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“La Sacra Corona Unita fa affari e cerca il consenso della gente”

Di Antonio Nicola Pezzuto il . Puglia

Il capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, Cataldo Motta, nella sua relazione annuale sullo stato della criminalità organizzata nel Salento, descrive una Sacra Corona Unita dal nuovo volto, ma non di certo meno pericolosa. Il Procuratore raffigura una Scu che ha sancito una pax interna per favorire le spartizioni dei territori e che, soprattutto, cerca il consenso della gente pronta com’ è a fornire servizi come la riscossione dei crediti e la fornitura dei prestiti. Servizi, peraltro, richiesti da chi ne ha bisogno prima ancora di essere proposti.

Motta ha ripreso citazioni ed esempi, elencando quelle volte che i criminali sono stati accolti in paese con i fuochi d’ artificio dopo una scarcerazione o dopo aver scontato la pena. Il capo della Dda ha ripreso le parole del collaboratore di giustizia Ercole Penna (esponente della fazione storica dei mesagnesi) sul mutamento delle strategie criminali: «La gente ha sempre paura della forza di intimidazione del nostro gruppo. I comportamenti degli affiliati sono sempre in qualche modo legati alle sollecitazioni che provengono dalla gente comune che fa affidamento su di noi. Siamo sempre disponibili nei confronti della gente anche per i problemi economici per i quali si rivolge a noi. E siamo pronti a risolverli anche dando denaro a fondo perduto».

La teoria della metamorfosi della Scu, che ha scelto l’ inabissamento, è confermata anche da Andrea Leo, indicato come il boss della sua Vernole (LE), di Melendugno (LE) e di Calimera (LE). Quando nell’ ottobre scorso gli fu notificata l’ ordinanza di custodia cautelare nell’ ambito dell’ operazione “Augusta” (era tornato in libertà da appena un mese dopo aver trascorso nove anni in carcere), commentò le contestazioni che riguardavano i contrasti con il gruppo guidato da Ivan Firenze: «Tempi passati, non si facevano più la guerra tra di loro».

Motta ha richiamato anche, alcuni esempi concreti del consenso che una parte della popolazione accorderebbe alla Sacra Corona Unita. Il primo concerne le attestazioni di solidarietà nei confronti del boss mesagnese Massimo Pasimeni e di sua moglie a febbraio di due anni fa quando venne arrestato alle tre del mattino. Diverse persone uscirono di casa per dirgli: «Massimo torna presto, vi vogliamo bene. Gioconda, al tuo cagnolino ci pensiamo noi. Ci mancherete». Il secondo esempio citato dal Procuratore riguarda il ritorno in libertà di Antonio Pellegrino (aveva scontato 16 anni di reclusione per due omicidi di mafia compiuti quando era minorenne e per estorsione), figlio dell’ ergastolano Francesco, quando fu accolto a Squinzano con i fuochi d’ artificio. Stessa accoglienza, evidenzia Motta, fu riservata ad Andrea Leo a Vernole nel settembre 2011. E nella disamina sul consenso popolare, l’ alto magistrato, ha sottolineato le otto squadre di calcio della provincia di Lecce che annoveravano e annoverano esponenti della criminalità.

«I due aspetti della ricerca del consenso e della pacificazione tra i vari clan possono sembrare differenti, ma, in realtà, sono riconducibili a finalità analoghe e mirano ad un unico risultato, quello della possibilità di svolgere le attività proprie di un’ associazione mafiosa, da un canto, dopo essersi assicurato il consenso sociale e, dall’ altro, avendo drasticamente ridotti i rischi di interventi repressivi per la scomparsa di ogni atto evidente di violenza, intimidazione, danneggiamento».

Queste le conclusioni del Procuratore Motta che descrivono il cambiamento epocale della mafia salentina.
 

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