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Parola e comunicazione. Coscienza critica e sguardo sul mondo. L’esperienza di don Milani

Francesco Messina il . Chiesa, Cultura, Informazione, Politica, Società

Siamo lieti di presentare un ulteriore scritto che va ad arricchire la rubrica della Rivista Giustizia Insieme sul tema Giustizia e comunicazionei cui intenti sono stati enunciati con l’editoriale del 18 maggio 2021 e che, periodicamente, ha ospitato i contributi di magistrati di merito e di legittimità, Gianni CanzioGiovanni MelilloClaudio Castelli, nonché, in un’ottica di necessaria apertura verso le fonti esterne, le interviste dei professionisti della comunicazione, Rosaria Capacchione e Giovanni Bianconi.

Con lo scritto che segue, l’Autore, appassionato conoscitore del pensiero cattolico-progressista in Italia, analizza l’attualità del pensiero di don Lorenzo Milani, di recente ripreso dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che attribuisce alla parola – ed alla comunicazione – il ruolo di strumento dell’agire.

La comunicazione diviene presupposto necessario per compiere un percorso di liberazione individuale, in una critica costruttiva dell’esistente, percorso funzionale al farsi carico di una trasformazione collettiva e che, quindi, sia in grado di vedere oltre il dato temporale immediato, nei suoi effetti per le generazioni future.

La cultura, veicolata attraverso la comunicazione, è funzionale alla crescita che conduce all’emancipazione dell’individuo, primo presupposto per potersi far carico degli altri in un’ottica demistificante e priva di propaganda. Ed è proprio qui che si manifesta il fondamentale ruolo della comunicazione che non deve essere mero vettore di informazioni ma creazione di un ponte che aiuti l’altro a diventare vero autore della propria esistenza.

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L’esperienza umana di don Lorenzo Milani per una nuova Europa

Sommario: 1. Premessa: una parola che impegna e trasforma – 2.  Bisogna “essere” per poter fare – 3.  Scrivere e comunicare come espressioni della responsabilità critica.

1. Premessa: una parola che impegna e trasforma

Nel discorso sullo stato dell’Unione del maggio scorso la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha citato don Lorenzo Milani in un motto della Scuola di Barbiana (“I care”), auspicando di dargli una dimensione europea e di poterlo declinare al plurale (“We care”).

È un importante riconoscimento laico dell’insegnamento del Priore che, per l’autorevolezza della fonte, segue solo quello di Papa Francesco del giugno 2017.

L’esperienza umana e di pensiero che si originò sull’appennino toscano, sul monte Giovi, nel microcosmo di una quasi inaccessibile parrocchia, viene indicata oggi, a distanza di oltre 50 anni, per il suo valore simbolico e internazionale.

A Barbiana, don Lorenzo arrivò dopo che la carica innovativa del suo ministero – manifestatasi per sette anni a San Donato di Calenzano con la realizzazione di una scuola serale aperta a tutti i giovani di estrazione popolare e operaia, senza esclusioni ideologiche – aveva reso convergenti, pur di contrastarla, interessi economico-sociali e le scelte politiche della Curia fiorentina.

Nel dicembre del 1954, don Lorenzo viene “trasferito”, o meglio esiliato, su un monte del Mugello, in una piccola chiesa che doveva essere chiusa, a 450 metri di altezza, non completamente raggiungibile da strada percorribile, né servita da energia elettrica e acqua; l’unica destinazione possibile per un sacerdote che, in ambito ecclesiale, era stato definito “una campana stonata”.

Malgrado l’evidente scopo sterilizzante, da quel momento seguirono tredici anni intensissimi per impegno religioso e civile che non solo segneranno la storia della Chiesa (come definitivamente riconosciuto da Papa Francesco qualche anno fa), ma influenzeranno in modo straordinario la cultura italiana sul piano pedagogico, scolastico, linguistico, intellettuale.

La scelta della Presidente von der Leyen può, quindi, aver un rilievo politico serio solo se il suo richiamo alla frase milaniana non replichi lo stile comunicativo del puro slogan, della citazione comoda da comizio o da intervento politico (come, purtroppo, è dato spesso constatare), ma colga il significato profondo, di metodo e di prospettiva che ne è la radice.

