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29 aprile 1993, la seconda volta di Ilaria Alpi in Somalia

Mariangela Gritta Grainer il . Caso Alpi-Hrovatin, Criminalità, Giustizia, Guerre, Informazione, Internazionale

Primo maggio a Mogadiscio. 1993

Ilaria Alpi

Non si ferma l’attività a Mogadiscio: questo è uno dei punti dove si organizza il trasferimento degli sfollati che in 200 mila si erano rifugiati nella capitale somala durante la guerra civile. Guerra e fame i motivi dei numerosi campi profughi che con le loro tende verdi erano diventati parte integrante del panorama della città. Erano, perché varie organizzazioni, tra le quali il SOS internazionale con l’aiuto dei militari italiani stanno organizzando il ripopolamento dei villaggi abbandonati. Non è cosa facile. Bisogna prima di tutto fare un censimento; poi con l’aiuto di organizzazioni somale andare nel villaggio e creare le condizioni per il rientro e soprattutto la sicurezza, provvedere al cibo, utensili e sementi per rendere possibile la ripresa della vita. E non poche le difficoltà.

Prima fra tutte la resistenza dei responsabili somali delle cucine della Croce Rossa che gestivano i campi. Niente più affari né mercato nero.

Chiara la reazione che non è stato facile superare. Ma adesso il progetto, l’unico nel suo genere qui in Somalia, va avanti.

La zona di trasferimento è sotto la protezione dei militari italiani a nord di Mogadiscio, vicino a Johar dove c’è un ospedale militare. E allora per il contingente italiano il primo maggio si trasforma in un’ulteriore occasione di cooperazione e aiuto per la Somalia.

E per i soldati italiani oggi è un giorno come un altro. Il primo maggio lo festeggiano così lavorando forse anche di più.

Il 20 dicembre scorso abbiamo raccontato la prima missione di Ilaria in Somalia, 20 dicembre 1992-10 gennaio 1993.

Ecco alcune righe dalla premessa: “Percorreremo le sette volte di Ilaria in Somalia in poco più di un anno: per tracciarne il profilo di giornalista tenace e appassionata del suo lavoro; saremo accanto a lei, riandando sulle sue tracce, risalendo ai suoi spostamenti. Vogliamo evidenziare al meglio la esemplarità del suo modo di lavorare, la cura scrupolosa che metteva nella documentazione, nella ricerca di connessioni e di interconnessioni tra gli eventi, perché solo in questo modo il suo sacrificio può continuare a parlare al presente e al futuro, dare nuovi frutti”.

La seconda missione, esattamente trenta anni fa: dal 29 aprile 1993 al 6 maggio 1993. Abbiamo aperto con il suo reportage, “primo maggio a Mogadiscio 1993”, in questo difficile primo maggio 2023 in Italia e nel mondo intero.

Pensare a Ilaria, alla sua vita, al suo non tacere le ingiustizie, le violenze, le guerre, le disuguaglianze insopportabili; soprattutto al suo cercare sempre e non tacere le ragioni che ne sono la causa: ci può aiutare a “uscire dal labirinto in cui ci siamo cacciati”.

Perchè ci siamo uniti alla missione internazionale di pace dell’ONU “Restore Hope” in Somalia?

Di certo è una domanda che Ilaria si è posta approfondendo la conoscenza della missione per trovare le risposte. Vediamone alcune:

La Somalia è la “ventunesima regione” dell’impero coloniale che l’Italia perse come esito della seconda guerra mondiale sul tavolo della pace, trattato di Parigi 10 febbraio 1947.

“Non era un segreto per nessuno che l’Italia, in Somalia, aveva molte colpe da farsi perdonare. Cinquant’anni di duro dominio coloniale; un mediocre decennio di mandato fiduciario; un sostegno immorale e senza riserve alla dittatura di Siad Barre; e, per finire, un pessimo impiego dei fondi della Cooperazione allo sviluppo, che ha arricchito partiti e imprenditori italiani senza migliorare per nulla le condizioni disperate delle popolazioni somale” (Del Boca “L’operazione Ibis in Somalia: luci ed ombre in una missione di peace-keeping” Sentieri della ricerca 2006).

