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Rai irredimibile? Forse, ma grazie Verdelli…

Lorenzo Frigerio il . Senza categoria

verdelli“Irredimibile”: è questo l’aggettivo che fu usato da Leonardo Sciascia, prima nel suo romanzo “Porte aperte” (1987), poi in un’intervista rilasciata al settimanale “Il Sabato” (gennaio 1988), per descrivere causticamente lo stato in cui versava la città di Palermo.
Un giudizio lapidario e amaro, senz’altro frutto delle delusioni e del riflusso successivo alle speranze di cambiamento, legate al maxiprocesso istruito dal pool antimafia guidato da Nino Caponnetto e frustrate non solo da una politica che non seppe voltare pagina, dopo decenni di collusione con le cosche mafiose, ma anche da una società civile palermitana, incapace di andare oltre l’indignazione del momento per fondare presidi di legalità democratica permanenti.
“Irredimibile”: è l’aggettivo che abbiamo accostato alla RAI, per una fulminea associazione d’idee, quando le agenzie hanno rilanciato la notizia delle dimissioni di Carlo Verdelli da Direttore editoriale per l’Offerta informativa.
Sì, non ce ne vogliano i colleghi del Servizio Pubblico, ma ci sembra proprio che si possa dire che la RAI è forse davvero irredimibile, molto più irredimibile di quanto lo sia stata Palermo che, invece, nel corso dei decenni, ha saputo, seppure con alti e bassi, lasciarsi alle spalle quel giudizio. Peccato che la maggior parte dei media, mamma RAI in primis, non ne sia accorta: è molto più comodo poter raccontare Palermo, secondo i consolidati clichè, magari con tanto di citazione sciasciana, ça va sans dire..
In queste ore, commenti autorevoli e interviste ufficiali hanno voluto spiegare la vicenda della bocciature del piano Verdelli e delle conseguenti dimissioni. Chi parla di disegni irrealizzabili, chi di proposte inaccettabili, altri ancora di confronti mancati o di veti incrociati. Pochi entrano nel merito delle proposte bocciate, ecco perché pubblichiamo un importante intervento di Andrea Melodia che condividiamo.
Detto ciò, anche se non siamo i più titolati nell’esprimere pareri, alcune questioni dal nostro piccolo  osservatorio di Libera Informazione vogliamo sottolinearle.

Gli errori di Verdelli?
Innanzitutto, ci sembra che il piano del direttore Verdelli sia stata un’occasione mancata. Purtroppo.
Un’occasione mancata innanzitutto di far fruttare al meglio le tante risorse, giornalistiche in primis, presenti all’interno dell’azienda di Viale Mazzini.
Guardiamo alcuni numeri, con assoluto beneficio d’inventario e quindi passibili di precisazioni, aggiornamenti o smentite ovviamente.
I dipendenti della RAI, secondo i dati aggiornati del MEF, sono quasi 12mila, di cui oltre 550 dirigenti. I giornalisti assunti con contratto a tempo indeterminato sono oltre 1.500. Di questi, oltre 300 sono quelli che hanno una qualifica dirigenziale, da caporedattore a salire, mentre i dirigenti non giornalisti sono 262. Gli inviati speciali a disposizione dei diversi TG sono oltre 60. Al personale dipendente vanno aggiunti gli oltre 10.000 collaboratori di varia natura che hanno contratti di tipologia giuridica diversa dall’assunzione vera e propria.
Non ci addentriamo nei costi e nelle retribuzione di questo vasto arcipelago professionale e umano, per non cadere in demagogie o invocare pubblici processi.
Ci permettiamo alcune domande però.
È stato un errore pensare di poter distribuire meglio tutte queste risorse umane, professionali (ed economiche) per poter produrre un’offerta formativa migliore e adeguata ai tempi moderni?
È stato un errore credere di migliorare la qualità dell’informazione pubblica, trasferendo il TG2 a Milano, capitale dell’editoria nazionale, dando vita contemporaneamente ad un’edizione dedicata al sud e alla lettura dei suoi territori, fuori dagli stereotipi cui siamo abituati?
È stato un errore ipotizzare una fusione tra Rainews e le testate regionali della RAI per garantire una vera copertura delle notizie in tempo reale e ridurre gli spazi per le possibili “marchette” elettorali a quell’amministrazione comunale o a quel politico?
È stato un errore credere che fosse necessario un serio investimento sui nuovi media, a partire dalla rivisitazione delle piattaforme internet della RAI e dall’avvio di un canale in inglese?
Alla luce di quanto è successo, sì, sono stati tutti errori, seppure commessi in assoluta buona fede, perché il moloch RAI non era pronto a mettersi in discussione e ha sparato a palle incatenate su chi ha dimostrato indipendenza professionale e naturale refrettarietà ai salotti romani e ai tentativi di blandirne idee e proposte, fuori dagli schemi e dalle lobbies, partitiche e non, che si contendono spazi di comando nel Servizio Pubblico.
La prova che Verdelli avesse toccato nervi scoperti e leso maestà inattaccabili è data dal modo in cui si è consumato il rapporto tra la RAI e lo stesso Verdelli.