Perché per capire la “lezione” di Barbiana non basta semplicemente “andarci”, ma, come è stato detto con acutezza, bisogna “salirci”.

E non tanto fisicamente quanto, soprattutto, compiendo un percorso che impegni ciascuno nell’assoluto rispetto della verità e della “parola”, intesa prima come manifestazione della coscienza e, poi, come arte del comunicare il pensiero sulla realtà e “per” la realtà in cui si vive; la “parola” che don Milani individuò come strumento che dà senso e significato all’azione concreta, alla prassi vissuta in cui sono riconoscibili i principi del Vangelo e della Costituzione.

“Parola” e “comunicazione” come espressioni di “parresia”, e cioè disvelamento critico delle storture sociali, occasione profetica civile, lontana da ansie di proselitismo religioso.

Cogliendo, allora, la sincerità delle parole della Presidente della Commissione Europea, sarà bene anche aver consapevolezza di “chi sia stato don Milani” (per usare una espressione del suo amico Giorgio Pecorini).

Bisogna cercare di capire quanto del suo pensiero, della sua esperienza personale e del suo impatto sulla collettività sia ancora attuale e quanto sia, ormai, storicizzato, espressione, cioè, di un’epoca definitivamente differente da quella attuale.

In questa breve riflessione, non si può valutare pienamente l’esistenza breve ma “bruciante” e intensissima del Priore di Barbiana, tutta protesa nella ricerca dell’assoluto che lui trovò nell’impegno metodico per l’emancipazione culturale di chi viveva ai margini del dialogo sociale e delle decisioni istituzionali.

Un metodo – nell’accezione etimologica di “percorso” di conoscenza –  che Milani volle indicare ai giovani a lui affidati e che spesso erano in un rapporto di reciproca chiusura con la realtà, ma che nella parte finale della sua vita divenne una chiave interpretativa del mondo e delle azioni che in esso si compiono.

Qualche considerazione su cosa possano significare, oggi e nel futuro, le parole I care è, però, possibile e necessario quanto meno per impedirne le versioni mistificate o propagandistiche.

2. Bisogna “essere” per poter fare

Don Milani è stata una personalità complessa, non incasellabile negli schemi pragmatici e, soprattutto, mentali a cui oggi siamo abituati.

Potremmo definirlo un “irregolare” che mise in focus, come riferimento via via più radicale della sua vita, l’elevazione civile delle persone che incontrò sul suo cammino ministeriale e divenne tutt’uno con la sua presenza intellettuale attiva sui temi più importanti della società del tempo.

Ritenne che è attraverso un percorso di affrancamento e di liberazione dalle imposture del mondo che l’individuo ri-scopre la propria dimensione più autentica.

Ciò, ed è bene ricordarlo, egli fece senza alcun interesse di parte, della propria “ditta” (come soleva dire riferendosi alla Chiesa) perché era convinto che la fede cristiana sia uno “stato di Grazia”, un dono di cui si può essere o meno destinatari (“…quando ci si affanna a cercare apposta l’occasione d’infilare la fede nei discorsi si mostra di averne poca, di pensare che la fede sia qualcosa di artificiale aggiunto alla vita, e non invece un modo di vivere e di pensare…) .

Ciò che è decisivo in don Lorenzo è che l’uomo sia il più possibile padrone del proprio destino, consapevole, cioè, dei propri “talenti” che deve far fruttare, guardando sempre alla condizione di chi vive ai margini culturali della società per migliorarla.

Già nel 1958, nella sua opera “Esperienze Pastorali”, scriveva: la povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale”, così a significare che il controllo e l’esercizio della “parola”, della comunicazione corretta e critica – da praticare senza edulcorazioni ipocrite o convenienze sociali – siano il presupposto ineludibile per compiere un percorso di liberazione personale e di possibile trasformazione collettiva.

“Scrivere”, “parlare”, “comunicare” per gli altri implica, per don Milani, un preliminare scavo interiore, una forma di giudizio da esplicare prima verso se stessi, un vero e proprio atto di responsabilità che, una volta realizzato, pone le premesse per chiedere altrettanto al mondo, compreso a quegli intellettuali che, con azioni od omissioni, contribuiscono a conservare disparità sociali, se non  consentire vere e proprie regressioni culturali.

