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“Maledetti bastardi, sono ancora vivo” così Roberto Saviano chiude “Gomorra”. “Maledetti bastardi sono ancora viva” Ilaria Alpi non lo ha potuto dire

Mariangela Gritta Grainer il . Caso Alpi-Hrovatin, Diritti, Informazione, Politica

L’immagine appartiene alla mostra allestita per il ventennale della morte di Ilaria. Curata da Ludovico Pratesi con le opere fotografiche di Paola Gennari Santori.

L’incipit della mostra sono i primi versi di una poesia di Quasimodo della raccolta “acqua e terra”

Mi richiama talvolta la tua voce

e non so che cieli ed acque

mi si svegliano dentro

Anche questo mese di luglio 2023, come abbiamo fatto a dicembre, la rubrica “Dalla parte di Lei” ritorna su Ilaria Alpi. Perchè la terza missione di Ilaria in Somalia (13.6/2.7.1993) è separata dalla quarta di soli pochi giorni (10.7/1.8.1993): quaranta giorni di fitto lavoro in meno di due mesi.

La prima missione dura 20 giorni (a cavallo di Natale e capodanno (20.12.1992/10.1.1993); la seconda dopo tre mesi (29.4.1993/6.5.1993). I tempi dei sette viaggi in poco più di un anno non sono casuali. Sono legati al suo modo di lavorare: studiare conoscere capire raccontare. Il suo intrecciare quanto accadeva in Italia e in Somalia avendo intuito, forse già dal primo viaggio, come abbiamo raccontato, che le storie tragiche erano collegate in qualche modo essendo la Somalia la “nostra ventunesima regione” e non solo.

Ho “visto” questi dettagli solo in questi ultimi mesi di lavoro sulla storia tragica di Ilaria. E poi ho pensato che la ricerca di giustizia e verità sulla crudele esecuzione di Mogadiscio, il 20 marzo 1994, è potuta andare avanti grazie ai tanti dettagli che via via abbiamo incrociato in questi quasi trent’anni.[1]

I tentativi di raccontare altre storie, costruire narrazioni alternative, con ogni mezzo sono stati tantissimi e da parti diverse. Non sono mancati gli insulti le minacce oltre alle bugie ai depistaggi, alle carte false … una vera fabbrica delle menzogne.

Un dettaglio è molto importante. È vecchio e nuovo insieme, non si cancella col tempo, rimane nella memoria. Diversi dettagli insieme possono irrompere come un lampo e rivelare ciò che non avevamo visto o magari visto senza valutarne tutta l’importanza. È così che, costantemente ho tenuta aperta la mia ricerca “del centro di gravità permanente” che non mi ha fatto mai cambiare idea su quel che è successo dal 20 marzo 1994 a oggi, in Somalia, in Italia e oltre.

Potrei fare un lunghissimo elenco di dettagli scoperti o interpretati diversamente in un contesto nuovo. Ne racconto un paio in conclusione di questo scritto. Vediamo allora di evidenziare qualche dettaglio del terzo e quarto viaggio.

Che cosa succede in Italia e in Somalia da maggio alla fine di luglio del 1993? Sappiamo che di certo Ilaria era sulle tracce di traffici illeciti del nostro Paese (e non solo) con la Somalia, traffici di armi e dello smaltimento di rifiuti tossici, naturalmente in stretta connessione: sia per il possibile riferimento a scorie nucleari radioattive, sia per l’esistenza di accordi criminosi con le fazioni in guerra. Traffici in cui la criminalità organizzata, la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta erano e sono fiorenti, alla ricerca di nuovi mercati e affari, sempre. Godendo di coperture, silenzi e complicità nelle strutture di potere, pubbliche e private. In Somalia magari in modo contiguo ad attività di cooperazione.

Sappiamo di interpellanze parlamentari che di certo Ilaria conosceva (ricordo i dossier cooperazione con la Somalia, citati negli articoli sui primi due viaggi). In Italia, dopo le tragiche stragi di mafia del 1992 (Capaci 23 maggio e Via D’Amelio 19 luglio), ecco le bombe del 1993 (14 maggio a Roma in Via Fauro, il 27 maggio a Firenze in Via dei Georgofili con cinque morti, il 27 luglio a Milano in Via Palestro altri cinque morti, e il 28 a Roma, San Giovanni e San Giorgio in Velabro). Ecco altresì lo sviluppo tragico di tangentopoli con la morte di Raul Gardini, il 23 luglio 1993, dopo e prima di altri parecchi suicidi.

