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Il pericoloso “sdoganamento culturale” delle droghe

Piero Innocenti il . Droga, SIcurezza

il-capo-della-polizia-gabrielli-ai-wefree-days-ce-uno-sdoganamento-culturale-della-droga-molto-pericolosoE’ ancora viva l’attenzione di molta gente sulla questione della canapa legale (light), i cui derivati venduti nei cosiddetti cannabis shop continuano ad essere oggetto di sequestri da parte delle forze di polizia.

Tema, questo delle droghe, dello  spaccio, del consumo sempre più diffuso tra i giovani e della criminalità organizzata e di strada collegate al narcotraffico, che è stato oggetto di un recente, autorevole intervento del Capo della Polizia Franco Gabrielli che, ospite pochi giorni fa nella comunità di San Patrignano per il “We free days”, ha parlato di “uno sdoganamento culturale della droga molto pericoloso”.

Gabrielli ha parlato della necessità di dare attenzione al consumo di stupefacenti, alla criminalità collegata al narcotraffico e allo spaccio “in mano ormai ad una larga fetta di extracomunitari”. Particolarmente significativo l’intervento del Capo della Polizia che in una delle più importanti comunità terapeutiche per il recupero di tossicodipendenti, innanzi a moltissimi giovani, ha ricordato che le droghe non sono tutte uguali.

Opinione condivisibile e sono decisamente da respingere le lagnanze di tutti quegli imprenditori del “fiore light” che rischierebbero il tracollo delle loro attività (alcune centinaia in tutto il Paese) per i sequestri che proseguono.

Sulla commercializzazione al pubblico di foglie, inflorescenze, olio e resina ottenuti dalla coltivazione della canapa sativa è intervenuta, infatti, appena tre mesi fa la Corte di Cassazione Penale (sentenza n.30475 del 10 luglio 2019) che, a Sezioni Riunite, ha enunciato il principio di diritto secondo cui “la commercializzazione al pubblico di cannabis sativa L. e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicabilità della legge n.242 del 2016.

La legge in questione (Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa, n.d.r.) qualifica come lecita unicamente “l’attività di coltivazione di canapa delle varietà ammesse e iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole ai sensi dell’art.17 della direttiva 2002/53/CE del consiglio del 13 giugno 2002 ed elenca tassativamente sette categorie di derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati (tra cui, alimenti e cosmetici prodotti esclusivamente nel rispetto delle discipline di settore, semilavorati, quali fibra, canapulo (residuo legnoso), polveri, cippato (biomassa ligno-cellulosica), oli e carburanti per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori tra cui quello energetico, materiale destinato alla pratica del sovescio (pratica agronomica per aumentare la fertilità del terreno), materiale organico destinato ai lavori di bioingegneria o prodotti utili per la bioedilizia, per la bonifica di siti inquinati ecc…n.d.r.)”.

Sicché, secondo la Suprema Corte “la cessione, la vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico dei derivati della coltivazione di cannabis sativa L. quali foglie, inflorescenze, olio,  resina, sono condotte che integrano il reato di cui all’art.73 , DPR n.309/1990 (Testo unico sugli stupefacenti), anche a fronte di un contenuto di THC inferiore ai valori indicati dall’art.4, commi 5 e 7, legge n.242 del 2016, salvo che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività”.

Occorre, in sostanza, verificare la rilevanza penale della singola cessione, ma forse questo potere di stabilire l’efficacia drogante sarebbe meglio che venisse stabilito dal legislatore per evitare le inevitabili interpretazioni che potranno fare i giudici di merito in mancanza di una norma generale che stabilisca le coordinate idonee a configurare l’effetto psicotropo della sostanza.

Nell’attesa, sarebbe auspicabile una profonda riflessione sulla politica antidroga nel nostro Paese che privilegiasse l’aspetto della prevenzione e della tutela della salute di tutti, in particolare dei giovani e giovanissimi sempre più oggetto di “attenzioni” da ignobili spacciatori, anche insospettabili, che vendono droghe a buon mercato per ampliare la domanda.

La ripresa dell’azione antidroga

In dati in materia sono allarmanti (da anni lo andiamo ripetendo) ed indicano come sia aumentata la produzione mondiale di oppio e di cannabis (ma anche di cocaina) e nel nostro Paese si sia registrato anche un incremento nelle morti per intossicazione acuta da stupefacenti (overdose, un più 12,84% nel 2018 rispetto al 2017 ed un più 7% nei primi nove mesi del 2019 rispetto al 2018) e, quel che più preoccupa, è diminuita l’età dei consumatori.

Ed è questo l’aspetto più preoccupante di quella guerra che per il Capo della Polizia “ci impegnerà per molto tempo” anche se, è opinione diffusa, è già persa da tempo. Eppure Gabrielli ha ribadito il concetto fondamentale di una prevenzione reale da fare in questo campo.

Una prevenzione che, in effetti, è carente da decenni (anche per una diffusa disattenzione sul tema da parte della politica), mentre va avanti quella di repressione svolta dalle forze di polizia (anche da quelle locali che in alcune città si sono “attrezzate” per tale attività).

Così, dopo il rallentamento (fisiologico) del contrasto al narcotraffico del periodo estivo (agosto, in particolare), è ricominciata quella che abbiamo indicato come la fatica di Sisifo di poliziotti e carabinieri contro trafficanti e spacciatori.

I dati provvisori di settembre, elaborati dalla DCSA il 9 ottobre scorso, confermano la ripresa delle operazioni antidroga (1.886) di cui 256 a Milano, 207 a Roma e 109 a Napoli, con 2.392 persone complessivamente denunciate all’autorità giudiziaria (di cui 792 stranieri e 105 minori), con il sequestro complessivo di 1.431,81kg di stupefacenti di cui 46,51kg di eroina, 84,01kg di cocaina, 241,93kg di hashish, 978,63kg di marijuana e 5.232 dosi/compresse di droghe sintetiche (il record dell’anno).

Record mensile anche per le piante di cannabis (49.885) scoperte in ben 78 province (anche questo un record assoluto), tra cui Foggia (13.128), Cagliari (9.473), Ragusa (7.000), Agrigento (4.439), Sassari (3.042), Reggio Calabria (2.398) e Nuoro (1.688).

I maggiori sequestri di cocaina si sono avuti a Roma con 16,45kg, a Modena (carico in transito) con 16,26kg, a Milano con 9,17kg e a Cagliari con 5,80kg.

Da annotare che in Sardegna continuano a registrarsi sequestri di eroina e cocaina nei confronti di corrieri nigeriani (cosiddetti ovulatori o ingoiatori di droghe), mentre il confine terrestre con l’Austria, Vipiteno (Bolzano) in particolare, si conferma punto di ingresso strategico per la cocaina proveniente dai porti olandesi e belgi (il sequestro, il 9 ottobre scorso, di circa 120kg di “polvere bianca” scoperta dai poliziotti del Brennero a bordo di due auto ne è l’ulteriore conferma).

Si tratta, comunque, di piccoli ma importanti successi delle nostre forze dell’ordine in un contesto generale in cui, purtroppo, “lo spazio o il vuoto per la droga diventa sempre più incolmabile” come ha ricordato alcuni giorni fa Antonio Polito nel suo editoriale “I colpevoli silenzi e la droga” (Corriere della Sera dell’11 ottobre scorso).

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