Ma non si comprenderebbe appieno il valore esistenziale, e quindi anche intrinsecamente politico, che per don Milani ha la “parola comunicata”, se si dimenticasse il luogo e la dimensione umana in cui è avvenuta la sua elaborazione più matura.

Nell’isolamento di Barbiana si realizzò, per una sorta di eterogenesi dei fini, una condizione di distacco dai “rumori” del mondo che favorì l’ascolto del “Logos” archetipico, non contaminato, in cui i princìpi dell’ “essere” uomo si rapportano alla Natura, alla dimensione del tempo che in essa si manifesta, all’insegnamento che da tutto ciò ne hanno tratto le generazioni, alla conseguente necessità di una memoria condivisa che vada oltre l’esistenza del singolo.

Da questo rapporto unico tra pensiero e tempo – così radicalmente in opposizione ai modelli della frenesia mediatica, dalla comunicazione non meditata quale ulteriore bene di “consumo” a cui la società italiana viene sempre più abituata tra gli anni ‘50 e ‘60 – don Lorenzo indica una strada diversa e alternativa nel comunicare: quella del rapporto tra la denuncia dell’ingiustizia e la ricerca faticosa, altrettanto indispensabile, dell’equilibrio nel giudicare gli altri e il momento storico in cui si vive.

La comunicazione diventa, quindi, sintesi tra “polemica frizzante anzi sferzante” ed “equilibrio”, inteso non come compromesso incrostato di convenienza, ma come dovere civile di porre lo sguardo più lontano nel tempo, sforzandosi di intravedere gli effetti della parola e dell’esempio sulle generazioni che verranno (…sulla via maestra del conformismo non si casca mai, mentre sul filo teso dello sporgersi verso i lontani l’equilibrio è un’arte che tutta una vita non ci basterà per apprendere bene… Lettera a don Antonio  20.5.1959)

È in questa prospettiva storico-esistenziale che sta tutta la differenza di visione e di scopo rispetto ad alcune manifestazioni del movimento del ’68 che hanno voluto vedere nell’esperienza milaniana la legittimazione a fare scelte puramente oppositive al “sistema”, quasi a voler trovare in essa la giustificazione a esplicare il desiderio narcisistico (specie dei giovani della borghesia neocapitalista) d’imporre se stessi piuttosto che piegarsi ad ascoltare la voce del “prossimo” che la sorte ci ha messo accanto e di cui si constata l’esclusione dai diritti e dal dibattito sociale. Non, quindi, un “prossimo” ipotetico sul quale verificare, da lontano, le teorie del mondo oppure la funzionalità della comunicazione accattivante e fintamente “rivoluzionaria”, ma il “prossimo” della quotidianità, con le sue debolezze, i suoi istinti respingenti, la sua materialità spesso tragica.

Per don Milani, la classe borghese, a cui lui pure è appartenuto, non può pretendere di “dirigere” gli ultimi, i poveri, di orientarne, come accade da sempre, i destini da una posizione di superiorità, ma deve “restituire” in cultura e di capacità di parola, dando loro la possibilità di essere menti pensanti e coscienze democratiche (“il mondo ingiusto l’hanno da raddrizzare i poveri, e lo raddrizzeranno solo quando l’avranno giudicato e condannato con mente aperta e sveglia come la può aver solo un povero che è stato a scuola;…Bisogna essere schierati. Bisogna ardere dell’ansia di elevare il povero a un livello superiore. Non dico a un livello pari dell’attuale classe dirigente. Ma superiore: più da uomo, più cristiano, più spirituale, più tutto..” Esperienze Pastorali 1958).

Bastano queste riflessioni per comprendere la grande distanza di sentimento e di ragione tra chi, all’interno dell’esperienza composita di una generazione, preferì teorizzare (anche) la contrapposizione globale, senza porsi il problema delle sue conseguenze nel lungo periodo e sulle relazioni sociali, e la diversa scelta teorica e pratica milaniana di porre il centro della propria azione pensata all’esterno del proprio circolo ristretto, limitato, biologico.

