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La Trattativa Stato-mafia. Perché difendo i Pm di Palermo

Gian Carlo Caselli il . Giustizia, Istituzioni, Mafie, Politica, Società

Cosa nostra è criminalità organizzata non soltanto di tipo gangsteristico-predatorio.

All’elenco sconfinato delle attività di  tale categoria (droga;  rifiuti tossici; estorsioni; appalti truccati…) si devono aggiungere quelle, del pari criminali, che si collocano sul versante delle “relazioni esterne”. Vale a dire l’intreccio osceno (fuori scena, nascosto) di interessi e affari comuni tra mafia e pezzi del mondo “legale”. La  vera spina dorsale del potere mafioso, che spiega perché la mafia appesti ancora  il nostro paese un paio di secoli dopo i suoi esordi. Nessuna banda di “semplici” gangster ha mai potuto realizzare un successo simile.

Ma se la forza della mafia è in quest’intreccio inestricabile, ne consegue che il contrasto alla mafia deve colpire ambedue i versanti: quello “militare” e quello lato sensu “politico”. Altrimenti, risparmiando gli imputati “eccellenti”, si userebbe loro un trattamento privilegiato, e sarebbe – oltre che illegale – disonesto e vile.

La magistratura palermitana del dopo stragi, consapevole che il sacrificio di Falcone e Borsellino e di quanti erano morti con loro imponeva ancor più di fare il proprio dovere fino in fondo, ha rifiutato questa scelta per non macchiarsi di vergogna. Ed ecco – oltre ai processi contro Salvatore Riina e soci – vari processi contro imputati eccellenti: da Andreotti a Dell’Utri, per ricordare soltanto due casi.

C’è un significativo fil rouge che lega tutti i processi “politici”, in particolare un iter processuale assai tortuoso con frequenti ribaltamenti nei vari gradi di giudizio. Ci sono assoluzioni e condanne ma queste nel bilancio complessivo prevalgono (per una verifica rinvio al libro “Lo stato illegale” da me scritto con Guido Lo Forte per Laterza) E tuttavia sempre – sempre! – i fatti portati a sostegno dell’accusasono stati riconosciuti come effettivamente accaduti. Quindi nessun teorema, nessun accanimento pregiudiziale, nessuna persecuzione.

Nonostante questo dato di realtà, molti hanno parlato di processi buoni solo per mettere alla gogna personaggi eccellenti, capaci di ottenere condanne solo sulla stampa; di mala-gestione dei processi “politici”; di  un colpo micidiale inferto alla lotta alla mafia come impostata da Falcone (a volte malamente tirato in ballo, con una specie di tavolino spiritico-giudiziario, per sostenere la tesi, indimostrata e indimostrabile, che lui certi processi non li avrebbe fatti).

Un fil rouge che spesso si è dipanato con campagne organizzate di aggressioni senza risparmio di mezzi o energie. Campagne che sembravano avere come obiettivo non “più”, ma “meno” giustizia e che in ogni caso valutavano gli interventi giudiziari sulla base dell’utilità o meno per la propria cordata, di certo non secondo criteri di correttezza e rigore.

Qualcosa di analogo mi sembra si possa riferire (dopo la sentenza della corte d’assise di Palermo nel processo “trattativa”, in rispettosa attesa della sua motivazione) alle polemiche scatenate contro i Pm dell’accusa e i magistrati giudicanti che in precedenza avevano deciso diversamente.

Non è giusto ridurli a poltiglia maleodorante (esercizio che sembra  appassionare molti …) per aver coraggiosamente esercitato le loro funzioni affrontando con spirito di servizio e senso dello stato un caso che fin dall’intreccio inaudito dei soggetti indicati nel capo d’accusa è risultato di delicatezza e complessità assolute.

Criticare è un conto; oltraggiare e insultare chi ha fatto il suo dovere è ben altro.

Fonte: La Stampa

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