E in Somalia nello stesso periodo che cosa succede?

Ilaria arriva a Mogadiscio il 13 giugno ma troviamo un suo scritto che racconta cosa succede partendo dal 5 giugno 1993 (c’è un servizio andato in onda al Tg3 in quei giorni).

Si legge:

A Mogadiscio, a seguito di un rastrellamento finalizzato al sequestro di armi in prossimità della locale radio, in uno scontro sanguinoso tra truppe ONU e miliziani di Aidid si accertano 23 morti tra i soldati pakistani e oltre 70 feriti; Aidid lamenta 38 morti e molte decine di feriti.

L’intervento del contingente italiano, al di fuori del proprio settore, richiesto da UNOSOM, salva 80 pakistani e 10 marines americani intrappolati nell’ex fabbrica di sigarette sulla Via XXI Ottobre.

Da questo momento però si susseguono una serie di iniziative di rappresaglia in un crescendo che nei giorni 13 e 14 giugno si aggravano con bombardamenti che distruggono non solo depositi di armi ma anche la sede di radio “Mogadiscio”. Ci saranno diversi morti e feriti, tutti somali. La mediazione italiana, con l’ambasciatore Augelli e il generale Loi, non riesce ad evitare la linea dura e violenta di UNOSOM. Non ci riesce nemmeno il ministro della difesa italiano Fabio Fabbri che giunge a Mogadiscio il 15 per sostenere, con l’ammiraglio Howe, la posizione italiana di maggiore prudenza e di dissenso sui massacri conseguenti alla linea dura decisa dalle forze ONU. La rabbia e l’ostilità nei confronti dell’ONU e degli americani crescono nelle piazze di Mogadiscio. Il 16 giugno saranno in diecimila nella zona sud della città, quella di Aidid [2].

Ali Mahdi [3] in una conferenza stampa applaude all’ONU e invita gli italiani ad assumere un atteggiamento contro Aidid. Gli americani che nel frattempo hanno fatto arrivare rinforzi intervengono in territori di competenza italiana: le divergenze sono ormai aperte. Nelle settimane successive sarà spiccato un mandato di cattura nei confronti di Aidid da parte dell’UNOSOM che offrirà una taglia di 25.000 dollari a chi saprà fornire notizie utili per la cattura di Aidid. (Che non ci sarà ndr).

Si leggono ora negli appunti di Ilaria alcune note sulla famosa battaglia del check-point Pasta dove muoiono anche tre soldati italiani e sulla cui dinamica neanche la ricostruzione del generale Bruno Loi nel libro Peace-Keeping pace o guerra, ed. Vallecchi 2004, risulta esauriente o convincente.

“Dopo la celebrazione della festa dell’indipendenza somala il (1° luglio 1960), scatta alle 5,30 del 2 luglio l’operazione denominata Canguro 11 condotta dagli italiani per il rastrellamento di armi in un vasto quartiere popolato in prevalenza da Habr Ghedir (sottoclan di Aidid). Verso la fine dell’operazione scatta un violento combattimento intorno al check point Pasta in cui vengono uccisi tre soldati italiani, il sottotenente Andrea Millevoi, il sergente maggiore Stefano Paolicchi e il paracadutista Pasquale Baccaro, i feriti sono 22; almeno 67 i somali uccisi, oltre cento feriti. Il Pasta si trova a circa 300 metri dal luogo del rastrellamento. Il generale Bruno Loi stabilisce pressanti contatti con i somali per capire le motivazioni del grave incidente e per evitare lo scontro generalizzato.

La ricostruzione di quella giornata non c’è ancora e forse quel che davvero accadde non lo sapremo più”. Quel giorno di trenta anni fa si è capito però che la missione di pace era fallita.

