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Delitto Agostino, continua la ricerca della verità

Lorenzo Frigerio il . Senza categoria

nino-agostino-e-ida-castelluccioNon potremo sapere se la Procura Generale di Palermo avrebbe mai accolto la richiesta di avocare le indagini per il duplice omicidio ai danni di Nino Agostino di Ida Castelluccio, avvenuto il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini, alla periferia del capoluogo siciliano.
Un’istanza in tale direzione era stata presentata dall’avvocato della famiglia Agostino, Fabio Repici, dopo che lo stesso, a metà ottobre, aveva sollecitato la Procura della Repubblica di Palermo all’esercizio dell’azione penale nei confronti dei tre indagati: Gaetano Scotto, Antonino Madonia e Giovanni Aiello.
Proprio mentre ci si aspettava l’intervento della Procura generale, invece, a sparigliare le carte, è arrivata la richiesta di archiviazione del procedimento penale. Un atto, quello disposto dalla Procura della Repubblica di Palermo, che chiude per il momento la partita, in attesa delle prossime decisioni del Giudice per le indagini preliminari, peraltro non scontate, visto che già nel giugno del 2015 la pubblica accusa si era vista respingere una prima richiesta di archiviazione.
Ora i Pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, con un atto siglato anche dal procuratore capo Francesco Lo Voi, tornano a chiedere l’archiviazione.
Nell’ipotesi accusatoria prospettata fino qui, gli esecutori dell’efferato omicidio sarebbero stati Gaetano Scotto e Nino Madonia, mentre l’ex poliziotto Giovanni Aiello, ormai tristemente noto come “Faccia da mostro”, avrebbe garantito loro la copertura e i mezzi per la fuga. Agostino sarebbe stato eliminato per il ruolo positivo, giocato in prima persona, nello scongiurare il fallito attentato all’Addaura ai danni del giudice Giovanni Falcone nel giugno 1989.
Ora i magistrati palermitani, nella richiesta d’archiviazione, elencano i riscontri investigativi raccolti in esecuzione dell’ordinanza del Gip del giugno 2015.
Si parte dalle dichiarazioni di Vito Lo Forte che avrebbe appreso della responsabilità degli indagati in ordine al duplice omicidio dalla viva voce di un esponente mafioso di spicco della famiglia dell’Arenella, Pietro Scotto.
L’attività investigativa svolta sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia non ha portato ad “acquisire quegli auspicati riscontri individualizzanti in termini di certezza probatoria sufficiente ad esercitare proficuamente l’azione penale e, successivamente, a resistere all’eventuale vaglio dibattimentale”. Sono mancate, cioè, convergenti dichiarazioni di collaboratori che legassero in qualche maniera il duplice omicidio di Villagrazia di Carini all’attentato all’Addaura o, in alternativa, ulteriori prove sufficientemente valide ad accusare gli indagati.
Quanto all’altro collaboratore di giustizia, Vito Galatolo, i suoi ricordi, secondo i pm palermitani, sono generici e derivano da quanto lo stesso avrebbe appreso all’interno della famiglia mafiosa d’appartenenza: tutto si limita però ad un “non poter escludere” un coinvolgimento di Scotto e Madonia nella vicenda, che non può essere assolutamente essere messo a fondamento di una contestazione per omicidio. Galatolo non confermerebbe in buona sostanza quanto appreso da Lo Forte soltanto “de relato”.

