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La legge è uguale per tutti anche grazie a Borrelli

Gian Carlo Caselli il . Giustizia, Istituzioni

ANNO GIUDIZIARIO: BORRELLI,Nelle aule dei tribunali campeggia la scritta “La legge è uguale per tutti”.

Una volta questa scritta faceva ridere, tanto che tutti i cabarettisti avevano sempre in canna almeno un paio di battute. Perché? Perché il diritto e chi lo amministra avevano giustificato – nei secoli – misfatti e sfruttamento. Impossibile quindi che fossero “amati”, soprattutto dai meno uguali. Impossibile che quella scritta potesse sembrare verosimile.

Le cose cambiano nei primi anni Novanta, con le indagini milanesi di Tangentopoli (cui si affianca Mafiopoli a Palermo). Un inedito sviluppo di processi per corruzione e per reati di mafia che coinvolge anche imputati eccellenti prima quasi sempre “risparmiati”. La diffidenza della gente comincia ad intrecciarsi con sentimenti di fiducia nella giustizia e nei giudici (talora persino sopra misura, con toni da tifo calcistico…).

In questa stagione un ruolo centrale di decisiva importanza ebbe Francesco Saverio Borelli, Procuratore capo di Milano, direttore d’orchestra di un pool anticorruzione affiatatissimo, formato da Gerardo D’ambrosio, Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Pier Camillo Davigo.

In un paese nel quale agli occhi dei cittadini lo stato si manifesta troppo spesso solo con i volti impresentabili dei tanti che con il malaffare hanno scelto di convivere o peggio, ecco Borrelli con la sua squadra di “portatori di legalità”. Ecco Borrelli nel ruolo di creatore di credibilità e rispettabilità dello stato, capace di restituirlo alla gente.

Certo le inchieste non furono (né avrebbero potuto essere) indolori. Furono anzi un terremoto, ma fondato su fatti, non su forzature o teoremi. Un doveroso dispiegarsi del principio di obbligatorietà dell’azione penale, finalmente un controllo di legalità almeno in prospettiva eguale per tutti.

A tutela dei propri interessi di cordata seguì l’inevitabile mobilitazione dei “nuovi potenti”, che per affermarsi avevano approfittato della crisi della Prima Repubblica (effetto anche delle inchieste su corruzione e mafia).

Costoro ingaggiarono una ossessiva battaglia personale – fatta di leggi ad hoc e di quotidiana delegittimazione – contro la magistratura, indicata come responsabile di un golpe strisciante, inserita nell’elenco degli avversari politici e colpita con leggiadre parole.

Tipo queste di Silvio Berlusconi: “I magistrati sono comunisti e, per questo, prevenuti e animati da un odio viscerale, maniacale nei miei confronti”. Senza risparmiare il pool di Borrelli, attaccato sostenendo che «le indagini milanesi sulla corruzione sono l’ultima di una serie di intimidazioni pubbliche, del tutto estranee a uno Stato di diritto, sintomi della faziosità eretta a regime giudiziario e di una gestione accanita e politicizzata della giustizia penale».

Ai “compassati” rilievi del capo, il portavoce di Forza Italia, onorevole Bondi, fece seguire la proposta di istituire una Commissione parlamentare di inchiesta «per accertare se ha operato e opera tuttora nel nostro paese un’associazione a delinquere con fini eversivi, costituita da una parte della magistratura, con lo scopo di sovvertire le democratiche istituzioni repubblicane».

Sull’onda di una ben organizzata black propaganda, anche l’opinione pubblica finì per affievolire e poi archiviare il proprio consenso (è sperimentato infatti che l’ossessiva ripetizione anche dei falsi più grossolani alla fine riesce a trasformarli in verità).

A questo sgretolamento della coscienza civica, Borrelli – nel frattempo nominato procuratore generale di Milano – cercò di reagire coraggiosamente, sia pure con evidente amarezza, con parole diventate celeberrime: “[…] nella perdita del senso del diritto, ultimo estremo baluardo della questione morale è dovere della collettività ‘resistere, resistere, resistere’ come su una irrinunziabile linea del Piave”.

Parole purtroppo destinate a soccombere contro un pregiudizio ostile già diffuso allora, che poi è via via cresciuto fino ad essere oggi (stando almeno ai sondaggi) largamente condiviso.

Il pregiudizio che porta dire che “se i magistrati vogliono governare il paese e decidere sulle sue leggi devono ottenere un mandato dal popolo sovrano…. Perché una sentenza non può valere più del voto di milioni di italiani… e gli interventi contro gli eletti sono eversione della democrazia”.

Huffington Post, il blog di Gian Carlo Caselli

Foto: DAL ZENNARO/ANSA-CD

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