Dopo la caduta e la fuga di Siad Barre si scatena la guerra civile: i nuovi padroni sono i signori della guerra. Le conseguenze per la popolazione già stremata e poverissima sono esodi, carestie, epidemie, criminalità, contrabbando.

In Italia una crisi politica e istituzionale senza precedenti aveva azzerato la classe dirigente alla quale, Presidente del Consiglio Giuliano Amato, partecipare a “Restore Hope” sembrò forse un modo per ricostruire credibilità, mostrando un nuovo protagonismo in politica estera in un’area importante. La Somalia aveva perduto (dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda 1989/1992) una importante funzione geopolitica.

Ma che cosa era successo nei tre mesi che separano le prime due missioni di Ilaria?

La partecipazione dell’Italia alla missione internazionale denominata “Restore Hope” non destò entusiasmi né da parte dell’ONU e degli USA né da parte dei signori della guerra somali:

Ali Mahdi Mohamed, autoproclamatosi presidente ad interim della Somalia a Gibuti nel luglio 1991, sei mesi dopo la fuga di Siad Barre, controllava la parte nord della città di Mogadiscio con il clan degli Abgal; è morto a 82 anni a Nairobi il 10 marzo del 2021. Le sue testimonianze compresa l’intervista che gli fece Ilaria luglio 1993, mai andata in onda, sono state fitte di non so, non ricordo.

Non ha detto nulla sul duplice delitto di Mogadiscio avvenuto proprio nella sua area di influenza, a Nord.

Mohammed Farah Aidid controllava la parte sud di Mogadiscio. È stato ucciso il primo agosto del 1996. Aveva dichiarato il suo impegno per individuare gli assassini.

L’Italia, seconda agli USA come impegno militare non fu investita di un ruolo di responsabilità nel comando generale della missione: fu considerata un intralcio.

Comandante del contingente italiano è nominato il generale Giampiero Rossi e l’operazione denominata convenzionalmente “Ibis”.

Le cose peggiorano quando negli USA si insedia il nuovo presidente Bill Clinton, dopo George Bush, il 20 gennaio 1993 (da pochi giorni Ilaria era rientrata in Italia).

A metà gennaio le fazioni somale, riunite ad Addis Abeba, stabiliscono la data della conferenza di riconciliazione nazionale da tenersi nel mese di marzo. Se pur con difficoltà la conferenza avrà luogo.

Il 26 marzo del 1993, il Consiglio di Sicurezza approva un nuovo intervento con la costituzione di UNOSOM II, sotto la diretta responsabilità delle Nazioni Unite, operativo dal 1° maggio dopo che gli USA iniziano il loro “disimpegno” mantenendo sempre una forza consistente di rapido intervento (Quick Reaction Force).

Il 27 aprile 1993, due giorni prima dell’arrivo di Ilaria a Mogadiscio, il paracadutista Giovanni Strambelli è ferito a morte, rimpatriato con un volo speciale, morirà nell’ospedale del Celio il 13 maggio: il primo caduto italiano dell’operazione Ibis.

Il 4 maggio l’ONU assume direttamente la responsabilità politica della missione, con l’ammiraglio americano a riposo Jonathan Howe. Il comando militare è affidato al generale turco Cevik Bir, in sostituzione del generale dei marines americani Robert Johnston. Da “Restore Hope” a “Continue Hope”; il comando italiano (Italfor) trasferito alla Folgore con a capo il generale Bruno Loi. Ibis diventa Ibis2.

Ecco una breve nota di Ilaria proprio relativa al 4 maggio 1993:

Onorificenze agli Italiani

Si sono placate le polemiche tra militari italiani e americani in Somalia. Anzi.

Alta onorificenza per il generale G.Carlo Rossi, capo della missione italiana, e il generale Bruno Loi, comandante della Folgore, che assumerà il comando di ITALFOR. È il ministero della difesa americano ad averli insigniti della Legione di merito. Un riconoscimento per il lavoro svolto dai militari italiani in Somalia da dicembre. Sono impiegati in numerose operazioni umanitarie, ospedali, distribuzione di aiuti, programmi di ripopolamento.