Nel trentennale di quello scontro lo si è ricordato in Italia. La Somalia è ancora un paese dolente e torturato dove soprattutto i civili, donne e bambini, continuano a morire per la guerra, la fame, le malattie. Come accade in altri Paesi dell’Africa e non solo.

Appare a questo punto una nota di Ilaria che non è legata al racconto fino a qui.

Scrive: “350 marines sbarcano a Bosaso (Migiurtinia) forse per un’operazione per estendere l’intervento fino al golfo di Aden”. È un dettaglio importante. La data è l’8 luglio, ne troviamo conferma nel libro citato con una aggiunta: “L’associazione African Rights denuncia alla stampa internazionale l’uccisione, da parte del contingente belga, di 200 somali avvenuta nel corso di attività di rastrellamento (non è specificato dove)”. Ne abbiamo compreso l’importanza quando è apparso chiaro che a Bosaso Ilaria aveva deciso di andare: poteva essere una svolta per la sua inchiesta.

Come si ricorderà Bosaso è stata l’ultima tappa di Ilaria prima di essere uccisa, insieme a Miran, al suo ritorno a Mogadiscio il 20 marzo 1994. E tutti, anche alcuni suoi colleghi, hanno cercato di sostenere che Ilaria fosse andata per caso a Bosaso, non avendo trovato un aereo per Kisimaio, sua vera meta. Che Bosaso non era un luogo interessante: un falso per nascondere il fatto che per Ilaria Bosaso fosse una priorità: ci andò con una certa urgenza, come si desume dai suoi appunti ritrovati e di quelli custoditi a Saxa Rubra nel suo ufficio e dai documenti dei viaggi programmati in Somalia; come si vede dalle date dei suoi spostamenti (vedremo in modo più esteso nell’ultimo viaggio). E che lì, a Bosaso la sua inchiesta trovò conferme, lì fu decisa la sua morte.

Anche i seguenti appunti sono di un certo interesse, si riferiscono al 12 luglio 1993 e giorni seguenti:

“La Quick Reaction Force USA bombarda con un massiccio impiego di elicotteri l’abitazione (e il quartiere) del ministro degli interni di Aidid che doveva essere anche lui presente a una riunione in programma quel giorno. Lo scopo è di catturare vivo o morto Aidid.

È strage, le immagini che arrivano sono eloquenti. Sono massacrati 70 somali e centinaia sono i feriti. Tra i morti molti dirigenti vicini ad Aidid che però non viene catturato.

La folla assale violentemente il luogo della strage; i giornalisti e i fotografi Hansi Kraus, Hos Maina, Dan Eldon, insieme al tecnico del suono Anthony Macharia saranno massacrati. I corpi ritrovati, dilaniati molte ore dopo.

Tra i giornalisti accorsi per documentare l’effetto del bombardamento c’è anche Ilaria Alpi e l’operatore Alberto Calvi che sono dati per dispersi, si teme per la loro vita, poi tutto si risolve positivamente: Luciana e Giorgio lo apprenderanno solo a cose finite, dalla stampa. Ilaria non li aveva informati e si era salvata rifugiandosi presso donne sue amiche. Quell’eccidio, che aveva stroncato le vite dei fotografi Hansi Kraus, Hos Maina, Dan Eldon, insieme al tecnico del suono Anthony Macharia, aveva molto impressionato Ilaria.

Poco tempo prima di morire Ilaria aveva inviato un fax al “Corriere della Sera” auspicando che la mostra fotografica “Imagines of conflict” delle migliori immagini scattate a Berlino, in Bosnia e in Somalia dai fotografi assassinati (allestita a Nairobi) si potesse vedere anche in Italia. L’auspicio si concretizzò: la mostra fu inaugurata a Milano il 28 giugno 1994. Si intitolava “Morire in Somalia”: certo Ilaria non pensava che sarebbe stata dedicata anche a lei, mi hanno raccontato tra molte altre cose Luciana e Giorgio Alpi.

Ilaria scrive ancora: “Si aprono polemiche sempre più aspre che mettono in discussione anche i vertici del comando militare italiano. Gli americani chiedono le dimissioni del generale Bruno Loi. … Alle polemiche si aggiungono violenti scontri ancora attorno al check point Pasta, moltissimi i somali uccisi e feriti, non solo di Aidid ma anche di Ali Mahdi.

