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L’ombra della Scu sulla strage di Via D’Amelio

Di Antonio Nicola Pezzuto il . Puglia, Sicilia

Clamorose dichiarazioni del collaboratore di giustizia messinese Gaetano Costa in quello che viene denominato il processo “Borsellino bis”: «L’esplosivo lo chiedemmo a Salvatore Buccarella». Dichiarazioni che squarciano il velo sul presunto ruolo che avrebbe avuto la mafia salentina nella strage in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Un procedimento assai complesso, tornato alla ribalta della cronaca quando il gip di Caltanissetta ha disposto l’arresto di altri quattro boss accusati di aver depistato il processo di primo grado e d’appello per la strage di Via D’Amelio. Tra questi troviamo due falsi pentiti, ma non Costa, considerato attendibile.

Ed è proprio Costa a svelare il nome di Buccarella, entrato così prepotentemente in uno degli avvenimenti più tristi della storia d’Italia, e le sue dichiarazioni diventano parte integrante della sentenza della Corte d’Appello di Caltanissetta. «Molti uomini d’onore palermitani conoscevano già Buccarella – c’è scritto nella sentenza – questi erano in rapporti di affari con i Vernengo; in quell’occasione tuttavia Pullarà aveva preferito rivolgersi a lui anziché interpellare personalmente Buccarella, perché apparteneva alla ‘ndrangheta ed era legato allo stesso Costa. La richiesta di Pullarà era accompagnata dai saluti di Cosa Nostra e, data la statura del personaggio, era come se provenisse direttamente da Riina e dal ristretto vertice di Cosa Nostra. L’esplosivo, secondo la richiesta di Pullarà, doveva essere potente e poco voluminoso; lo stesso Pullarà lo aveva rassicurato che non l’avrebbe fatto sfigurare con Buccarella in quanto si sarebbe occupato della cosa il figlioccio Salvatore Profeta, persona che lo stesso Costa sapeva essere valida e con la quale aveva già contatti. In quell’occasione Costa si era limitato a trascrivere l’indirizzo del padre di Buccarella».

La collaborazione di Costa con lo Stato era cominciata nel 1994 quando era detenuto all’Asinara poco prima di portare a termine l’incarico di uccidere in carcere Giovanni De Gennaro che, all’epoca dei fatti, era Direttore della Dia ed ex capo della polizia. L’incarico gli era stato assegnato da Antonio Madonia su mandato, probabilmente, di Leoluca Bagarella. Avendo capito che Cosa Nostra lo stava mandando al massacro, decise di iniziare a collaborare. Costa era stato un affiliato della ‘ndrangheta calabrese ed era stato detenuto, senza soluzione di continuità, dal 1975 al 1995, presso diverse strutture penitenziarie. Dal 1990 in poi era stato detenuto nel supercarcere di Livorno, dove aveva incontrato sia Pullarà che Buccarella. Poi Buccarella era stato spostato nel carcere di Brindisi, dove aveva ricevuto con continuità le visite sia del padre che del nipote.

«Tanto il padre di Buccarella che il nipote risultano tra i più assidui ai colloqui del Buccarella nella casa circondariale di Brindisi nel periodo maggio – luglio 1992. Si può quindi ragionevolmente concludere da un lato che il Buccarella ed i suoi affiliati erano in grado di procurarsi agevolmente il materiale esplodente ma che sussistono tutti gli elementi per ritenere che, effettivamente, il Costa abbia indirizzato tramite il Pullarà gli uomini della Guadagna verso congiunti del Buccarella a Tuturano per procurarsi l’esplosivo necessario alla strage di via D’Amelio».

Questo si legge nella sentenza.

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