Collaborano al tentativo di reintegrare nei paesi d’origine gli sfollati che vivono dai giorni della guerra civile nei campi profughi. Un compito non facile per le diverse organizzazioni impegnate che devono lavorare mettendo d’accordo clan e famiglie che ancora oggi non hanno trovato un modo per convivere. Quando poi non devono anche superare l’ostilità di chi, con quei campi, si arricchiva.

Il contingente italiano cercava di operare secondo le “regole d’ingaggio”, che comprendevano anche “misure di sicurezza per i giornalisti e i fotoreporter, garantendo informazioni aggiornate e un adeguato supporto logistico…”.

L’impegno del generale Bruno Loi: la pacificazione tra le fazioni, prima di tutto tra Aidid e Ali Mahdi e dunque per il disarmo della popolazione, il sequestro delle armi per consentire la ripresa delle operazioni umanitarie.

Non era questa la linea “condivisa” dal resto della coalizione: il generale Bir, in accordo con gli americani, riteneva che la pacificazione della Somalia esigesse la cattura, vivo o morto, di Aidid e conseguentemente ne scatenò la “caccia”.  Ne vedremo le conseguenze.

Il mandato internazionale per UNOSOM I era quello di operare per un aiuto umanitario alle popolazioni civili e quello di sorvegliare il “cessate il fuoco” a Mogadiscio, garantire protezione e sicurezza al personale Onu.

UNOSOM II, attivata ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, ha un mandato più forte, anche militare: autorizza l’uso delle armi in caso di minacce e violazioni della pace.

Il compito più importante è quello di fare in modo che tutte le fazioni continuino a rispettare la tregua e gli altri accordi decisi nell’incontro di Addis Abeba del gennaio (che riguardavano principalmente la cessazione delle ostilità) e del marzo 1993, alla fine della Conferenza di Riconciliazione Nazionale per la Somalia.

Ecco le parole del generale Bruno Loi, comandante di Ibis2: “Non siamo mai stati pregiudizialmente contrari all’uso della forza; abbiamo però sempre cercato di privilegiare, rispetto alle maniere forti, il dialogo con la gente, sia perché consideravamo precipuo dovere delle forze di pace ricercare l’accordo fra le parti contendenti […] sia, infine, perché non volevamo assolutamente essere considerati come una forza di occupazione prepotente ed arrogante” (dal libro del generale Bruno Loi “Peace-Keeping, guerra o pace? – Vallecchi 2004).

Ecco un altro reportage di Ilaria di questa seconda missione: una testimonianza del suo amore per la popolazione somala, donne e bambini in particolare.

Un ospedale e una scuola

I militari italiani hanno ricostruito Johar, scuola e ospedale. Si curano somali e, in minima parte italiani. Le malattie più diffuse sono malaria e tubercolosi, da tempo endemiche. Tutta la zona è sprovvista di strutture sanitarie. Così l’ospedale italiano è diventato veramente un centro di grande importanza. Vinta l’iniziale diffidenza della gente, adesso anche le donne cominciano ad arrivare con fiducia anche per partorire.

Ma il lavoro dei militari non finisce qui. Il controllo sanitario del bestiame è di vitale importanza per questa regione dove sono diffuse molte malattie e parassiti.

Adesso il problema sarà il futuro di tutto questo lavoro. Alla partenza degli italiani sarà la gente di Johar a dover organizzare le varie strutture. Ma in Somalia la questione di fondo è ancora irrisolta. La frammentazione della società civile non permette ancora di capire a cosa si andrà incontro una volta ripartito il contingente internazionale. Chi sarà in grado di parlare in nome di tutta la Somalia.

Alla fine di ogni articolo e fino al 20 marzo 2024 racconteremo un pezzetto della storia di questi quasi trenta anni. Cominciamo dalla fine, dall’uccisione di Hashi Omar Hassan. Dopo 17 anni di carcere, innocente, vero capro espiatorio al centro di depistaggi di ampia portata, è stato assassinato il 6 giugno 2022 a Mogadiscio: una bomba è esplosa nella macchina in cui viaggiava.