Si tratta, allora, di mutare stato mentale attraverso un dialogo e una parola che allarghi le dimensioni personali, che le metta anche in conflitto, che discuta le certezze, ma che elevi la persona: “…Io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione né riguardo né tatto. Mi sono attirato addosso un mucchio di odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti e di conversazione del mio popolo….Esperienze pastorali 1958”.

Si tratta di un’esigenza che don Lorenzo sentì quanto mai urgente perché, prima di molti, vide in quegli anni, sotto la spinta dell’industrializzazione di massa, lo svuotamento delle campagne e delle montagne verso la città, e i segni della mutazione antropologica degli italiani, dei modelli comportamentali di riferimento, sempre più indirizzati dalla comunicazione giornalistica e televisiva a favore della acriticità e del consumo di massa.

Ancor di più egli avvertì, quindi, la necessità di una nuova forma di cittadinanza consapevole, in grado cioè di gestire i complessi fenomeni della comunicazione e, così, di resistere al conformismo che generano, opponendo la scuola, in particolare la “sua” scuola, prima quella popolare a San Donato di Calenzano e poi quella a Barbiana  (…Far scuola di idee più sane. Far capire che il vanto di un povero non è di scimmiottare le parate antisociali degli oppressori e poi tornare il giorno dopo nella schiera anonima degli oppressi a brontolare sterilmente contro il mondo ingiusto…1958).

3. Scrivere e comunicare come espressioni della responsabilità critica

 Lo stile comunicativo di don Milani – negli anni degli scritti pubblici che derivarono dalla sua presa di posizione contro la “Lettera dei cappellani militari” sull’obiezione di coscienza e, poi, dal processo penale che ne seguì a suo carico – divenne sempre più radicalmente proteso a fornire strumenti di critica costruttiva  all’esistente.

Egli seppe, in sostanza, mantenersi in quello spazio politico dove scelta religiosa, tensione sociale in ottica istituzionale, impronta laica e passione emotiva gli permisero di saldare – nel tempo da lui vissuto – individuo e società, diritti inespressi o negati e richiamo alla spinta propulsiva della Costituzione, laicità di pensiero e incursioni negli spazi profondi dell’animo.

Una posizione eclettica e solo in apparenza inafferrabile perché, più semplicemente, essa non fu ristretta negli angusti recinti ideologici.

Insomma, una personalità che, in età matura, pur provenendo da famiglia di origine ebraica ma lontana da osservanze religiose, con ascendenti vicini ai migliori ambienti della cultura europea, preferì a una comoda e garantita vita di “classe” il salto nell’assoluto.

E ciò non attraverso l’ascesi egoistica, ma seguendo una radicale strategia pedagogico-culturale contro l’ingiustizia sistemica.

Viene da chiedersi cosa rimanga di quell’esperienza e se, oggi, essa possa fornire ancora significati di rilievo.

Ciò che si è ormai storicizzato è la possibilità di cogliere con nettezza i confini politici, i luoghi esistenziali e collettivi in cui scegliere e agire.

Le grandi contrapposizioni ideologiche sono venute meno, così come appaiono ormai permeabili e transitabili, quasi sempre in opposizione alla coerenza,  gli spazi che furono occupati dalle reciproche “autorità” religiose e laiche.

Il processo di omologazione di massa ha reso molto più magmatiche e incerte le differenze di classe. E i fenomeni di “scristianizzazione” si sono verificati non tanto per il paventato prevalere delle forze dell’ateismo politico quanto, maggiormente, per il neocapitalismo industriale che ha modificato stili di vita, mercificato il tempo, indirizzato, come dirà lucidamente poi Pasolini, ogni prospettiva politico-economica-istituzionale verso la garanzia dello “sviluppo”, con la produzione e consumo ansiogeno di beni superflui, al posto di quella di “progresso”, e la creazione e la tutela di beni necessari.

Non è difficile constatare che il ruolo degli intellettuali e, più in generale, quello della comunicazione prima nel generare e, poi, nel sostenere e amplificare tale sistema di “valori”, siano stati decisivi.