Il ruolo di “Faccia da mostro”
Nella richiesta d’archiviazione si affronta anche il delicato capitolo del riconoscimento di Giovanni Aiello da parte di Vincenzo Agostino, padre dell’agente ucciso.
Nel corso del drammatico incidente probatorio, avvenuto nel febbraio di quest’anno, l’uomo, che da oltre ventisette anni chiede verità e giustizia per il figlio e la nuora, ha riconosciuto essere Aiello quel famigerato “Faccia da mostro”, la cui presenza inquietante ritorna in molte pagine buie dei misteri palermitani.
Eppure questo non basterebbe per attribuire all’atto coraggioso di un padre straziato dal dolore di tutti questi anni la “piena valenza probatoria che sarebbe indispensabile”, a detta dei pm palermitani, per reggere un’accusa.
Infatti, secondo i magistrati, depongono in senso contrario diversi elementi: il decorso di oltre venticinque anni e il cambiamento delle fattezze fisiche di Aiello in questo lasso di tempo; il fatto che, nei mesi precedenti il riconoscimento, i media abbiano divulgato l’immagine di Aiello, in occasione anche di processi, ai quali lo stesso Agostino ha partecipato; da ultimo, anche i positivi riscontri dati dal padre dell’agente a ulteriori atti di riconoscimento nei confronti di soggetti diversi dall’Aiello.
Insomma, a minare la bontà del riconoscimento avvenuto concorrerebbero diversi fattori, compresi i riflettori accesi dai media che avrebbero sottratto Aiello dalla nebbia della storia che aveva finito per farne quasi un mito, della cui esistenza si dubitava.
Ciò nonostante, Teresi, Di Matteo, Del Bene e Tartaglia pongono in rilievo l’imponente mole di dichiarazioni e riconoscimenti da parte di numerosi collaboratori di giustizia: tutto concorre ad identificare nell’ex poliziotto Giovanni Aiello “la persona con il volto deturpato che, reiteratamente nel corso degli anni, aveva personalmente partecipato a vere e proprie riunioni mafiose, tenutesi nel luogo – tanto noto quanto strategico – di Fondo Pipitone nella disponibilità “storica” e diretta della famiglia Galatolo”.
In considerazione della location e dei partecipanti alle riunioni, tutti sodali delle famiglie mafiose dei Galatolo, Madonia e Ganci, è ragionevolmente provato che si affrontassero e discutessero temi e contenuti inequivocabilmente illeciti, così da ritenere, per i giudici palermitani, l’Aiello un “soggetto certamente in contatto qualificato con l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra (se non,  addirittura, a questa intraneo)”.
Una accusa pesante e circostanziata che servirebbe a sostanziare la partecipazione di Aiello come concorrente esterno o sodale diretto a Cosa nostra. Tuttavia, in ragione del periodo a cui viene fatta risalire la sua partecipazione alle riunione presso il Fondo Pipitone, cioè la fine degli anni Ottanta, una simile accusa si estinguerebbe sotto la mannaia della prescrizione.
Sono però le sette righe finali della richiesta d’archiviazione ad aprire nuovi scenari e a lasciare un barlume di speranza alla famiglia Agostino: “in ordine al tema delicatissimo del contesto e del possibile movente che può aver determinato l’omicidio di Antonino Agostino, deve in questa sede assolutamente sottolinearsi che questo Ufficio ha tuttora in corso una complessa e articolata attività di indagine, in corso di svolgimento nell’ambito di autonomo procedimento, pendente nella fase delle indagini preliminari”.
Quindi con il richiedere l’archiviazione del procedimento penale a carico di Aiello, Scotto e Madonia, la Procura della Repubblica di Palermo manifesta la necessità di arrivare ad un atto dovuto dai tempi e dalla procedura, ma lascia intendere “apertis verbis” che la partita non è affatto chiusa.
Del resto Teresi, Di Matteo, Del Bene e Tartaglia ci hanno abituato a credere che la ricerca della giustizia è opera difficile, ma necessaria per uno Stato che voglia applicare il principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
I giudici di Palermo, già nel processo sulla trattativa tra Stato e mafia, hanno ampiamente dimostrato di non volersi arrestare di fronte a nulla, anche e soprattutto quando a frapporre ostacoli all’accertamento della verità sono uomini che hanno rappresentato e rappresentano istituzioni della nostra Repubblica.
E il delitto Agostino è proprio uno di quei misteri italiani, resi ancora più complicati dai depistaggi attuati da parte di presunti servitori dello Stato che, invece, nel corso di venticinque anni, hanno dimostrato di servire altre entità e altri interessi.
Anche per questo, è legittimo confidare in una chiara e rapida ricostruzione dei fatti e delle responsabilità.
È una richiesta che accomuna gli italiani che hanno a cuore la libertà e la verità ai famigliari di Nino Agostino e Ida Castelluccio. È un grande abbraccio nei confronti di una famiglia che tanto ha sofferto e che sa di vicinanza e di condivisione, in una battaglia che non è solo loro, ma di tutti noi.

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