Conoscere tutta la storia, dalla tragica domenica del 20 marzo 1994, consente di collocare l’assassinio di Hashi dentro una “Lunghissima scia delle persone che hanno avuto a che fare con la tragica storia di Ilaria e Miran. Che sono morte in circostanze non sempre limpide”. 

Viene in mente subito Ali Mohamed Abdi, testimone d’accusa di Hashi, morto, avvelenato o per una overdose, appena fatto rientrare a Mogadiscio dopo la condanna definitiva di Hashi. Ma la lista è lunga, ecco qualche altro nome: Carlo Mavroleon, operatore della ABC che girò le preziose immagini nell’immediatezza dell’attentato, ucciso in Afghanistan per una rapina in hotel nel 1997; Vittorio Lenzi della Tv Svizzera, intervistò alcuni testimoni subito dopo l’agguato e filmò Gabriella Simoni e Giovanni Porzio mentre sono nelle stanze di Ilaria e Miran per l’inventario dei bagagli: morto in un dubbio incidente stradale; Starlin Harush, Presidente delle donne somale e amica di Ilaria, in un’altra rapina; a casa sua Ali Mohamed Abdi andò per lasciare il pick up sul quale Ilaria e Miran erano stati appena uccisi; Ali Jiro Shermarke, responsabile della polizia somala nei giorni dell’agguato, morto in circostanze sconosciute, siglò un documento (confermando il contenuto al dottor Giuseppe Pititto che lo interrogò) in cui indicava Giancarlo Marocchino come possibile responsabile del duplice omicidio; Vincenzo Li Causi, maresciallo del SISMI, il 12 novembre 1993, a Balad viene ucciso in un agguato in circostanze misteriose. Si è parlato di “fuoco amico”, anche per lui non sarà eseguita autopsia. Si conoscevano con Ilaria che aveva lasciato la Somalia a fine ottobre: era la sua sesta volta. Li Causi doveva rientrare a Trapani un paio di giorni dopo per testimoniare al processo su Gladio, la struttura “segreta” dell’intelligence militare da lui diretta e presente a Trapani nei giorni dell’assassinio di Mauro Rostagno (non si sa ancora tutta la verità di questo delitto; una sentenza nel 2018 ha sancito che si è trattato di un delitto di mafia).

Natale De Grazia capitano di vascello, figura chiave del pool investigativo di Reggio Calabria che indagava sulle navi dei veleni. Fu lui a trovare copia di un documento e/o del certificato di morte di Ilaria nella perquisizione a casa di Giorgio Comerio, a detta degli inquirenti, noto trafficante di armi e coinvolto in traffici per smaltire illecitamente rifiuti tossici.

Il 13 dicembre 1995 De Grazia muore in circostanze misteriose che saranno chiarite solo nel 2013 quando la commissione d’inchiesta sulle ecomafie, riesumata la salma, confermerà che si trattò di avvelenamento.

Il Colonnello AWES, capo della sicurezza dell’albergo Hamana, nei pressi del quale avviene l’agguato mortale, risulta deceduto: le testimonianze e le indagini non sono esaurienti neanche per questo teste, forse l’ultimo che ha visto Ilaria e Miran vivi e parlato con Ilaria. (Commissione bicamerale 29 gennaio – 1febbraio 1996 a Mogadiscio).  … …

Questa morte di Hashi ci addolora profondamente; deve scuotere le autorità che hanno il compito di arrivare a giustizia e verità su chi ha ucciso Ilaria e Miran, esecutori e mandanti. Ora hanno il dovere di impegnarsi anche per Hashi che è stato due volte vittima nel nostro Paese.

Ci sono persone, con ruoli istituzionali oggi più importanti di allora, che conoscono bene tutte le inchieste compresa la parte che porta all’arresto e a tutta la storia di Hashi Omar Hassan. 

Chiediamo loro di parlare, nel rispetto della nostra Costituzione compreso l’art. 54 – Tutti i cittadini hanno l’obbligo di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne La Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle, con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.

#NoiNonArchiviamo

La foto del presente articolo fa parte di una  mostra curata per il ventennale da Ludovico Pratesi con immagini di Paola Gennari Sartori. 

Fonte: Articolo 21

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20 dicembre 1992. Trent’anni fa la prima volta di Ilaria Alpi in Somalia

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