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Storie di “giornaliste – giornaliste”

Di Norma Ferrara il . Progetti e iniziative

Sono donne e giornaliste, minacciate da mafiosi e corrotti. E molto spesso sono madri, figlie, sorelle. A Montecitorio una iniziativa promossa dall’Osservatorio “Ossigeno per l’informazione” e la Commissione pari opportunità dell’Assostampa romana ha fatto conoscere alcune storie di colleghe minacciate in Italia. In un paese in cui la libertà di informazione è soffocata dall’uso strumentale delle querele ma anche dalle minacce dirette, fisiche, sono circa 1200 gli operatori dell’informazione minacciati in  sei anni in Italia.  Spesso, come raccontato nel rapporto di “Ossigeno” accade nelle “periferie” delle nostre città, spesso accade a donne. Sono il 16% quelle che nell’ultimo anno hanno subito intimidazioni. A moderare il dibattito Alberto Spampinato, e le giornaliste Nella Condorelli e Arianna Voto, presidenti Commissione Pari Opportunità ASR Il convegno si è svolto per celebrare la Giornata Mondiale dell’Onu per l’eliminazione della violenza contro le donne. E da Montecitorio è partito un appello per stare al loro fianco. Clicca qui per leggere e aderire. 
Giornaliste come Ester Castano, giovanissima cronista della testata “Alto Milanese”. Scriveva delle frequentazioni pericolose del sindaco di Sedriano, hinterland milanese in cui una «colata di cemento ha sostituito il verde e cambiato il paesaggio». «Nel 2011 decisi di approfondire la situazione in cui versava il territorio – racconta  – scrissi dei collegamenti fra ‘ndrangheta e l’amministrazione comunale questo mi costò non solo una querela ma anche molti colloqui nella caserma dei carabinieri, sino all’inattesa aggressione da parte di un assessore donna, perché stavo facendo una foto durante una conferenza stampa». Cercano di metterla in un angolo, di intimorirla, Ester. E’ giovane ed è sola. Ma in quei mesi conosce Alberto Spampinato, il lavoro di “Ossigeno” le indagini della magistratura fanno il resto. Il sindaco finisce in manette e oggi la giovane cronista milanese può raccontare questa storia. «Mi avevano impedito di fare il mio lavoro – continua– a me era vietato avvicinarmi al sindaco, l’accusa era di molestie».  Questa storia non è finita. Contro Ester in quel territorio c’è ancora una «campagna diffamatoria». «Non è facile reagire. Ho molti punti a mio svantaggio  – conclude.  Sono donna, sono giovane e sono precaria».  
Dalle periferie di grandi città del Nord in cui ancora il fronte negazionista sull’esistenza delle mafie è  forte, alle periferie del Paese, al Sud. Terra di mafie ma anche di antimafia. Qui Marilù Mastrogiovanni  giornalista nella provincia di Lecce ha fondato un giornale  “Il Tacco d’Italia”. Dopo un percorso di studi al nord Marilù sceglie di tornare nella sua terra. «Quello che posso dire dall’esperienza di giornalismo che cerchiamo di praticare nel mio giornale è che quello che chiamano “grande giornalismo” c’è anche nei piccoli  giornali, perché c’è un solo modo di fare questo mestiere: farlo bene».  Marilù e i suoi colleghi non son rimasti a guardare, quando sono arrivate le minacce hanno cercato  la forza  nei loro lettori. «Un giorno sfondarono la parete di una stanza per rubare computer, potevano forzare la serratura ma preferirono darci un segnale: loro potevano fare ciò che volevano, quando volevano. Così abbiamo scelto di non stare a guardare e  abbiamo cominciato ad “educare” i lettori. Al fianco di ogni nostra inchiesta pubblicavamo le fonti. Facevamo capire ai lettori che dietro quello che leggevano c’erano prove, documenti, ricerca, studio e fatica». E onestà. Marilù, molto più di una direttrice, ha studiato il fenomeno, ha provato a pensare ad una via d’uscita.  «Così abbiamo ricostruito il senso complessivo delle notizie, ricordando il valore sociale di questo lavoro – conclude». Anche per Marilù le minacce della mafia pugliese, imprenditrice e con molti colletti bianchi a disposizione, continuano. E spesso sono rivolte ai familiari. Marilù è una madre e aggiunge: «In tanti mi hanno detto di occuparmi dei miei figli ma io credo che un Paese in cui una giornalista debba scegliere fra questo lavoro e la famiglia non è un Paese a democrazia compiuta». 
