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Il racconto ai magistrati del prefetto Fulvio Sodano… “favoreggiatore” dello Stato

Rino Giacalone il . Dai territori, Sicilia

Cinque pagine fitte fitte. Il verbale di un interrogatorio su carta
intestata della Procura della Repubblica di Trapani. In fondo, alla
fine di quel verbale che reca la data del 22 luglio 2004,  le firme di
un magistrato, il pm Andrea Tarondo e quella di un prefetto, Fulvio
Sodano. Dentro c’è scritto il racconto di una storia, di un compito che
è stato impedito di assolvere in pieno, fino in fondo, ossia la
gestione e l’utilizzo dei beni confiscati, cosa che in provincia di
Trapani forse non doveva andare come è andata, e dove alla fine quando
era impossibile tornare indietro, qualcuno doveva pagare.

Fulvio
Sodano fu “cacciato” via da Trapani nell’estate del 2003 dall’allora
Governo Berlusconi, ministro dell’Interno Beppe Pisanu oggi presidente
della commissione nazionale antimafia. La commissione che ha pure
tentato nella passata legislatura e in quella prima ancora di
affrontare la questione, ma non trovò unanimi visioni. “Signor prefetto
ma lei sta favorendo troppo la Calcestruzzi Ericina”. Quella non era
una impresa qualsiasi, era una ditta confiscata alla mafia, che era
diventata patrimonio dello Stato. Favorire perciò la Calcestruzzi
Ericina significava appoggiare lo Stato. E quella era la ocsa che stava
facendo a Trapani il prefetto Fulvio Sodano, massima espressione dello
Stato non poteva fare altro. Chi gli si rivolse a lui dandogli del
“favoreggiatore”, secondo il racconto di Fulvio Sodano al magistrato
che andò a sentirlo, fu l’allora sottosegretario all’Interno senatore
Antonio D’Alì.

Non è una storia nuova quella che si sta
scrivendo. La faccenda è conosciuta. Un paio di processi sono stati
celebrati, le sentenze hanno accertato una serie di cose accadute a
Trapani tra il 2001 e il 2005. A 20 anni è stato condannato il capo
mafia di Trapani “don” Ciccio Pace, 8 anni di carcere ha avuto inflitti
il suo braccio destro l’imprenditore Vincenzo Mannina. Pace era quello
che voleva togliere di mezzo la Calcestruzzi Ericina in un periodo in
cui a Trapani stavano arrivando milioni di euro di finanziamenti per
fare bello e moderno il porto e gli imprenditori mafiosi si vantavano
di potere controllare quelle opere pubbliche in corso di appalto perché
possedevano bandi e capitolati di gara ancora prima che venissero
pubblicati. Non c’era bisogno sotto la “regia” di “don” Ciccio Pace che
gli appalti venissero pilotati tutti, le imprese che se li
aggiudicavano sapevano che prima di cominciare i lavori dovevano andare
a bussare a certe porte, e che i materiali per i cantieri, gli inerti,
sabbia e pietrisco, il ferro, il cemento solo da certe imprese doveva
essere comprato. “Don” Ciccio Pace aveva la sua impresa, la
Sicilcalcestruzzi, le quote le aveva comprate, ufficializzando così la
sua presenza che esisteva già da anni sottobanco, con i soldi ottenuti
per un risarcimento per ingiusta detenzione. Per vendere gli inerti
c’era l’impresa di Vincenzo Mannina, per gli asfalti quella di un altro
imprenditore che faceva parte della cupola, Tommaso Coppola. Il ferro
lo vendeva in esclusiva Nino Birrittella, l’uomo che dopo l’arresto ha
deciso di uscire da Cosa Nostra raccontando ogni segreto di quella
cupola fatta di imprenditori: non ha accettato alcun programma di
protezione, ha chiesto di rimettersi sulla corretta via rimettendosi a
lavorare, pronto a saldare i suoi conti con la giustizia quando
arriverà questo momento. Una storia del tutto diversa da quella per
esempio seguita da Tommaso Coppola che, come di recente ha svelato
l’operazione antimafia “Cosa Nostra resorts”, dal carcere ha cercato di
continuare a gestire in modo truffaldino le sue imprese, ha cercato di
continuare a colloquiare con i politici, a parlare attraverso
intermediari col prefetto Giovanni Finazzo successore di Sodano a
Trapani, perché le commesse alle sue aziende non venissero fermate.

