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Grasso: i pm vadano nelle scuole

Di Anna Foti il . Calabria, Dai territori

“Senza una forte impronta di ordinaria straordinarietà nel contrasto alla ‘Ndrangheta non si creeranno  le condizioni per sollevare la testa”. Questa la strada tracciata dal procuratore nazionale Antimafia, Piero Grasso, affinchè la rivolta delle coscienze, di cui la Sicilia comincia a beneficiare e che invece in Calabria sembra lontana, possa toccare anche la cittadinanza calabrese. Non solo premiazioni e riconoscimenti all’impegno di diverse professionalità, ma anche incontro con i giovani e dibattito su tematiche di stringente attualità nella lotta di contrasto alla criminalità organizzata. Anche quest’anno la giornata reggina della “Gerbera Gialla” approda in riva allo Stretto, prima di essere accolta nel comune di San Luca e di Firenze e dopo avere già offerto occasioni di dibattito Crotone, Palmi, Oppido Mamertina, Cinisi, Gela. La manifestazione promossa dall’associazione antimafia “Riferimenti”, presieduta da Adriana Musella, ha raggiunto il culmine lo scorso 3 maggio a Salerno dove è stato ricordato l’assassinio del padre, Gennaro Musella, avvenuto nella nostra città quello stesso giorno del 1982. A Reggio Calabria, lo scorso 12 maggio, un’altra intensa giornata di memoria, riflessione e dibattito che nel pomeriggio ha riunito per la consegna del premio Gerbera Gialla 2008, presso il salone dei Lampadari di Palazzo San Giorgio, sede del Consiglio Comunale.

A Reggio Calabria Grasso ha presieduto anche il vertice della Dda reggina, dopo il terremoto-cimici. Grasso è di poche parole sull’argomento, ma le sue dichiarazioni dei giorni scorsi hanno sottolineato la gravità dell’accaduto definendolo un episodio preoccupante al pari della fuga di notizia che di recente avrebbe pregiudicato l’incolumità degli interessati e l’operato del Dipartimento applicazione della pena. Sarebbero infatti stati resi noti, in violazione dell’obbligo di fedeltà allo Stato, particolari di conversazioni fra boss siciliani e calabresi, registrate nel carcere di Tolmezzo, in provincia di Udine, in prossimità delle elezioni. Trattasi di elementi che avrebbero dovuto restare nella sola disponibilità degli inquirenti, dunque segreti, poiché consentono di ricostruire unioni e intenti che legherebbero boss di Cosa Nostra e della ‘Ndrangheta su cui stanno indagando le procure di Napoli, Palermo e Reggio Calabria.
 
Presso la sede di Riferimenti, bene confiscato alla cosca Lo Giudice, numerosi studenti hanno colloquiato nella mattinata con il procuratore della Dna. Un segno tangibile di una strategia di contrasto che non può e non deve essere compiuta solo a colpi di arresti e retate ma che necessita di questo vitale completamento di carattere educativo e culturale. “Non sarebbe nostro compito istituzionale. Lo facciamo perché ci crediamo”. Risponde così, tuttavia, il procuratore Grasso all’invito rivolto dal giornalista dell’Ansa Calabria Filippo Veltri, il quale sottolinea la specificità e la pericolosità della ‘Ndrangheta. La sua forza – spiega Veltri – non potrà essere scalfita se i magistrati non torneranno nelle scuole a parlare di legalità, contribuendo così a valorizzare la percezione dei colpi decisivi che anche in Calabria sono stati sferrati contro la criminalità. La zona grigia in cui si annida la ‘Ndrangheta – ha continuato – è dilagante e di gran lunga superiore a quella che caratterizza il fenomeno siciliano”.