La crisi che oggi viviamo sia livello nazionale che in quello mondiale sul piano economico, ambientale e generazionale, è frutto di quei decenni e, forse, costituisce un’occasione per rimeditare tra le storie importanti del Paese quella di Barbiana, indicata dalla Presidente UE come prospettiva per una nuova Europa.

È bene considerare che la particolarità dell’esperienza milaniana sui concetti di “parola” e “comunicazione” sta nel fatto che essa si concentrò non tanto sull’epocale questione del rapporto tra intellettuale e classi subalterne oppure tra intellettuali e cultura, quanto sullo studio e sulla pratica del concetto di “intellettualità”.

Don Milani ritenne ben chiara – in primo luogo per averlo praticato su stesso e, poi, perché non gli erano ignote alcune riflessioni di Simone Weil, non a caso richiamata in una sua lettera del 29.4.1955 – la “necessità” di un processo di “de-creazione” e di distacco mentale dalla propria classe di origine borghese, quella che egli riteneva all’origine delle diseguaglianze e del tradimento delle speranze e delle aspettative sorte con la Costituzione della Repubblica.

La sua contrapposizione verso gli intellettuali dell’epoca (tranne rare eccezioni) stava nel loro ruolo di proclamazione e mantenimento di un presunto ordine sociale e istituzionale che, in realtà, era all’origine della definitiva sedimentazione delle diversità e delle ingiustizie patite dagli ultimi e dagli oppressi.

Don Lorenzo risolse l’anomalia indicando con i suoi scritti e il suo esempio una “strada” nuova, direi apocalittica nel senso etimologico di “rimozione del velo”, di denuncia dell’ignoranza, della neghittosità, del conformismo che impediva – e impedisce tutt’ora! – l’emancipazione cognitiva del cittadino, la sua “coscientizzazione” critica su tutto ciò che è sociale, politico e culturale.

La cultura, quale elemento storico, radicato nella storia di un popolo, che lo identifica ben oltre ciò che è moderno e transeunte, non deve, per don Milani, essere semplicemente e singolarmente assimilata, né deve essere all’origine di future gabbie ideologiche.

Deve, al contrario, deve essere funzionale alla formazione dell’individuo, del proprio “Sé”, per metterlo nella condizione di porsi con occhio sempre demistificante, attento, riflessivo e critico verso qualsiasi soggetto, qualsiasi materia di studio, qualsiasi Istituzione.

È per questa tensione costante, irreversibile verso i concetti di responsabilità e impegno che a Barbiana il “sapere” non portava al riconoscimento di alcun merito esterno al singolo, ma, diversamente, all’assunzione di un suo “compito”.

Perché dopo l’emancipazione di se stessi si doveva operare per quella degli altri.

L’I care, il “mi faccio carico, mi interessa” reca in sé, quindi, un significato molto più complesso e radicale rispetto a quello che è stato quasi sempre veicolato in modo superficiale, se non per finalità di pura propaganda.

Il motto non indica l’auspicio di un aiuto occasionale a favore di chi si trova in difficoltà perché, se così fosse, costituirebbe l’ennesima forma esornativa e ipocrita di chi vive nel privilegio e, grazie a tale condizione, può consentirsi qualche salutare parentesi finalizzata a garantire un sufficiente equilibrio interiore.

“Farsi carico”, al contrario, è soprattutto ricerca, spirito coraggioso, desiderio di praticare terreni diversi, di volgere lo sguardo più lontano, cercando nell’altro un’occasione di completamento di se stesso.

Se ne ha un riscontro di straordinaria nettezza in un dialogo/lezione che don Milani tenne nell’autunno del 1965, a Barbiana, ad alcuni studenti di una scuola di giornalismo di Firenze che con i loro insegnati erano andati trovarlo.

Infatti, erano ormi ben note le vicende processuali (peraltro ancora in corso) in difesa degli obiettori di coscienza e gli scritti di don Milani che, in sequenza, erano stati pubblicati da diversi quotidiani nazionali (“Lettera ai Cappellani militari” e “Lettera ai giudici”).

Il dialogo tra don Lorenzo e i giornalisti, lungi dall’essere un semplice ripercorrere gli eventi giudiziari, diviene plasticamente l’occasione per un’analisi radicale e senza sconti sui contenuti e sugli scopi della comunicazione che – e non a caso – viene messa in relazione diretta con la scelta di vita di ciascuno.

