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Processo Black Monkey, arrivano le motivazioni

Sofia Nardacchione il . Emilia-Romagna

black-monkey-2Sono 764 le pagine in cui Michele Leoni, presidente della Corte dei giudici del processo Black Monkey, ha scritto le motivazioni della sentenza di primo grado di un processo storico per l’Emilia Romagna e non solo. La sentenza, arrivata il 22 febbraio scorso, aveva stabilito la presenza di un’associazione mafiosa di stampo ‘ndranghetistico con a capo Nicola ‘Rocco’ Femia, condannato a 26 anni e 10 mesi.

Ora le motivazioni, depositate pochi giorni fa nel Tribunale di Bologna, chiariscono ulteriormente l’importanza di questa sentenza e delineano una organizzazione complessa: “l’indagine ha preso avvio – si legge – dal grave episodio di tentata estorsione, rapina e sequestro di persona in danno di Et Toumi Ennaji e si è via via allargata agli altri fatti di rapina ed estorsione, alle fittizie intestazioni (seriali) di società, quote di società, imprese, immobili a soggetti vicini al Femia di cui in realtà quest’ultimo era il reale titolare o proprietario, alle corruzioni, consumate e tentate (anche di giudici della Corte di Cassazione), e alla vasta e variegata articolazione di reati tutti funzionali a preservare l’operatività dell’associazione per delinquere facente capo al Femia e a garantire impunità, fino addirittura al disegno di eliminare il giornalista Tizian Giovanni, notoriamente impegnato in inchieste sulla mafia, per avere questi pubblicato articoli sulla ‘Gazzetta di Modena’ ove denunciava le attività criminali del Femia e dei suoi”.

Gli affari dell’associazione mafiosa si basavano, quindi, sul gioco d’azzardo, considerato il “polmone finanziario dell’organizzazione”, ma andavano molto oltre. “Nell’intera vicenda oggetto di questo processo il disegno di uccidere il giornalista Giovanni Tizian, colpevole di avere denunciato sulla stampa l’attività criminale dei Femia, è il tratto più inquietante e sinistro di tutti i fatti venuti alla luce. Si tratta di un aspetto addirittura eversivo, un attentato alla Costituzione la quale, all’art. 21, stabilisce che la stampa non può essere soggetta a censure. In ciò si manifesta in modo ancora più drastico la pericolosità della mafia quale contropotere che tende ad avere il controllo sociale, a tacitare l’informazione e, lentamente ma progressivamente, a inserirsi nelle istituzioni fino a sostituirsi ad esse”.

È un monito, oltre che una constatazione, quella dei giudici, che ci ricordano di quanto l’informazione sia fondamentale e di quanto alle mafie dia fastidio: ce lo ricordano queste parole ma anche gli ultimi fatti del processo Aemilia, dove poche udienze fa c’è stato un nuovo attacco ai giornalisti, accusati da uno degli avvocati difensori di scrivere cose non vere.

La nostra risposta non può che essere un ulteriore impegno nel raccontare il radicamento delle mafie e i suoi affari, i legami e le infiltrazioni. Ma le motivazioni sono anche un monito alla cittadinanza tutta: “ogni volta che un esponente della criminalità organizzata di tipo mafioso commette un reato, oppure un’associazione per delinquere s’insedia e opera in un territorio, è l’intera comunità a esserne colpita, oltre che direttamente, anche per l’immagine che di essa viene percepita all’esterno e per la situazione di pericolo a cui vengono esposti i cittadini e il corretto funzionamento della democrazia e delle istituzioni.

Non va dimenticato, infatti, che la mafia è compressione della libertà e della democrazia, proprio per quel potere diffuso di intimidazione e di assoggettamento (e quindi di limitazione della libertà) che espressamente riconosce l’art. 416 bis cp.”

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