Sempre al Sud, non lontano dalla Puglia, in Campania ad Aversa Marilena Natale, giornalista della Gazzetta di Caserta  ha affrontato a viso aperto la madre e la moglie degli Schiavone, i camorristi di Casal di Principe «Che vuoi farmi, sono qui. Sei tu che devi vergognarti di come hai cresciuto i tuoi figli – le ha detto stanca delle minacce». Parole forti, urlate con orgoglio, davanti alla moglie del boss del paese. Anche questo è fare la giornalista  ad Aversa. Qui la distanza fra le regole del mestiere e quello che accade fuori dalla porta della tua  redazione si annullano. Qui sei donna, madre, figlia, sorella e sei anche quella che scrive sul giornale che il Comune di Casal di Principe affidava gli appalti per i servizi sociali con gare fantasma, per darle alle aziende del clan. « Da noi abbiamo assistito al suicidio dello Stato – racconta Marilena –  e mentre questo accadeva la camorra da agricola e’ diventata imprenditoriale. A Casal di Principe, spiega, ci sono tante persone per bene che la mattina si svegliano per andare a fare onestamente il proprio lavoro. Prima quando chiedevano di me dicevo “vengo dalla terra di Gomorra” oggi rispondo che “vengo dalle terre di Don Diana”.  Marilena spiega la quotidianità di una terra soffocata dalla camorra e quella del diritto violato ad una informazione libera ma racconta soprattutto di una regione che vuole rinascere. Chiede che venga raccontato anche questo. Poi lascia il microfono e tira fuori dalla borsa i segni concreti di questo cambiamento: una borsa fatta dalle donne africane in Campania, un pacco di prodotti delle cooperative Libera Terra. Con orgoglio e forza cerca di spiegare qui a Roma, ai giornalisti presenti in sala, alle donne della Capitale, che loro il cambiamento lo vedono ogni giorno. Adesso serve che a crederci sia l’Italia intera. 
Non sono solo le mafie a soffocare informazione, fanno pressione anche  i gruppi di potere, le lobby, la politica. Spesso anche esprimere una opinione, documentata, può costare minacce e intimidazioni. E’ accaduto a Luisa Betti, blogger de “Il Manifesto” quando ha espresso critiche sul problema dell’affido dei minori. Si era occupata della Pas, la sindrome di alienazione parentale che però non è riconosciuta dal Ministero della Sanità. «Mi sono solo limitata  a analizzare le proposte legislative che giacevano in Parlamento e ho notato – racconta la giornalista – che tutte facevano riferimento a questa sindrome, e a perizie tecniche che la diagnosticavano. Ho scritto solo questo, mettendo in evidenza queste contraddizioni. Ho aperto il mio blog ad altre opinioni contrarie ma il risultato è stato una campagna diffamatoria on line, gestita sulla mia immagine e i miei articoli». E’ possibile ricevere minacce per aver scritto di proposte legislative su questi temi? Eppure accade. Luisa Betti studia il fenomeno da anni e durante queste intimidazioni capisce che dietro la questione degli affidi, delle case famiglie, c’è un business e ci sono lobby e interessi che andavano ben oltre quello di cui aveva scritto. «La cosa importante e’ non stare in silenzio – conclude Betti – va raccontato quello che accade. Le intimidazioni hanno l’effetto di una violenza psicologica, di un condizionamento molto profondo». 
Al loro fianco e a quello dei loro colleghi dal 2009 l‘Osservatorio Ossigeno guidato da Alberto Spampinato ma anche una vasta rete di associazioni impegnate per i diritti umani e per quelli delle donne, in particolare. Al convegno di Montecitorio hanno portato il saluto, per la Fnsi, Giovanni Rossi e Daniela Stigliano, esponenti della Rete Giulia, della Cgil e di varie associazioni tante hanno ribadito la necessità di non lasciare soli i giornalisti minacciati, di far conoscere queste storie, di tenere accese le luci su queste denunce, sfidando silenzi e distrazioni della grande stampa nazionale. «Perchè – chiede infatti Alberto Spampinato in chiusura –  le storie per cui rischiano queste giornaliste non le hanno raccontate i tg di prima serata?»

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