La stampa americana si divide. Il “Newsweek” accusa i caschi blu italiani di fornire soffiate ai sostenitori di Aidid, accusa Loi di parteggiare per Aidid. Il “New York Times” parteggia invece per gli italiani, per un comportamento in palese contrasto con gli atteggiamenti da Rambo di Unsom2, in particolare degli americani. In effetti durante la guida di Bruno Loi si riusciva a trovare momenti di pacificazione, che non sempre coinvolgevano l’insieme dei clan e delle fazioni, e quindi non erano duraturi.

Ilaria, lascerà Mogadiscio il primo di agosto, prosegue così:

“Si sa che in agosto arriverà a Mogadiscio Mario Scialoja, il nuovo ambasciatore in Somalia. È in arrivo il generale Carmine Fiore per un periodo di affiancamento”.

Sappiamo (e sapeva Ilaria) che Carmine Fiore sostituirà Bruno Loi nel comando del nostro contingente: e questa sarà lo sviluppo della nostra “storia sbagliata, una storia vestita di nero mica male insabbiata…”, come l’abbiamo definita con le parole di De Andrè dedicate a P.P.Pasolini..

Ecco ora i due dettagli che propongo come esempi.

Il primo: al rientro in Italia delle salme con i bagagli, insieme al fatto gravissimo di non eseguire l’autopsia, si constata la sparizione di alcuni block notes e oggetti di Ilaria, di alcune cassette video registrate di Miran. Solo quattro anni dopo abbiamo avuto conferma che i bagagli erano stati violati nel viaggio di ritorno in Italia delle salme di Ilaria e Miran.

Racconta Gianni Minà in una delle sue “Storie”: “In studio con Luciana e Giorgio Alpi ripercorrevamo, in quel torrido luglio del ’98, le tappe della loro infinita amarezza finché, alla fine di un filmato sul ritorno a casa delle salme, Luciana si accorse che i bagagli di Ilaria e Miran, nello scalo di Luxor, in Egitto, … erano legati e saldati con la ceralacca, mentre all’arrivo a Ciampino la corda che li imbrigliava era sparita. Per caso due operatori diversi avevano diretto gli obiettivi delle telecamere sulle valigie mentre queste venivano scaricate. Solo l’angoscia di una madre poteva cogliere quel dettaglio così importante e inquietante. Sull’aereo, infatti, oltre ai militari dell’Aeronautica c’erano ufficiali del corpo di spedizione in Somalia, agenti dei servizi segreti, funzionari del nostro ministero degli Esteri e dirigenti della Rai. Chi aveva avuto l’ardire, durante il volo, di aprire quelle borse, quei pacchi, e perché? … Chi aveva voluto inquinare quei reperti che solo il magistrato scelto per indagare sull’eccidio avrebbe avuto la facoltà di analizzare, di controllare? E perché tutto questo era potuto accadere senza che nessuno dei cosiddetti servitori dello Stato presenti sull’aereo lo denunciasse? Quale era il segreto di Stato che dovevano coprire?”. …

Il secondo: interessa il confronto/perizia, disposta in tutta fretta dall’avvocato Taormina [4] nell’estate 2005, sul pickup (sul quale forse Ilaria e Miran sono stati uccisi) fatto arrivare da Giancarlo Marocchin [5] tramite il suo braccio destro, presunto testimone oculare (il signor B. posto sotto protezione come collaboratore di giustizia!). Possiamo confermare quanto abbiamo contestato della perizia Taormina proprio per un dettaglio che abbiamo evidenziato nel servizio di Giuseppe Bonavolontà realizzato a Mogadiscio un mese dopo l’agguato per il TG3. In questo servizio Giancarlo Marocchino mostra a Bonavolontà il pickup che appare identico all’auto arrivata a Roma, sostengono la tesi del proiettile vagante già avanzata dall’Unosom in ben due documenti a firma generale Fulvio Vezzalini [6] nei giorni immediatamente dopo l’agguato. La trappola aveva cominciato da subito a funzionare. Bonavolontà con l’aiuto di Marocchino indica i fori di proiettili sull’auto. 