Epilogo incredibile, ma prevedibile
Prima, a fine novembre, a pochi giorni dal referendum costituzionale, c’era stata l’incredibile fuga (?) di notizie, con la pubblicazione da parte de L’Espresso del piano editoriale. Un piano che in pochi avevano ricevuto e che, alla faccia della segretezza necessaria in quella fase delicata, era poi stato divulgato integralmente sulle colonne del settimanale. Fosse o meno la versione finale o solo una bozza, poco importa ora visti i danni prodotti.
Poi le dimissioni di Francesco Merlo, altro professionista coinvolto da Verdelli nella sua squadra, che se ne era andato usando parole durissime: “Speravo di aiutare il giornalismo della Rai a liberarsi della soffocante dipendenza della politica. Vado via perché questa missione è impossibile”.
Successivamente, mentre l’inchiesta interna avviata languiva nella ricerca del responsabile della divulgazione del piano, sono ripresi gli attacchi al suo autore, il quale fino all’ultimo ha mantenuto un riserbo che avrebbe meritato miglior attenzione.
Un’attenzione invece volutamente negata anche nella seduta del consiglio informale di qualche giorno fa, quando ad un professionista navigato come Verdelli è stata negata la possibilità di spiegare di presesenza le sue idee, difenderne l’impostazione e valutarne gli eventuali accorgimenti da apportare. Così si sarebbe dovuto fare, ma così non è stato fatto, con Verdelli tenuto fuori per ore dalla stanza in cui si parlava di lui e del suo lavoro.
A leggere la ricostruzione del vertice RAI, fatta dal noto blog scandalistico Dagospia, c’è da rabbrividire, anche se solo la metà di quanto viene scritto fosse vero…
Se al termine di quella riunione, mentre fioccavano in tempo reale le agenzie che sancivano la sfiducia a Verdelli, in assenza di smentite ufficiali, questi ha sentito l’esigenza di dimettersi, crediamo sia dovuto al fatto che la coerenza e l’indipendenza sono merci rare e non barattabili.
Per noi, che da semplici utenti continuiamo a credere nel Servizio Pubblico e scriviamo RAI in maiuscolo, il tentativo di Verdelli è stato generoso e rispettoso: innovare nel segno della tradizione vuol dire mettere in discussione equilibri consolidati e cercare di immaginare come la televisione pubblica possa assolvere oggi il mandato di essere al servizio degli italiani.
Per noi, semplici utenti, la RAI è quella che ci hanno raccontato i nostri direttori Roberto Morrione e Santo Della Volpe che, in cambio della professionalità e dell’impegno prestati alla causa del giornalismo pubblico, pur avevano ricevuto emarginazione e ostracismo.
Per noi, semplici utenti, la RAI è quella che, in attesa di nuclei d’inchiesta – questi sì forse immaginifici, visti i tempi – ci racconta le mafie e la corruzione con gli speciali di Maria Grazia Mazzola e di Report e con le puntuali e giornaliere cronache di Fabrizio Feo e pochi altri colleghi. Chiedete a loro quale fatica si fa ogni giorno per fare passare un pezzo o una notizia, figuriamoci un’inchiesta che subisce tagli e ammorbidimenti dell’ultima ora.
E come giustamente è stato scritto anche su Libera Informazione proprio da uno di questi colleghi che ogni giorno lotta per fare il suo lavoro, prima di fare le inchieste, occorrerebbe dare le notizie!
Ecco perché ci dispiace che Verdelli abbia gettato la spugna, ma ne apprezziamo ancora di più il rigore professionale e la dirittura umana, scevra da ogni forma di compromesso al ribasso.
A perderci è sicuramente la RAI – e tutti noi utenti – anche se ci piace immaginare che la RAI possa essere, alla fine, redimibile. Se ci è riuscita Palermo…

Speciale Tg1, giornalismo civile

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