Ma
torniamo agli appalti e al cemento. Dopo la confisca la Calcestruzzi
Ericina, era il 2000 cominciò a registrare un calo nelle commesse.
Magicamente gli imprenditori che costruivano palazzi e realizzavano
opere pubbliche non andavano più in quell’impianto a comprare cemento.
Nessuno è mai venuto a dire che ci fu un ordine, un passaparola, ma è
quello che avvenne senza suscitare tanto scandalo. Ecco il racconto al
magistrato da parte del prefetto Fulvio Sodano comincia proprio da
questo punto.

 “Non appena assunte le funzioni di
prefetto di Trapani mi resi conto che la situazione
dell’amministrazione dei beni confiscati alla mafia era estremamente
grave, nel senso che erano numerosissimi i beni confiscati ma mai
assegnati e che molti di tali beni erano ancora nella materiale
disponibilità dei soggetti mafiosi cui erano stati confiscati.
Immediatamente mi attivai per promuovere incontri con tutti gli enti
interessati per tentare di fare attivare le procedure burocratiche di
assegnazione incontrando difficoltà ed inerzie, per asserita mancanza
di personale”.

Il prefetto Sodano a quel punto
cominciò ad incontrare gli amministratori dei beni confiscati. Fu
quello il momento in cui ebbe a conoscere gli amministratori della
Calcestruzzi Ericina, il dott. Luigi Miserendino e l’avv. Carmelo
Castelli: “Mi rappresentarono l’immobilismo del Demanio
rispetto alle loro richieste e mi dissero che nonostante l’ottima
qualità di calcestruzzo prodotto, venduto ad un prezzo più basso degli
altri concorrenti, incontravano fortissime difficoltà di mercato e il
fatturato ogni giorno scendeva sempre di più. Mi dissero che l’azienda
rischiava di chiudere”. Il prefetto Sodano comprese subito le
conseguenze: “Decisi che un bene acquisito dallo Stato che aveva sia un
forte valore simbolico sul territorio sia una incidenza importante in
un settore strategico per la mafia quale quello del calcestruzzo,
doveva essere salvato e diventare l’emblema della rivincita dello Stato
sull’antistato”.

La prima persona con la quale il
prefetto Sodano affrontò l’argomento fu con l’allora presidente
dell’Associazione degli Industriali Marzio Bresciani: “Gli
dissi che non capivo come mai a fronte di un prezzo e qualità migliori
i suoi associati preferissero rifornirsi altrove, lasciai intendere che
paventavo una possibile interferenza mafiosa. Quindi lo pregai anche in
considerazione dell’economicità e della qualità del prodotto, di farsi
portavoce presso i suoi associati, magari quelli che più gli erano
vicini, di valutare la possibilità di rifornirsi anche presso la
Calcestruzzi Ericina……Dopo alcuni giorni saputo che presso il porto
erano in corso consistenti lavori contattati con le stesse motivazioni
addotte nel colloquio con Bresciani il comandante del Porto Agate
perché si facesse presente alla ditta appaltatrice la convenienza a
comprare cemento dalla Calcestruzzi Ericina….Tempo dopo seppi che gli
interventi avevano sortito un certo effetto gli amministratori della
Calcestruzzi Ericina mi dissero che si era allontanato il rischio della
chiusura”.

Il prefetto Fulvio Sodano però ancora
non sa che quei suoi interventi avevano cominciato a sortire fastidio
dentro Cosa Nostra trapanese, lui era diventato “tinto” e don Ciccio
Pace cominciava a dire che quel prefetto doveva andare via. Nel giugno
del 2002 l’editore di una emittente locale, Giuseppe Bologna, manager
di Tele Scirocco, incontrandolo gli disse che giravano certe voci sul
suo conto circa un possibile trasferimento: “Confidenzialmente
mi disse di avere saputo che i principali referenti di Forza Italia
nella provincia di Trapani avevano chiesto nel corso di un incontro
l’allontanamento da Trapani del prefetto, del procuratore e del
dirigente della squadra Mobile. Alla cosa non diedi peso”.

