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La relazione conclusiva dell’Antimafia

Piero Innocenti il . Istituzioni

commissione parlamentare antimafia bindiOnore e merito a Rosy Bindi e a tutti i deputati e senatori componenti della Commissione parlamentare antimafia da lei presieduta, per l’interessantissima e voluminosa “relazione conclusiva” (654 pagine di cui un centinaio di allegati) approvata all’unanimità, il 7 febbraio scorso, al termine della XVII Legislatura. Nessuna delle altre nove Commissioni parlamentari di inchiesta sulla mafia, a partire dalla prima istituita nel 1962, aveva svolto un’attività così intensa (245 sedute, 130 riunioni di gruppi di lavoro, 105 missioni in Italia e all’estero), elaborando sedici relazioni (anche queste approvate “sostanzialmente all’unanimità”), oltre a quella conclusiva, tra cui due contenenti proposte di legge – la riforma organica del codice antimafia e quella sulla revisione del sistema di protezione dei testimoni di giustizia – divenute, poi, leggi effettive (rispettivamente la n. 161 del 17 ottobre 2017, e la n. 6 dell’ 11 gennaio 2018).

Una relazione finale interessantissima e ben degna di diventare “bussola di orientamento” per tutti coloro che, politici e rappresentanti delle istituzioni centrali e periferiche, cittadini comuni e operatori delle forze di polizia, a tutti i livelli, vorranno leggerla e studiarla per capire il mondo mafioso odierno. In ogni pagina si è prediletta la semplicità e la chiarezza, evitando frasi molto lunghe e contorte. Insomma: un linguaggio chiaro e accessibile a tutti, perché a tutti è richiesta “partecipazione e collaborazione” necessarie al “raggiungimento dell’obiettivo di una maggiore efficacia nel contrasto alle organizzazioni criminali di tipo mafioso”.

Le mafie hanno “da tempo cambiato pelle” adeguandosi ai “cambiamenti della società, a livello locale e globale”. Di qui l’impostazione del lavoro della Commissione – svolto sempre con la dovuta attenzione per non sovrapporsi a quello svolto dalla magistratura e dalle forze di polizia – finalizzato ad “esplorare tutti i settori sensibili, dunque ogni ambito politico, economico e sociale, allo scopo di individuare i varchi di possibile contaminazione mafiosa”, per farsi promotore di modifiche legislative o sensibilizzatore nei confronti del “Governo su questioni di interesse pubblico che rivestono carattere di urgenza”. E tra le urgenze che ha rimarcato la Commissione vi è la notevole potenza del fenomeno mafioso nel livello politico-economico, il rapporto che le mafie hanno tessuto e consolidato negli anni con le istituzioni politiche, con quelle amministrative ed economiche, al punto che “la forza delle mafie non è intrinseca all’organizzazione, ma è esterna ad essa”.

Mafie che sono andate trasformandosi negli anni “assumendo formule organizzative e modelli di azione sempre più multiformi e complessi”, attribuibili a quattro dimensioni che vengono analizzate nella relazione e che sono sinteticamente riconducibili: a) al progressivo spostamento in zone diverse dai territori di origine; b) alla dislocazione di cellule “silenziose e sotterranee”, su territori anche lontani, dotate di autonomia decisionale; c) all’inserimento crescente nei settori dell’economia legale; d) alla costruzione di relazioni collusive con soggetti eterogenei per interessi e competenze, utili per fare accordi e alleanze in un mondo dove legale e illegale si confondono sempre di più. E proprio su quest’ultimo aspetto della “confusione” tra attività illegali e legali, per la prima volta, prende netta posizione critica un organismo di rilevanza costituzionale com’è una Commissione parlamentare d’inchiesta. E lo fa parlando anche di quella imbarazzante “clamorosa decisione dell’Unione europea” che dal 2014 , su indicazione di Eurostat (l’istituto statistico europeo), consente l’inserimento, nel calcolo del Pil, dei proventi, stimati, derivanti dalla prostituzione, dal traffico di stupefacenti e dal contrabbando di sigarette. Quel Pil (indicato dallo scrivente, in passato, come Pill, ossia Prodotto interno lordo “lercio”) che ha consentito al nostro paese, con l’inclusione di questi delitti che producono reddito, una crescita di circa un punto percentuale, ossia di circa 15,5 miliardi di euro, di cui ben 10 dal narcotraffico.

Decisa la censura della Commissione che vede in ciò una “sorta di riconoscimento del peso delle mafie nell’economia italiana (..) una frattura nella coerenza ordinamentale”. La conclusione, amarissima, è che “combattere le mafie e contemporaneamente riconoscere il loro ruolo di portatrici di benessere economico fa sentire tutto il peso di uno Stato in crisi, rivelando una evidente anomia, in cui la discrasia tra norme crea spaesamento nei cittadini”.

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