Il Priore muove il suo ragionamento, affrontando alcune questioni di fondo della società italiana che, ancora oggi, risultano attualissime: scarsa conoscenza lessicale e immaturità del cittadino italiano che fruisce dei mezzi d’informazione (dato statistico ricordato anche da Tullio De Mauro sino agli ultimi suoi interventi pubblici); tipologia e velocità della comunicazione di massa che porta a “intendere” superficialmente e “disabitua a riflettere”; tendenza sempre più spiccata e preoccupante a una comunicazione considerata un ennesimo prodotto di “consumo” del cittadino.

Rispetto a un simile scenario realistico e inquietante, don Milani indica il comunicare, e in particolare lo scrivere, come la manifestazione concreta della qualità dell’impegno, dello sforzo tecnico-linguistico di ognuno nella società a favore della chiarezza e della verità.

La comunicazione, quindi, non è mero trasferimento di informazioni, ma operazione complessa di “pensiero” che, attraverso la scelta dei contenuti, l’analisi filologica, lo scavo semantico, permette di andare in profondità, di realizzare “un ponte tra chi la fa e chi la riceve”.

È dalla realizzazione di quel “ponte” che deriva per ognuno il dischiudersi della sensibilità, il manifestarsi della coscienza, la possibilità di farsi autore consapevole della propria esistenza.

Il primo presupposto razionale ed emotivo di tale metodo è il desiderio di avvicinarsi alla “verità” che, come avviene in ogni opera d’arte, si ottiene per sottrazione di tutto ciò che, sul piano linguistico-comunicativo, la offusca.

La “verità”, quindi, come risultato dell’arte, della tecnica della “chiarezza” espositiva, e non della “prudenza” che, per definizione, contraddice l’arte e, quasi sempre, sconfina nella convenienza.

Ma tutto ciò presuppone anche un’altra decisiva opzione esistenziale, vale a dire una “assoluta mancanza di volontà di carriera”.

E infatti Milani avverte l’uditorio con parole adamantine, inequivocabili, progettuali: “..questa è una cosa che non vi posso insegnare. Scrivendo (e, quindi, comunicando ndr) come me non farete mai carriera nella vita, in nessun posto…Perché (si tratta di rispettare ndr) un giuramento fatto a se stesso e agli altri di colpire quando c’è da colpire chiunque abbia ad avere, senza rispetto di nessuno, alla ricerca della verità oggettiva la quale non è fatta né di carità, né di educazione, né di tatto, né di pietà..(trascrizione della registrazione audio)”.

Nelle parole di Milani c’è tutta la sua particolarità esperienziale in cui convivono l’insegnamento socratico; la radice familiare ebraica in cui la “Parola” coincide con la “Verità rivelata”; l’incipit del vangelo giovanneo in cui il Verbo aleggia sull’origine del mondo.

Ma, più laicamente, emerge anche l’intento pedagogico di mettere in reciproca mediazione il “sentire” emotivo degli umili, la voce mozzata degli oppressi, e il “sapere” depositato e disponibile a pochi (in particolare, il sapere “linguisticamente” inteso).

Riappropriarsi del dominio della lingua, dei suoi meccanismi sintattici, delle sue significazioni, consente di acquisire la possibilità di far sentire la propria voce in quel luogo metaforico (la lingua, appunto) in cui si sono consumati, e ancora si consumano,  gli squilibri sociali e culturali, le narrazioni finalizzate agli interessi dominanti, la banalizzazione e disumanizzazione delle altre esistenze.

In questo sforzo di assunzione di responsabilità, di lavoro e di dono disinteressato, sta la declinazione più profonda e autentica dell’I care, del “farsi carico” degli altri.

E lo si fa accettando il compito sociale o istituzionale, il posto fisico, piccoli o grandi che siano, che la vita ci ha assegnato.

Perché visibilità e grandezza sono pur sempre dimensioni tutte esteriori mentre la qualità di un’esistenza la si misura dall’impegno, della passione e dall’amore che ci si mette nel generare coscienze critiche e democratiche.

Fonte: Giustizia Insieme

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