 

Il
prefetto Sodano continuò la sua attività sui beni confiscati e a favore
della Calcestruzzi Ericina. Nelle riunioni ufficiali però cominciarono
ad emergere faccende strane: “Fu quando discutemmo con
Comune di Favignana e Soprintendenza delle sorti dell’impianto di
calcestruzzo che l’Ericina possedeva a Favignana. Quello era l’unico
impianto. Mi colpì l’affermazione del rappresentante comunale che mi
disse che una volta terminati i lavori di costruzione di una galleria
non c’era più necessità di avere un impianto sull’isola”.

Come se a Favignana nessuno avrebbe più costruito e usato cemento che a
quel punto se l’impianto avesse chiuso doveva arrivare da Trapani con
gli inevitabili costi maggiorati per il trasporto.

Il prefetto
avverte che c’è qualcosa di strano che si muove attorno alla
Calcestruzzi Ericina. A porre ostacoli non sono malavitosi, mafiosi,
imprenditori poco raccomandabili, si fanno avanti le istituzioni. Gli
uomini potenti della politica: “Durante una manifestazione
ufficiale in prefettura fui avvicinato dal senatore D’Alì Antonio,
sottosegretario all’Interno, il quale mi chiese spiegazioni in ordine
al mio comportamento relativamente al “favoreggiamento” operato nei
confronti della Calcestruzzi Ericina che in base a notizie che aveva
avuto da altri avrebbe alterato il libero mercato del calcestruzzo,
determinando una sleale concorrenza alle altre aziende del comparto.
Gli spiegai quali fossero le motivazioni del mio comportamento e anzi
mi meravigliai di quelle doglianze perché in realtà il mio
atteggiamento tendeva esclusivamente a contrapporre una azione forte
dello Stato ai poteri mafiosi. In sostanza avrei voluto che un bene
ormai di proprietà dello Stato potesse sopravvivere in maniera
emblematica contro tutti i tentativi della mafia di riappropriarsene o
di distruggerlo. Subito dopo il sottosegretario mi disse che se le cose
stavano così non aveva altro da dirmi se non che per l’avvenire questi
interventi li dovevo fare esclusivamente in prima persona
(era successo che per i lavori al porto aveva delegato il suo vicario dott Sciara a colloquiare col comandante Agate ndr)”.

Tra
un colloquio e un altro, tra una riunione ed un’altra, ra un intervento
e un altro, accadeva frattanto che i mafiosi aumentavano il livello di
fastidio. Don Ciccio Pace andato fino a Catania per discutere con un
imprenditore che aveva preso una grossa commessa per il porto di
Trapani, e perciò patteggiare le forniture, si sentì dire che il
prefetto si era fatto avanti a favore al solito della Calcestruzzi
Ericina. Ai mafiosi perciò non restava altro che liberarsi di
quell’impresa che toglieva loro affari. Se non poteva fallire allora
doveva essere rilevata da un loro uomo. Certo non si dovevano spendere
grossi cifre. Sarebbe bastata una sottostima e il gioco era fatto. Su
questo asptto c’è un nuovo processo in corso, alla sbarra un ex
funzionario del Demanio, Francesco Nasca, a lui il compito di redigere
una stima per vendere per pochi euro la Calcestruzzi Ericina. Certo
c’era da convincere il prefetto Sodano che vendere era conveniente. Il
verbale col racconto del prefetto Sodano è stato depositato proprio
adesso in questo processo. Sodano era stato chiamato a testimoniare ma
la malattia che gli ha già tolto l’uso della parola ne rende oltremodo
difficili e quasi impossibili gli spostamenti. E così nel processo in
corso il pm Tarondo ha depositato questo verbale.

