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La ‘ndrangheta “regna” in Piemonte, ma non è sola

di Davide Pecorelli il . Piemonte

Non c’è solo la ‘ndrangheta in Piemonte, ma è l’organizzazione criminale di tipo mafioso più forte e radicata in regione. A confermarlo è la Direzione Nazionale Antimafia nella sua relazione annuale  sulle dinamiche e strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso.

Il documento passa in rassegna tutte le più importanti inchieste condotte negli ultimi anni dalla Procura di Torino per scattare una fotografia del crimine organizzato. Un’analisi importante perché incasella, uno dopo l’altro, tutti i tasselli che hanno reso così potente l’organizzazione calabrese in terra Sabauda. E quindi la ‘ndrangheta nella nostra regione non è differente da quella in Lombardia, con un alto grado di autonomia dalla casa madre ma legata ai clan in Calabria. Strutturata in locali, distribuite su tutto il territorio, ha “colonizzato” il Piemonte e sono molti gli elementi investigativi che lo confermano. Per la DNA, infatti, un dato è la scelta dei latitanti di tentare di sfuggire alla giustizia, proprio qui, in Piemonte: “è un territorio che, proprio per la presenza di fortissime infiltrazioni di ‘ndrangheta, in grado di sopportare il peso della gestione di importanti latitanti”.

I clan seguono logiche familistiche e, molto spesso, i figli o i più giovani della famiglia succedono nella gestione degli affari. E quali sono i campi di azione? Il traffico di droga rimane il più remunerativo ed è evidente il ruolo svolto dalla famiglie Nirta e Cataldo, recentemente citate da un nuovo collaboratore di giustizia. Ed è in questo settore, quello dello spaccio di droga, che si inseriscono le organizzazioni straniere. Dalle inchieste condotte emerge che “ il traffico di hashish è specialmente gestito da cittadini magrebini, mentre nigeriani e senegalese si occupano invece principalmente di cocaina”.

Non solo, recenti indagini condotte, hanno portato all’accusa di 416/bis nei confronti di un gruppo criminale di origine Rumena. L’operazione Brigata ha permesso di arrestare 21 soggetti accusati aver strutturato “una vera e propria organizzazione di stampo mafioso costruita intorno ad un modello para militare con i vertici in stretto contatto con criminali in Romania che mantengono un vero e proprio predominio all’interno della comunità rumena attraverso atti di violenza e di sopraffazione, grazie ai quali impongono il proprio peso criminale in ambiti che vanno dalla prostituzione di ragazze che fanno giungere dalla Romania controllandole sul terreno, al traffico di stupefacenti, ai furti ed alla disponibilità di armi”.

Altro elemento che testimonia la presenza della criminalità organizzata sul nostro territorio è dedotto dalle misure di natura patrimoniale. I patrimoni sottoposti a sequestro preventivo, misura utilizzata dalla Giustizia quando si sospetta che i possedimenti del soggetto derivino da attività illecite, ammontano alla bellezza di 116 milioni di euro, e sono tutti riferibili all’inchiesta Minotauro. Nel dettaglio la Procura di Torino ha proceduto al sequestro di: 321 unità immobiliari,  210 terreni, 59 autoveicoli, 359 rapporti finanziari, quote di 35 società. Dato interessante che si può trarre è fotografato dalla natura delle società sequestrate, 13 delle quali operanti nell’edilizia “che è sempre il settore delle attività nell’edilizia quello vede il maggiore interessamento delle imprese mafiose sul territorio, particolarmente pericoloso proprio in ragione del possibile collegamento con l’acquisizione di lavori relativi alla realizzazione delle grandi opere in corso”.

Tra le conclusioni, la relazione della DNA lancia un’allarme per evitare che si abbassi la guardia, perché le importantissime operazioni condotte in questi anni non hanno sconfitto le mafie: “L’aspetto più preoccupante è, invece, la rapidissima “successione” criminale che segue ad ogni importante operazione di polizia giudiziaria”

Ma il monito più deciso è rivolto all’aspetto più preoccupante della pervasività dei clan, ovvero all’infiltrazione nella politica. Partendo proprio dai casi dei comuni commissariati (Leinì e Rivarolo Canavese) e della Commissione d’Accesso a Chivasso (che non ha prodotto lo scioglimento del municipio) si legge: “indagini similari, dimostrano inequivocabilmente che una certa parte del mondo politico, composto anche da personaggi di origine assolutamente piemontese, appare permeabile alle lusinghe dei benefici che possano ricavare da collegamenti, collusioni o vere e proprie complicità con ambienti criminali di stampo mafioso”.

Un passaggio fondamentale, che precede una speranza in questi anni disattesa da alcuni dai rappresentanti delle istituzioni citati nelle inchieste: “E’, perciò, particolarmente importante che la guardia in questo settore sia sempre particolarmente alta da parte di chiunque abbia responsabilità

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