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Montenegro: intervista a Jelena Jovanović, giornalista nel mirino della mafia

Vukašin Obradović * il . Diritti, Informazione, Mafie, SIcurezza

Occuparsi di criminalità organizzata e rischiare la vita, vivere sotto scorta continuamente per poter svolgere il proprio lavoro e semplicemente vivere la propria quotidianità. Jelena Jovanović, giornalista del quotidiano montenegrino Vijesti, spiega com’è vivere sotto scorta.

Da ormai più di due anni, Jelena Jovanović, giornalista del quotidiano Vijesti di Podgorica, vive sotto scorta: si alza la mattina, trascorre le sue giornate e va a dormire la sera accompagnata dagli agenti incaricati di proteggerla. Jovanović da anni si occupa di temi legati alla criminalità organizzata e, per il suo lavoro, quasi quotidianamente è esposta a rischi che minacciano la sua incolumità. Sottolineando che i pericoli che corre chi indaga sulla corruzione e la criminalità organizzata vanno ben oltre “i soliti pericoli”, Jovanović spiega che quando un giornalista viene in possesso di informazioni compromettenti, sui politici o sugli esponenti di spicco del sottobosco criminale, inizia ad essere percepito come una minaccia per gli interessi dei gruppi di potere e degli individui coinvolti in attività criminali e corruttive.

“Da quel momento – e io, nel corso della mia carriera, ne ho vissuti tanti – non c’è più nulla di ordinario né casuale. Man mano che mi avvicino alla verità, le minacce diventano sempre più concrete e i ‘consigli benevoli’ con cui mi invitano a mollare lasciano spazio ai tentativi di intimidirmi. Negli ultimi anni, è capitato più volte che cercassero anche di fermare le mie inchieste con messaggi d’odio sui social e tentativi di criminalizzare e screditare il mio lavoro. Queste situazioni, a mio avviso, rappresentano veri e propri momenti di svolta in cui il giornalista, sottoposto a pressioni insopportabili, si trova davanti ad un bivio: rinunciare o continuare a rischiare la propria vita per scoprire la verità”.

Quanto è cambiata la sua vita privata e professionale da quando è stata messa scorta?

La mia vita è cambiata in modo rilevante da quando, verso la fine del 2018, per la prima volta mi era stata assegnata una scorta. Fortunatamente, quella prima esperienza non è durata a lungo, a differenza di quella attuale iniziata nell’agosto del 2021, da quando vivo sotto scorta.

Sono stata costretta a modificare le mie abitudini, a rinunciare ai viaggi e spesso anche a concerti, spettacoli teatrali, eventi sportivi, camminate in montagna… In parole povere, da ormai quasi due anni e mezzo non posso recarmi liberamente in tutti quei luoghi che fanno parte della vita quotidiana, perché per me quei luoghi non sono più sicuri. Questa privazione la dice lunga sui cambiamenti avvenuti nella mia vita privata e professionale.

Ritiene che i servizi di sicurezza, oltre a garantirle una scorta, abbiano intrapreso tutte le misure necessarie per proteggerla da chi mette in pericolo la sua vita?

Il fatto stesso che io sia qui a parlare con lei risponde alla sua domanda. Sono però consapevole che nessuna istituzione al mondo può garantire a qualcuno una protezione assoluta. Questo vale a maggior ragione per il Montenegro, dove decine di funzionari di polizia hanno intrattenuto stretti legami con i gruppi criminali su cui erano concentrate le mie inchieste.

Per me è stato devastante leggere le trascrizioni di messaggi scambiati attraverso l’applicazione Sky, con cui alcuni alti ufficiali di polizia, che in precedenza avevo interpellato, inoltravano le mie domande ai leader di alcuni gruppi criminali, si mettevano d’accordo con loro sulle risposte da fornirmi e promettevano che mi avrebbero ‘spiegato’ certe cose. In quel contesto, ‘spiegare’ poteva avere diversi significati, ma di certo non poteva significare nulla di buono. Quell’esperienza però mi ha fatto riflettere, rendendomi ancora più convinta che, in una società come quella montenegrina, tacere e tenersi in disparte sia più pericoloso che parlare apertamente di anomalie a cui si assiste.

Il fatto di vivere sotto scorta le rende più difficile fare giornalismo?

È un ostacolo significativo. Alcune fonti rifiutano di incontrarmi perché non si fidano della polizia e temono che gli agenti, che hanno il compito di proteggere la mia incolumità fisica, in realtà siano qui per prendere nota dei miei incontri. Il lavoro che svolgo quotidianamente dimostra però che in qualche modo riesco ad andare avanti.

Quanto i giornalisti possono sentirsi al sicuro in Montenegro?

È del tutto inopportuno parlare della sicurezza dei giornalisti in un paese dove, a distanza di vent’anni dall’omicidio di Duško Jovanović, i mandanti non sono ancora stati identificati, dove non è mai stata rivelata l’identità di chi ha brutalmente aggredito Mladen Stojović e Tufik Softić, di chi ha sparato a Olivera Lakić, di chi ha piazzato una bomba sotto le finestre dell’ufficio di Mihailo Jovović, all’epoca dei fatti caporedattore del quotidiano Vijesti… In un paese dove non è mai stata fatta chiarezza su tutta una serie di attacchi ai giornalisti e ai beni di proprietà dei mezzi di informazione – un paese profondamente diviso in tutti i suoi segmenti, tanto che anche il panorama mediatico è polarizzato – chi fa giornalismo rispettando le regole deontologiche della professione quasi quotidianamente finisce nel mirino di varie strutture oscure e degli individui ad esse legati. Invece quelli che, purtroppo, continuano ad esercitare il nostro bellissimo mestiere ridicolizzandolo nei propri articoli e reportage – che sono tutto tranne che la ricerca della verità – si sentono più al sicuro dei giornalisti moralmente integri. Credo però che la loro coscienza – ammesso che ce l’abbiano – sia molto più tormentata, perché anche loro sanno che la verità è come l’acqua – prima o poi trova la sua strada.

Lei si sente protetta vivendo sotto scorta?

Gli agenti di polizia che hanno il compito di proteggermi sono professionisti ben addestrati di cui mi fido pienamente e sono infinitamente grata di averli sempre accanto. Tuttavia, nessuno al mondo può sentirsi completamente al sicuro, e nemmeno io. Però non ho paura, e per me questo è molto più importante della sensazione di sicurezza o insicurezza. Ad aiutarmi a superare i timori sono i miei familiari, amici e colleghi, ma anche tutte quelle brave persone che sostengono il mio lavoro.

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Questa pubblicazione è stata prodotta nell’ambito del Media Freedom Rapid Response (MFRR), cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea.

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