Ai mafiosi a
fine 2002 balena l’idea di sollecitare la vendita della Calcestruzzi
Ericina. Nel gennaio 2003 il prefetto Sodano racconta di avere ricevuto
una visita. “Mi fu chiesto un incontro da parte del
presidente di Assindustria Marzio Bresciani e del direttore Francesco
Bianco. All’incontro si presentò anche l’imprenditore Vito Mannina. Mi
fu consegnata la proposta per la nomina a cavaliere dello stesso
Mannina. Durante la riunione incidentalmente fu avanzata la proposta di
acquisizione da parte dell’impresa Mannina della Calcestruzzi Ericina
con assorbimento da parte dell’impresa MMannina di manodopera e
acquisizione dei beni aziendali. Feci presente che in questo
interlocutore principale era l’Agenzia del Demanio, uno degli
interlocutori, forse Bianco, mi fece presente che loro avevano già
sentito il geometra Nasca che aveva già dato il suo assenso. Poiché ero
a conoscenza che da alcuni mesi Nasca era stato sollevato dai suoi
incarichi in materia di beni confiscati mi meravigliai con loro per
essersi rivolti a tale soggetto, comunque rinviai ogni altra
discussione ad altra seduta successiva, Per me portare avanti quella
richiesta significava abdicare alle mie iniziali decisioni che andavo
perseguendo, incarica il capo di gabinetto di contattare l’associazione
degli industriali per dire che della loro proposta non se ne faceva
nulla. Con l’Assindustria ebbi comunque un altro incontro, erano stati
molto insistenti nel chiederlo, stavolta c’era presente il figlio di
Vito Mannina, Vincenzo, fu l’occasione per manifestare di persona tutte
le mie perplessità, ma feci presente che siccome la titolarità era del
Demanio, potevano rivolgersi a quell’ente, feci loro capire che se
fosse stato chiesto il mio parere sarebbe stato negativo”.

La
Calcestruzzi Ericina non fu venduta. Gli imprenditori non ci provarono
nemmeno a parlare con i funzionari dell’Agenzia del Demanio e con chi
aveva tolto l’ex funzionario Nasca da quella poltrona. Per capire chi è
Nasca basta ricordare un episodio, di quelli che non sono entrati in
alcun fascicolo giudiziario. Tra i beni confiscati che restavano in uso
ai mafiosi e ai loro congiunti vi era la casa del boss mafioso Vincenzo
Virga. Il prefetto Sodano ordinò l’azione di forza facendo sgombrare la
palazzina di tre piani dalla moglie e dai figli del boss.
Quell’edificio nel marzo del 2001 fu assegnato alla comunità dei
giovani di Padre Salvatore Lo Bue. C’è una foto che ritrae la consegna
delle chiavi da parte di Nasca a padre Lo Bue. Quest’ultimo qualche
giorno dopo dovette restituire quelle chiavi. Le procedure seguite non
erano corrette. La casa per sette anni è rimasta vuota in attesa di
nuova assegnazione. Cosa che è avvenuta l’anno scorso.

Il
prefetto Sodano nel luglio del 2003 presiede in prefettura la sua
ultima riunione da prefetto di Trapani. E’ una riunione che mette le
basi perché i beni confiscati mai più restino inutilizzati. Al suo
fianco c’è seduto il presidente di Libera Luigi Ciotti. Personalmente a
me confidò: “Vado via per questa riunione”.

E’ a conoscenza dei
motivi del suo trasferimento da Trapani ad Agrigento? Si trattava di un
trasferimento già programmato? E’ questa l’ultima domanda rivolta al
prefetto Sodano dal pm Tarondo durante quell’interrogatorio del luglio
2004. Sodano così risponde: “Ho avuto conoscenza del mio
trasferimento nel tardo pomeriggio del giorno precedente la seduta del
Consiglio dei Ministri. Mi telefonò il capo di gabinetto del ministro
facendomi presente che l’indomani sarei stato nominato prefetto di
Agrigento. Alle mie rimostranze basate sul mio momento non facile di
salute, noto al ministero, e per il quale avevo chiesto di rimanere a
Trapani almeno altri sei mesi, ebbe a dirmi che la distanza che
rispetto ad Agrigento c’era con Palermo era identica a quella con
Trapani, mi invitò a prendere servizio ad Agrigento perché
l’amministrazione mi sarebbe stata vicina. Tutto questo avveniva mentre
non molto tempo prima aveva avuto garanzia che per un po’ di tempo non
sarei stato trasferito. All’epoca di quel mio trasferimento molti altri
colleghi che avevano raggiunto le loro sedi in concomitanza con la mia
assegnazione a Trapani erano ancora in quelle stessi sedi”.     

Una
sentenza quella che ha condannato “don” Ciccio Pace a 20 anni di
carcere scrive che l’azione dei mafiosi fu rivolta contro un uomo
valoroso e coraggioso, il prefetto Fulvio Sodano. Un prefetto al quale
la città di Trapani tramite il suo attuale sindaco, l’avv. Girolamo
Fazio, continua a negare la cittadinanza onoraria Ma in fin  dei conti
di questo i trapanesi non se sono forse occupati abbastanza.

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