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Le mani della ‘ndrangheta sul Nord Italia

di Marika Demaria - "Narcomafie" il . Piemonte

da Torino, Marika Demaria – Nel giorno del trentunesimo anniversario dell’omicidio di Bruno Caccia, il procuratore capo di Torino qui ucciso nel 1983, è stato presentato – cogliendo l’occasione della presenza della Commissione Parlamentare Antimafia in visita in questi giorni nel capoluogo piemontese – il primo rapporto trimestrale sulle aree settentrionali, a cura dell’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università degli Studi di Milano.

Un lavoro frutto di una ricerca e di analisi condotto, per incarico della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, da un gruppo di ricercatori dell’Osservatorio facente capo al Professore Nando dalla Chiesa. Un importante documento di cui magistrati, forze dell’ordine, politica, società responsabile non potrà non tenere conto, poiché, come si legge nelle pagine introduttive, “costituisce in tal senso una prima esplorazione delle caratteristiche e delle tendenze attuali della presenza mafiosa nell’Italia del nord, nella quale è stata ricompresa per ragioni di contiguità territoriale e di integrazione socio-economica l’Emilia Romagna. Per questo il rapporto va considerato un primo passo verso una lettura critica e in certa misura predittiva delle principali dinamiche in atto, che verranno in sede successiva ulteriormente precisate e articolate, soprattutto con riferimento ai campi di attività delle differenti organizzazioni mafiose”.

Oltre duecento pagine di «ricognizione che non poteva essere svolta prendendo in considerazione solo il passato, perché stiamo parlando di un fenomeno in ascesa e dunque dobbiamo guardare al futuro, alle evoluzioni, tenendo presente una serie di indicatori, come l’apertura di sale slot e di “Compro oro”, che non sono indicatori qualitativi e quantitativi imprescindibili per la ricerca, ma che non possono e non devono essere dimenticati», ha spiegato il professor dalla Chiesa nel corso della presentazione ufficiale svoltasi presso l’Archivio Storico di Torino. Sotto la lente di ingrandimento Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, Veneto, Friuli-Venezia-Giulia e Trentino Alto Adige: Milano, Torino, Imperia e Monza Brianza sono le province con maggiore presenza mafiosa. Ma dalla Chiesa sottolinea come siano i piccoli comuni ad essere preda ambita dalle organizzioni criminali, che qui si infiltrano, si insediano, colonizzano; scardina con forza la tesi secondo cui le mafie “investono in borsa e si riuniscono ai piani alti della City”, sottolineando come «riescono a organizzare riunioni nei bar, nei circoli di paese» e come sia «la provincia e non il capoluogo l’ambito ideale per le strategie di insediamento delle organizzazioni mafiose».

Rocco Sciarrone, sociologo e professore universitario presso l’ateneo torinese, ha precisato come «non sempre c’è replicazione del modello mafioso al Nord rispetto al sud Italia, il fenomeno è sicuramente in espansione e non omogeneo, ma non dobbiamo fare l’errore di credere che sia irreversibile». Il Professor Sciarrone ha infine posto l’accento sull’invisibilità delle organizzazioni criminali, che puntano a «farsi riconoscere, per ottenere consenso, per controllare il territorio, per fare affari. La politica e gli organismi preposti devono smetterla di crearsi alibi, non è concepibile che siano pronunciate frasi del tipo “Io non sapevo, non avevo capito”». Il già procuratore capo Gian Carlo Caselli ha posto l’accento sul lavoro svolto dalla magistratura torinese che ha permesso di arrivare alla stesura di un documento di questo tipo, e ha insistito sul ruolo fondamentale della denuncia, aggiungendo che «chi compie un simile atto non deve essere lasciato da solo. Bisogna poi che esista una coerenza di prassi tra i fatti e le parole; la lotta alla mafia deve poggiarsi su un progetto strutturato».

L’onorevole Rosy Bindi, chiudendo i vari interventi moderati dal direttore del quotidiano «La Stampa» Mario Calabresi, ha ribadito il ruolo fondamentale delle istituzioni, della politica, di uno Stato che, per esempio, «deve smettere i panni di biscazziere, investendo sul gioco d’azzardo legale» e delle banche che «devono porsi molte domande prima di approvare l’erogazione di un mutuo: come mai sui beni confiscati gravano delle ipoteche e dei mutui? Chi li ha autorizzati? Questo rapporto – ha concluso la presidente della Commissione Parlamentare Antimafia – non è un punto di arrivo ma di partenza, e in quest’ottica si lavorerà alla stesura del secondo rapporto trimestrale, più incentrato sull’economia».

 

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