“Proiettile unico vagante” appare piuttosto inverosimile ma la cosa diventa falsa (e depistante) quando si confronta col filmato dell’ABC e quello della TV Svizzera girati nei primissimi minuti dopo l’agguato: si vede che le foderine del pickup sono rosse e non grigie e su di esse non ci sono fori.

Bonavolontà è lo stesso giornalista che, dall’aereo che riporta Ilaria e Miran in Italia, fornisce al Tg3 del 21 marzo 1994 un’altra versione: “l’aereo vola e la mente corre, si ferma per leggere le sigle crudeli dei referti medici: due colpi secchi, una esecuzione. È stata una esecuzione. Due pallottole e nessuna possibilità di scampo..[7]

La macchina pickup, portata in Italia dopo undici anni potrebbe essere autentica e anche no. In ogni caso l’uso che ne è stato fatto è quello di confermare la fandonia dell’unico proiettile per due e quanto il Presidente della commissione e la sua maggioranza avevano già sostenuto sei mesi prima del termine dei lavori (febbraio 2006) sposando la tesi di un solo colpo per due perchè, tra l’altro, scrive Taormina“… In quei giorni, Ilaria Alpi tutto faceva meno che indagini giornalistiche perché stava a Bosaso, insieme al suo cameraman, a prendere un po’ di sole… si è trattato di un tentativo di rapina o di sequestro finito male …”. Parole indegne che non meritano nemmeno di essere commentate.

Se il pickup fosse autentico, cosa probabile (questa è l’idea che mi sono fatta avendolo visionato appena arrivato a Roma) sarebbe anche più grave perchè coinvolgerebbe, nel falso, la responsabilità della polizia scientifica che esegue le perizie sull’autovettura avvalendosi di periti come il dottor Vincenzo Pascali (Medicina Legale dell’Università Cattolica) che aveva eseguito la perizia medico legale e balistica, sul corpo di Ilaria (riesumato per la seconda volta); concludendo anche lui, parecchi mesi prima, con la tesi del proiettile vagante [8]

Gli stessi tecnici della polizia di stato (richiesti di un chiarimento sul punto durante la conferenza stampa di presentazione dei risultati della perizia presso il palazzo di San Macuto) sostengono di avere operato con la documentazione video e foto a loro consegnate per la verifica/confronto.Foderine rosse senza fori e foderine grigie con fori c’è una bella differenza. È possibile quasi certo che il materiale consegnato per la verifica/confronto non sia stato completo: senza le immagini relative al pickup ai momenti dell’agguato.

L’avvocato Taormina non ha mai chiarito perché non volle fare la prova del DNA sulle tracce di sangue rinvenute appartenenti a un soggetto femminile, nonostante l’insistenza di Luciana e Giorgio Alpi; e perchè impedì alla Procura di Roma di nominare un proprio perito stante il fatto che nuovi esami sul pick up sarebbero stati irripetibili [9].

Tale prova è stata eseguita nel maggio 2008 su richiesta della Procura di Roma, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che “ha ravvisato da parte del Presidente Taormina una violazione del principio di leale collaborazione e una ripercussione sulle indagini. Proprio per il loro carattere non ripetibile…” [10]

In ogni caso pensiamo che il pickup, acquistato per ventimila dollari dalla commissione presieduta dall’avvocato Taormina, rimane un corpo del reato e come tale deve essere custodito dalla comunità #NoiNonArchiviamo e dall’archivio Ilaria Alpi affidato, con un protocollo, dalla famiglia di Ilaria alla Fondazione Paolo Murialdi.[11]

Potrei fare altri esempi di dettagli che sono emersi in tutti questi anni raccontati in vario modo da tante persone della comunità #NoiNonArchiviamo, inchieste e documenti, scritti, articoli libri, brani musicali pièce teatrali…: come pezzetti di un grande puzzle che potrebbe essere già completo e in ogni caso si può completare: a conferma dell’esecuzione rispetto a quanto e quanti hanno sostenuto la casualità, il tentativo di rapina o di sequestro finiti male.

