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Il concetto di razza? Elaborato dal diritto per discriminare

di Piero Innocenti il . L'analisi

Gian Antonio Stella, un mese e mezzo fa, ha scritto (cfr. Il Corriere della Sera del 13 luglio, pag.50) sulla interessante iniziativa assunta pochi giorni prima dal Parlamento francese di cancellare dalla Costituzione la parola “razza”, modificando il testo così: “..la Repubblica combatte il razzismo, l’antisemitismo e la xenofobia..” e “.non riconosce l’esistenza di alcuna presunta razza”. Se è vero che eliminare dalla Carta fondamentale di una Nazione, un termine così “immondo” non risolve il problema, perché i razzisti restano sempre, è pur vero che una mossa del genere può servire a dare una buona “spallata” ad un atteggiamento culturale sempre troppo e purtroppo diffuso. Per cercare di capire da dove abbia avuto origine il concetto di razza, bisogna rifarsi all’Europa del Settecento, quando scienziati e accademici di varia estrazione iniziarono a catalogare minerali, vegetali, animali, esseri umani. Si decisero, così, le razze che conformano l’umanità, come diverse per civiltà, bellezza, sapienza, forza. Si stilarono, con criteri soggettivi, ambigui, a volte ridicoli e contraddittori, le graduatorie dei popoli più belli, più evoluti, più intraprendenti, più intelligenti. In generale, neri ed ebrei sono sempre finiti in fondo alle classifiche. In un tempo in cui si andava diffondendo l’universalità dei principi, il razzismo fu anche utilizzato per recuperare il “senso di appartenenza” ad una comunità selezionata, “eletta”. Se gli esseri umani erano proclamati “uguali” , vi erano le “eccezioni” che servirono a giustificare le schiavitù, a legittimare la borghesia occidentale che emergeva come “razza superiore”, a legittimare il dominio delle potenze sulle colonie. La razza, in realtà, è una grande bugia divenuta, nel tempo, un “fatto” e cristallizzata in una realtà socio-giuridicamente determinata. E’ il diritto che costruisce le identità. La razza non è una questione di pigmentazione della pelle o di altri fattori genetici ma di leggi elaborate e imposte. Per esempio, l’ordinamento nazista riteneva sufficiente “una goccia di sangue ebreo” per stabilire che una persona fosse di razza giudaica, anche se non aveva praticato l’ebraismo e non era neanche a conoscenza delle sue origini semite. Si può dire che, oggi, in Italia, i migranti stiano subendo un processo analogo di emarginazione fondata ancora una volta su presupposti razziali? A me pare di si. Quando il nostro paese è divenuto di immigrazione, la legislazione, che doveva regolare il nuovo processo non ha avuto come obiettivo quello di permettere ai nuovi arrivati di partecipare da pari ai benefici offerti dall’essere in Italia. Al contrario, si sono approvate leggi e sviluppate politiche ( e prassi amministrative) cariche di pregiudizi, che hanno costruito la “minorità” dei migranti. La legge del 1992 sulla cittadinanza  e il trattamento degli immigrati irregolari esprimono chiaramente questa tendenza. Il razzismo sistemico istituzionale, poi, ha determinato (determina) danni anche collaterali sul piano culturale. Si pensi alle esternazioni razziste di leader politici ed uomini delle istituzioni che producono emulazione e legittimano intolleranza e violenza. Gli episodi in questo senso, anche recentissimi, non mancano.

Alcuni giorni fa, il 24 agosto, a Washington, migliaia di persone si sono radunate per ricordare quello che era il “sogno” di Martin Luther King, un’America liberata dal razzismo e dall’ineguaglianza sociale. Oggi anche io ho il mio sogno: vedere riscritto l’articolo 3 della nostra “bella” Costituzione senza quella “brutta” parola di “razza”. Sarebbe un segnale importante anche da noi dove ancora molti, troppi, quando non offendono, continuano a trattare con pietistico paternalismo quelli reputati “inferiori”.

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