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Riina, “la Falange Armata” e l’indigestione

di Rino Giacalone il . L'analisi

E’ curioso che mentre la Commissione nazionale antimafia cerca di capire bene cosa accade dentro le nostre carceri, il via vai dell’intelligence, il cosiddetto protocollo “farfalla”, quello che cioè permetterebbe ai servizi segreti di potere frequentare senza mai comparire le celle dei boss delle mafie, un capo mafia del calibro di Totò Riina abbia la possibilità di uscire dalla sua cella, star fuori alcune ore e poi rientrare a causa di un malore che da gravissimo si è trasformato a grave e infine si è dimostrato essere magari curabile nell’infermeria del carcere.

Un boss soggetto al 41 bis che finisce in ospedale per una “indigestione”. Saremmo curiosi di conoscere il menù riservato ai boss. Battute a parte è chiaro che qualcosa è accaduto. Il boss sta male, esce fuori la notizia che è gravissimo, così da spiegare quel trasferimento in ospedale, il legale che fa sapere ai giornalisti di aver informato i familiari di Riina che il loro congiunto è in condizioni gravissime…e poi salta fuori l’indigestione solo quando si apprende che Totò Riina è tornato in cella. Oggi Riina ha rinunciato alla presenza al processo sulla trattativa. Ha accolto forse l’invito della “Falange Armata” che gli ha mandato a dire di “non parlare”? E così per togliere ogni occasione Riina oggi è rimasto nella sua cella, lo immaginiamo intento a prepararsi qualche tisana per riprendersi. Attento anche a non aprir bocca. Nelle nostre carceri indubbiamente c’è qualche cosa che non funziona. I capi mafia vengono tenuti tanto sotto controllo e viene da pensare che vengono fatti parlare quando c’è bisogno di far sentire la loro voce e vengono messi a tacere quando magari le loro parole possano risultare non gradite.

L’aggravamento delle condizioni di Binnu Provenzano fanno altrettante parte del capitolo dei misteri che si assommano dentro le nostre carceri. Pensate un imputato accusato di gravissimi delitti e stragi, come il castellammarese Gino Calabrò, il lattoniere che preparò l’autobomba di Pizzolungo (strage del 2 aprile 1985), da qualche anno non è più al 41 bis. Il killer della mafia trapanese, Vito Mazzara, il mafioso rispetto al quale altri mafiosi sono stati intercettati a dire quanto lui sia importante e che bisogna preoccuparsi che non decida di pentirsi “perché lui è un pezzo di storia”, anche lui non è al 41 bis. Così per far alcuni nomi. Durante un processo a Trapani fu pronunciato da Leoluca Bagarella il famoso proclama contro il 41 bis.

E’ però incredibile come quello che è successo in questi giorni sia passato quasi sotto silenzio, l’unico ad alzare la voce è stato il deputato del Pd Davide Mattiello. Ha presentato una interrogazione al ministro della Giustizia che ha lanciato giustamente l’allarme: “Riina – spiega Mattiello – e’ stato protagonista nei giorni scorsi di una vicenda dai contorni oscuri, mittente di minacce nei confronti dei magistrati di Palermo e destinatario, a sua volta, di un’intimidazione contenuto in una lettera della fantomatica Falange Armata. Per tutti questi motivi chiediamo al ministro della Giustizia di confermare che il suo momentaneo e breve trasferimento in ospedale fosse indispensabile, che le strutture mediche del carcere non fossero sufficienti per i dovuti accertamenti medici e di verificare puntualmente con quali persone Riina sia entrato in contatto nel corso dell’episodio”. Bene ha fatto Mattiello, male hanno fatto altri a stare in silenzio. Speriamo che a questi torni la parola. E che si possa capire se Totò Riina andando in ospedale abbia potuto incontrare qualcuno. Con chi ha parlato il boss?

 

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Rino Giacalone

Giornalista siciliano, da tanti anni segue la cronaca nera e giudiziaria in particolare della provincia di Trapani, ed oggi è una delle firme dalla "periferia" per "Il Fatto Quotidiano". Ha seguito le più importanti inchieste sulla ricerca dei latitanti e del super latitante Matteo Messina Denaro nonché sulle connessioni tra la mafia, la politica e l'imprenditoria; ha seguito dandone resoconti inappuntabili i processi e da ultimo quello per il delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno, indagine questa rispetto alla quale è riconosciuto essere uno degli artefici delle sollecitazioni che hanno portato la Dda di Palermo a non archiviare le indagini. Attento osservatore della realtà siciliana e trapanese, si è spesso scontrato con la politica che a proposito di mafia ha sempre scelto profili bassi se non talvolta di deliberata connivenza. Perchè sostengo Libera Informazione? Perchè qui si trova la informazione libera e qui ogni giorno si continua a fare palestra di giornalismo con gli insegnamenti del direttore Roberto Morrione.

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