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Democrazia sospesa, storie da non dimenticare

Di Stefano Fantino il . Dai territori, Liguria

Da Bolzaneto alla Diaz. Di violenza in violenza. Ci si ricorderà
tra qualche anno che in un Stato come quello italiano è stata sospesa
la democrazia? O che si siano avallati comportamenti che hanno, di fatto,
sospeso il diritto? Pochi giorni fa è stata emessa la sentenza di primo
grado per i fatti della caserma di Bolzaneto. Imputati in 45, tra forze
dell’ordine e medici. Solo in 15 sono stati condannati peraltro a pene
minime che saranno indultate e prescritte. Reato di tortura? Assolutamente
no, la nostra legislazione non lo prevede e nessuno ha mai pensato,
negli anni, che potesse accadere nel nostro “civilissimo” paese.
E pure quel riconosciuto reato di “abuso di ufficio” invocato dai
pubblici ministeri e riconosciuto dalla sentenza, non ha un riscontro
effettivo nelle condanne. Pronte ad essere spazzate via e presto dimenticate. 

I limiti di una sentenza come quella di Bolzaneto risiedono quindi,
non tanto nella minima condanna inflitta, quanto nel fatto che da quella
decisione non venga fuori forte e veemente la necessità di porre il
rispetto delle regole come una prerogativa indispensabile, in primis
da parte delle forze dell’ordine. La mancanza di una legge specifica,
la sensazione di poter ancora una volta distogliere gli occhi, non fa
un grande servizio a chi ritiene fondamentale il rispetto delle regole,
come è giusto, in qualità  principio fondamentale della democrazia. 
Ieri le violenze del G8 sono tornate in tribunale. Non una sentenza,
ancora no. Ma la conclusione della requisitoria dei pubblici ministeri
Zucca e Cardona Albini che portano avanti l’accusa nel processo per
l’assalto e i pestaggi nella scuola Diaz.

 Parole dure quelle dei pm
che riportano con forza al centro del dibattito la necessità di tutelare
il diritto, la democrazia le regole. «Un poliziotto che non è fedele
alle leggi dello Stato è una minaccia alla democrazia ben più grave
di chi lancia le molotov per strada». Questo l’esordio del pubblico
ministero Enrico Zucca prima di chiedere per gli imputati 109 anni di
reclusione.  Una richiesta che vuole punire quella sostanziale
sospensione del diritto che è avvenuta in quei giorni. Il processo
alla Diaz potrebbe essere quindi una occasione per il Paese: quella
di ammettere senza remore la realtà di ciò che è avvenuto  e
ribadire con forza la necessità di non far passare sotto silenzio la
violazione di regole base che guidano la vita di polizia. Ipotizzando
nella conclusione che la ricostruzione giudiziaria vuole mettere in
luce un abuso di potere che costituisce un sintomo di un male oscuro
della Polizia Italia.  L’assalto alla scuola, durante le tensioni
devastanti del G8 del 2001, è stata la risposta insensata e cieca di
forze dell’ordine che si credevano libere di sospendere lo stato di
diritto, lì in quella scuola, protetti da quelle mura.

Nel climax ascendente
di tensione nella Genova di sette anni fa chi ha permesso che questa
spirale di violenza e diritti negati venisse così liberamente lasciata
irrompere contro i manifestanti? Il dibattito processuale riprenderà
il 17 settembre prossimo quando parlerà la difesa. Per la sentenza
di primo grado si dovrà aspettare novembre. Nella speranza che in questo
caso la memoria e il ricordo di quanto di grave è stato commesso non
venga cancellato con un deciso colpo di spugna.

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