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L’acqua sporca dei dossier e il bambino dell’Antimafia

Gian Carlo Caselli il . Costituzione, Giustizia, Istituzioni, Politica

La vita politica del nostro Paese per anni – e ancora oggi – appare dominata da un pregiudizio ostile verso la magistratura, fomentato in  particolare dal Cav. Berlusconi e dai suoi accoliti.

In sintesi (ma c’è poco di più….) il discorso è che i magistrati, se vogliono occuparsi  di questioni che hanno a che fare con la politica, «devono ottenere un mandato del popolo sovrano, ma finché ciò non accade ogni invadenza rappresenta un colpo devastante alla credibilità democratica delle istituzioni».

Un coro che ha addirittura investito la Corte costituzionale. Gratificata dal leggiadro interrogativo «chi sono questi quindici signori che alla Consulta osano ribaltare la volontà di  450 rappresentanti del popolo?». L’elegante performance, a commento della dichiarazione di incostituzionalità del cosiddetto lodo Schifani, è stata di Roberto Calderoli, oggi ministro degli Affari regionali e delle Autonomie. Un “ragionamento” semplice – persino  semplicistico – ma chiaro: però da accantonare se le circostanze specifiche ne  sconsigliano l’uso.

Sembra essere il caso dell’offensiva che la destra ha scatenato contro il deputato Federico Cafiero De Raho, vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, accusato di incompatibilità in relazione alla vicenda un presunto “dossieraggio” presso la Direzione nazionale Antimafia (all’epoca diretta da De Raho), ad opera – si ritiene – di due funzionari infedeli nei cui confronti è stata aperta un’indagine penale.

Ed ecco che il  magistrato, meschino calunniato (stile Rossini nel Barbiere), che prima doveva tacere, ora dovrebbe farsi da parte ancorché “unto”  dal balsamo purificatore del voto popolare.

Alcuni dei  parlamentari che attaccano De Raho sembrano voler approfittare del caso (cfr. Francesco Grignetti su La Stampa  del  12 marzo) per riesumare vecchie ruggini e rancori legati al processo contro il deputato forzista Amedeo Matacena, fuggito a Dubai e morto nel 2022 dopo quasi vent’anni di latitanza.

E dire che esiste un precedente di segno tutt’affatto contrario a quello che si vorrebbe far valere per De Raho: nessun seguito ebbe infatti la denunzia politica dei familiari delle vittime di mafia e delle stragi (fra i primi Salvatore Borsellino e Paolo Bolognesi) che si erano dichiarati contrari alla nomina come  presidente della Commissione  parlamentare antimafia di Chiara Colosimo, allegando un’ipotesi di incompatibilità per certe sue  frequentazioni.

Nello stesso tempo, insieme a De Raho si vuol colpire – è stato  detto a chiare lettere – la stessa DNA, ente ormai inutile, si sostiene,  a fronte della “nuova” mafia.

Ora, è vero che i nuovi livelli  criminali sono più sofi­sticati rispetto al passato, perché le indagini, pur essendo sempre legate ai  possibili percorsi e impieghi del denaro, parlano ormai soprattutto di collegamenti internazionali, investimenti, centrali off shore, espansione del mercato delle criptovalute e delle monete elettroniche, nuove tecnologie nel settore finan­ziario; parlano di blockchain, di high frequency trading, di import­export, di fondi di investimento internazionali. Si consolida il passaggio delle mafie dalla strada alle stanze ovattate dei consigli di amministrazione e delle grandi centrali finanziarie. Siamo ormai di fronte a organizzazioni che esprimono una “governance multilivello” o più “governance multilivello”, fondate sui princìpi di sussidiarietà, propor­zionalità e partenariato tra specializzazioni, territori e campi di azione diversi. ­

Tutte novità che impongono (altro che sopprimerlo!) un organo di coordinamento e impulso com’è appunto la DNA, senza la quale i singoli uffici giudiziari andrebbero allo sbaraglio in beata solitudine. Non capirlo è sragionare come il don Ferrante manzoniano, che moriva di peste mentre la negava.

 Infine due parole direttamente su De Raho.

Un ipotetico elenco di eminenti figure antimafia vedrebbe anche lui ai primi posti, accanto a Rocco Chinnici e Nino Caponnetto, cui va il merito di aver creato e guidato il pool di Palermo che inaugurò i criteri (specializzazione e  centralizzazione) che sono alla base della DNA. Chinnici fu ucciso da un’autobomba e Caponnetto ne prese il posto. Meritandosi chissà perché un titolo in prima del giornale di Berlusconi che  lo definìva “Capo inetto”. Un meschino  gioco di parole per attaccarlo: come oggi avviene con De Raho.

Fonte: La Stampa

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