Quattro magistrati (forse cinque oramai), due commissioni d’inchiesta parlamentari, una commissione governativa. Tre richieste di archiviazione respinte … un capro espiatorio Hashi Omar Hassan in carcere per 17 anni innocente, scarcerato per non aver commesso il reato e al centro di un depistaggio di grande portata (dice la sentenza), saltato in aria con una bomba piazzata sotto la sua auto a Mogadiscio giugno 2022. … non è già troppo?

Chiudo queste riflessioni riportando il finale del pezzo che ho firmato con Luciana e Giorgio Alpi per “Giornalismi e mafie”, alla ricerca dell’informazione perduta a cura di Roberto Morrione con questo titolo:  “L’omicidio di Ilaria Alpi. Alta mafia fra coperture deviazioni segreti” (Prefazione di Giancarlo Caselli).

“Ilaria Alpi, con il suo lavoro, ha aperto una pista e l’ha portata avanti fino all’ultimo, al sacrificio estremo. Dopo di lei si sono scritti libri, articoli, saggi, si sono fatte trasmissioni televisive: restiamo incollati allo schermo o alle pagine di un libro quando vediamo o leggiamo di azioni criminali che non avremmo mai immaginato e che riguardano tutti noi, i nostri figli, i nostri nipoti, le future generazioni: per accumulare ricchezze, potere, non esitano ad uccidere direttamente, subito (come è avvenuto con Ilaria e Miran, come avviene dove ci sono le guerre, troppe) o più lentamente, inquinando, distruggendo, provocando malattie, sofferenze”.

Maledetti bastardi, sono ancora vivo”, con queste parole Roberto Saviano chiude Gomorra, con un riferimento all’ultima scena del film Papillon in cui Steve McQueen, galleggiando su un sacco pieno di noci di cocco, sfrutta le maree e fugge dalla Cayenna.

“Maledetti bastardi, sono ancora viva” Ilaria non lo ha potuto dire.

Note

  1. In realtà di dettagli ne avevo segnalati sotto forma di quesiti, 57 perchè in “CARTE FALSE” a cura di Roberto Scardova, Verdenero 2009 (prefazione Gianni Minà).
  2. Mohamed Farah, soprannominato “Aidid”, era uno dei signori della guerra, capo della fazione Usc/Sna (United Somali Congress/Somali National Alliance). “Aidid”, letteralmente significa, ”colui che si ribella all’insulto”, “il Vittorioso”.
  3. Ali Mahdi Mohamed, autoproclamatosi presidente ad interim della Somalia, a Gibuti nel luglio 1991, sei mesi dopo la fuga di Barre, controllava la parte nord della città di Mogadiscio con il clan degli Abgal.
  4. Presidente della Commissione d’inchiesta sulla morte di Ilaria e Miran 2004/2006.
  5. (Im)prenditore italiano che si reca per primo sul luogo dell’agguato e che avrà un ruolo chiave, molto ambiguo in questa tragica storia: ne parleremo diffusamente nel quinto e sesto viaggio di Ilaria.
  6. Fulvio Vezzalini è responsabile dell’intelligence di Unosom, giunto a Mogadiscio il 9 marzo 1994 (altro dettaglio).
  7. Quel referto, certificato di morte di Ilaria, sparisce subito, i genitori lo avranno molti anni dopo.
  8. probabilmente di Kalashnikov che colpisce prima Hrovatin e poi Ilaria…
  9. “… tutti i reperti analizzati sono andati distrutti nel corso delle analisi”. pag. 34 della relazione a firma dottor Biondo, responsabile polizia scientifica, consegnata alla commissione in data 10 novembre 2005.
  10. Delle nuove campionature effettuate soltanto una, riferiscono i tecnici, ha fornito un risultato interpretabile. Estratto il DNA e comparato con quello dei genitori di Ilaria Alpi è stata esclusa l’ipotesi di compatibilità; dubbio il risultato perché la diagnosi sulla traccia non ha permesso di confermarne la natura ematica umana.
  11. Abbiamo la documentazione della perizia curata dalla polizia scientifica a firma dottor Biondo e anche le foto dei pickup.

Fonte: Articolo 21

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https://www.liberainformazione.org/2022/12/20/20-dicembre-1992-trentanni-fa-la-prima-volta-di-ilaria-alpi-in-somalia/

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