Sul profilo dell’educazione e dell’efficacia delle iniziative che scaturiscono da azioni culturali, più che da stragi, spende il proprio intervento il giornalista Lirio Abbate dell’Ansa Sicilia . “In Calabria – evidenzia Abbate –  il politico e l’imprenditore sono già dentro la ‘Ndrangheta e non fuori da essa. Dunque – rispondendo all’invito di ribellione e autoregolamentazione –  difficilmente gli imprenditori denuncerebbero sé stessi o i politici legifererebbero per limitare la propria capacità di ricoprire ruoli istituzionali”. Tutto si gioca, quindi, sul concetto di responsabilizzazione e di vittimismo paralizzante e inabilitante indicati, per il contrasto alla criminalità, come centrali dal presidente di Assindustria Sicilia Ivan Lo Bello. “E’ necessario che l’impegno istituzionale e gli anticorpi sociali agiscano parallelamente, poiché non esistono comportamenti neutri che non abbiano ricadute”. Questa l’essenza del concetto di responsabilizzazione alla base della scelta di sanzionare socialmente con l’estromissione dell’impresa dalla confesercenti, chi paghi il pizzo. “Pagare il pizzo – ha ribadito Lo Bello – non è un comportamento neutro poiché comprime il mercato e rafforza la mafia”. Non sposerebbe tale visione del fenomeno il presidente dell’Assindustria calabrese, Umberto De Rose che in più occasioni ha ribadito di non ritenere il pagamento del pizzo un atto libero, poichè preceduto da minacce, e dunque sanzionabile come potrebbe esserlo l’evasione fiscale o la corruzione di politici. Tutto ciò per altro, a suo parere, arreca alla libera concorrenza sul mercato un maggiore e più pregnante pregiudizio.

Il concetto di responsabilizzazione potrebbe servirsi anche dello strumento di raccordo tra istituzioni e coscienza comune, quale quello del riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia. Esso possiede un potenziale tanto significativo quanto rimasto inespresso e imbrigliato nella burocrazia e nei tempi lunghi della giustizia italiana. E’ lo stesso sindaco di Gela, Saro Crocetta, a sottolineare l’importanza di individuare un istituto alternativo al commissariamento giudiziario che consenta di valorizzare il bene confiscato anche nelle more del processo. “La specificità dell’uso sociale dei beni accumulati illecitamente, risiede – ha spiegato Crocetta – nella comunanza di intenti che avvicina le istituzioni e la comunità”. Ad evidenziare le problematicità, poi, il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti. Posto, dal primo cittadino reggino, un accento sulla questione dell’eccessiva responsabilità di cui sarebbero gravati gli amministratori, al momento della gestione di situazioni di occupazione abusiva del bene, ancorchè definitivamente confiscato.

Le difficoltà sono innumerevoli e alcune sono state rese evidenti a tutta la città attraverso la vicenda del bene dei Lo Giudice sito in via XXV luglio, poi assegnato all’associazione Riferimenti, quando lo stesso fu danneggiato dopo il suo sgombero forzato. Ma i problemi delle lungaggini burocratiche attanagliano anche beni già destinati al comune di Reggio Calabria, ma ad esso non ancora consegnati perché non pronti per il loro riutilizzo. “Siamo stati, dopo quello di Roma, il secondo comune d’Italia a sottoscrivere nel febbraio 2007 un protocollo con il Demanio e la Prefettura per la gestione di 48 di questi beni . Attualmente solo tre di questi beni ci sono stati consegnati e sei sono sul punto di esserlo”. Un quadro problematico che si unisce agli spunti di riflessione offerti dalla giornata.

Un confronto a più voci tra amministratori, giornalisti, cittadini e studenti con la partecipazione del procuratore nazionale Antimafia. E’ proprio Piero Grasso a chiudere i lavori. “Ciò che si rende necessario – ha detto – è un’ordinaria straordinarietà del nostro agire. In Sicilia la situazione è diversa. Cosa Nostra – ha spiegato il procuratore di origini palermitane –  si accorda e punta alla supremazia sulle altre componenti sociali. In Calabria, la ‘Ndrangheta non punta al dominio ma è seduta direttamente al tavolo delle discussioni”. Nessuna metafora è stata mai così eloquente e così aderente alla realtà.

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