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Don Peppe Diana, un prete per il cambiamento

Di Pietro Nardiello il . Campania, Dai territori, Interviste e persone

Incontriamo Don Rosario
Giuè autore del libro “Il costo della memoria” , un testo che in
Campania non ha avuto ancora il giusto riconoscimento
 
 

 A quattordici anni dall’assassino,
Don Peppe Diana rappresenta ancora una figura scomoda?

Il fatto che rappresenti ancora
una figura scomoda nella Chiesa campana ed italiana è sotto gli occhi
di tutti e di tutte. Lo dimostra il fatto che nella Chiesa italiana
di don Peppe Diana quasi non si parli. La Chiesa italiana, per esempio
la Conferenza Episcopale, non indica don Diana come modello di “essere
prete” e di “essere Chiesa” in Italia. Tutto ciò non avviene
per caso.
 

Come mai?

La questione di fondo, tra
le altre, sta nella concezione del martirio cristiano. Oggi prevale
ancora l’idea del martirio come odium fidei, in odio alla fede
da parte della camorra. Don Diana non sarebbe stato ucciso per odio
alla fede, ma per odium iustitiae, in odio alla sua lotta per
la giustizia da parte dei camorristi. Certo, come mons. Romero
in Salvador, don Diana è stato ucciso il 19 marzo 1994 a Casal di Principe
per amore del suo popolo, non per difendere la religione. Ma si dimentica
che don Peppino, come Romero, in questo amore per la giustizia a difesa
delle vittime della sua terra è stato spinto  dal suo fedele amore
al Vangelo, è stato spinto dall’amore di Dio. Ciò che più preoccupa
una certa Chiesa è quella di non vedere che il bene non è qualcosa
di astratto e generico, ma che il bene si svolge dentro una situazione
storica, spesso conflittuale. Conflittuale fu il contesto in cui Gesù
operò e fu ucciso. Conflittuale fu anche il contesto in cui operò
don Diana e fu ucciso. Ma queste cose si preferisce metterle da parte,
perché significherebbe mettersi in discussione e scegliere da che parte
stare con libertà, con umiltà, senza ricerca di trionfalismi, privilegi 
e riconoscimenti. E’ questo ciò che vuole la Chiesa campana, siciliana,
la Chiesa italiana oggi?
 

Insieme ad altri parroci
Don Peppe sottoscrisse un documento intitolato“Per amore del mio popolo
non tacerò”. Quale l’importanza di questo scritto.

Quel documento è frutto di
una lucida analisi, quasi unica nella storia recente della Chiesa italiana.
E’ una decisa denuncia della dittatura della camorra sul popolo campano.
Ma è anche una denuncia delle omissioni ecclesiali nella denuncia della
camorra. Quel documento è il solco tracciato da don Peppe e dagli altri
suoi amici su cui la Chiesa italiana è chiamata oggi ancora a confrontarsi.
Non solo le singole persone, i singoli preti, i singoli gruppi o parrocchie.
Ma la Chiesa nel suo insieme, come istituzione. Perciò sarebbe bello
se una diocesi o più diocesi si intestassero  l’organizzazione
di un convegno per riflettere e confrontarsi sul cammino da fare a partire
da quel testo profetico. A partire da don Diana.
 

Don Peppe venne assassinato
in sacrestia, un messaggio preciso da parte della camorra?

Per la camorra e per la mafia,
il prete deve rimanere in sacrestia, da li non deve uscirne.

Queto tradotto con un linguaggio
comune significa “farsi i fatti suoi”, non disturbare il manovratore
del “sistema camorristico” o affaristico. Ed invece Diana deise
di denunciare proprio quel sistema.  Purtroppo era quasi solo,
e, come diceva Falcone, “si muore perché si è soli”. Se don Diana
non fosse stato quasi solo ad uscire dalla sacrestia, forse non sarebbe
stato ucciso e sarebbe ancora tra i suoi.
 

L’insegnamento di Don
Peppe Diana è stato completamente capito?

Se si legge con attenzione
il libro “Il costo della memoria” si vede che la carica dell’insegnamento
di Diana è grande. La sua forte dimensione umana nell’essere cristiani,
la sua sensibilità civica, il suo essere prete “nuovo”, lontano
da forme sacrali, fuori dal tempo, che rendono il prete “prigioniero”
di un ruolo assegnato dall’esterno da altri: sono dimensioni che lo
hanno isolato allora e lo rendono invisibile ora, perché davvero significano
una spinta per il cambiamento sociale ed ecclesiale. Ma chi vuole il
cambiamento? Certo immobilismo, certe forme di ritorno al passato sacrale, 
sono sotto gli occhi di tutti e di tutte.
 

Il suo libro,
“Il costo della memoria” sta compiendo uno strano percorso, una
sola presentazione in Campania e tanti consensi, invece,  nel 
resto del Paese. Una semplice casualità?

Sono stato a presentare il
libro su don Peppe Diana, per le edizioni Paoline che ringrazio, a Palermo,
Agrigento, Asti, Pinerolo, Firenze, Bagheria, Corleone, Catania. A Rainerws24,
a “Uno mattina” di Rai Uno il venerdì santo di quest’anno. Diverse
radio si sono interessate al libro, compreso Radio Vaticana. Ed ho scoperto
che molti magistrati e preti non conoscevano don Diana.
E in Campania?

Sì, fino ad ora, il libro
qui ha trovato delle difficoltà, non ha avuto molto spazio. E’ strano,
ma è così. Mi auguro che diocesi, parrocchie, amministrazioni civili,
associazioni  culturali di cittadini, possano farsi avanti. Mi
auguro ci siano nuove occasioni per incontrarci a discutere,  a
partire da “Il costo delle memoria” e, così,  valorizzare
la ricchezza della vita e del  messaggio di don Diana. Affinché
non sia morto invano.
 
 

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