio comunale meneghino dove la maggioranza ha respinto una ragionevolissima mozione del gruppo di Europa verde in cui si proponeva di conferire la cittadinanza onoraria a Julian Assange è abnorme.

Del resto, Milano ha fortissime tradizioni democratiche e la sede del comune è sempre stata un riferimento per le lotte di libertà. Dalla resistenza in poi. E ora? Invece no. La proposta è stata stravolta dalla maggioranza, attraverso due emendamenti del Partito Democratico. Un paio di ritocchi d’autore, volti ad annullare il senso del testo. Da una parte si cancellava il punto simbolicamente importante della cittadinanza onoraria; dall’altra, si toglieva l’accenno qualificante alla necessità di contrastare l’estradizione del giornalista fondatore di WikiLeaks negli Stati Uniti. E là lo attende, com’è noto, una condanna a 175 anni di carcere in base ad una legge del 1917 sullo spionaggio.

Ma tutto questo non ha toccato, verosimilmente, alcuna corda degli esponenti del Pd, nato con tutt’altro spirito e adesso in aperta concorrenza con la destra nei richiami d’ordine. Naturalmente, la parte di popolazione orientata verso la sponda conservatrice o reazionaria rimarrà lì e non sposterà simpatie (e voti) verso una fotocopia improvvisata. Non a caso Lega e Fratelli d’Italia hanno assistito con piacere alla divisione dell’area di sostegno del sindaco. Peraltro, i due consiglieri della lista Sala hanno appoggiato la mozione della verde Francesca Cucchiara, non accettando le linee prevalenti.

Una brutta pagina, dunque. Le motivazioni addotte appaiono gravi e persino assurde. Si è sostenuto che non è giusto premiare chi ha divulgato documenti segretati. Attenzione. Qui si entra in una zona ad alto rischio autoritario. Il ruolo del giornalismo di inchiesta è proprio quello di tutelare il diritto alla conoscenza delle cittadine e dei cittadini, svelando i misfatti coperti dalla strategia dell’occultamento. Anzi.

Rompere il sipario che nasconde i misfatti delle guerre – ecco la colpa di WikiLeaks – è un obbligo deontologico, non un atto eversivo. Tant’è vero che quando a Milano si manifestava copiosamente contro la guerra del Vietnam, il primo emendamento della costituzione di Washington fece scudo contro il tentativo di bloccare la pubblicazione di ben 7.000 pagine dei cosiddetti Pentagon papers, resi noti mentre la guerra era in corso. Non ci fu verso: la libertà di informazione prevaleva su ogni considerazione e i tentativi repressivi del segretario della difesa Robert McNamara furono respinti. I redattori del Washington Post e del New York Times non vennero perseguiti. E neppure lo fu l’analista che passò il materiale, Daniel Ellsberg.

Ecco il punto. Gli appelli promossi al riguardo dal senatore del Pd Gianni Marilotti e dal premio Nobel argentino Pérez Esquivel hanno avuto centinaia di adesioni, chiedendo proprio di bloccare l’estradizione e non accettando il ricorso improprio e strumentale all’Espionage Act varato durante la prima guerra mondiale.

L’accusa contro Assange sostenuta nel tribunale speciale di Londra e premessa per l’estradizione si regge su una non-verità. Assange non sarebbe un giornalista. Peccato, però, che così sia considerato nella sua patria australiana, governata ora da Anthony Albanese ben schierato sull’argomento.

La gravità della vicenda accaduta a palazzo Marino va letta in tale contesto. Mentre cresce, finalmente, l’attenzione internazionale su di un caso così doloroso (la commissaria per i diritti umani del consiglio d’Europa Dunja Mijatovic si è espressa con chiarezza), un pronunciamento negativo di una significativa assemblea elettiva è assai sgradevole e foriero di conseguenze.

Come mai il Partito Democratico, storicamente attivo sui temi dei diritti, si è collocato sugli spalti dei forcaioli? Si mette contro non solo Sinistra italiana, i Verdi e Rifondazione comunista, bensì pure la Federazione della stampa e l’omologa organizzazione internazionale.

Si tratta di un capitolo da chiudere subito, con una pronta correzione operosa. A meno che i documenti ufficiali sulla materia dell’informazione siano già stati buttati in cantina. Perseverare sarebbe diabolico.

Fonte: Il manifesto/Articolo 21

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