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In manette il «ministro delle finanze» di Cosa nostra trapanese

Di Rino Giacalone il . Sicilia

La trama è sempre la stessa. Le estorsioni, il condizionamento delle attività economiche e della politica, la gestione dei «portafogli» delle aziende, l’accaparramento di quanto più denaro possibile da dividere con i detenuti e le loro famiglie, i tentativi di «aggiustare» i processi e di sottrarre i beni al sequestro. E sopratutto racket a tappeto, sotto forma di imposizione di forniture nei cantieri pubblici e privati,  e controllo del mercato del cemento, che sono una costante nelle indagini antimafia in provincia di Trapani, dove la mafia dal condizionamento delle imprese è passata al controllo e dunque ad essere essa stessa impresa secondo le direttive del super latitante Matteo Messina Denaro. Una mafia che non chiede il pizzo quella di Trapani ma che gestisce bene l’economia e controlla burocrazia e politica.

La mafia si dice che annaspi, ma non è proprio così. La si trova dentro la grande distribuzione come nell’affare delle energie alternative, ieri l’eolico oggi è forse già con le mani in pasta nel fotovoltaico. Ha dalla sua il fatto che la politica è dentro questi interessi ricavandone guadagni in soldi e consenso elettorale. È una indagine colma di questa realtà quella che ha pure aperto le porte del carcere ad un imprenditore di Castellammare del Golfo, Mariano Saracino 61 anni, arrestato a Milano dopo che una condanna che lo riguarda è diventata definitiva, 10 anni per associazione mafiosa ed estorsioni. Saracino era stato coinvolto nel blitz antimafia «Tempesta» condotto dalla Polizia un paio di anni addietro, una indagine che ha messo in evidenza la prepotenza dei boss e il silenzio delle vittime costrette a pagare il pizzo sugli appalti o a prendere il cememto solo presso un’azienda, quella di Saracino. Un imprenditore che di mestiere occulto faceva anche il «tesoriere» della potente cosca alcamese, una persona di fiducia dei capi mafia, regista degli appalti ed esperto riciclatore dei proventi illeciti della potente cosca castellammarese, quella più vicina alla mafia americana.

Le indagini di Dda di Palermo, Squadra Mobile di Trapani, e commissariati di Polizia di Alcamo e Castellammare, nel tempo, hanno «intercettato» grosse speculazioni finanziarie, come la creazione di un azienda che Saracino mise su assieme ad un imprenditore marchigiano, che intercettato si preoccupava di sapere se Saracino avesse trovato le persone pulite, un altro imprenditore del settentrione scoperto essere bene a conoscenza dei meccanismi malavitosi della Sicilia.
 
Mariano Saracino era arrivato due giorni fa, il 24 febbraio a Milano, per essere sottoposto a un intervento chirurgico al cuore. A lui era nota la circostanza che la Cassazione il 25 febbraio avrebbe chiuso la sua vicenda giudiziaria e che la sua condanna sarebbe diventata definitiva perchè non c’era nulla da fare dinanzi agli schiaccianti elementi dell’accusa. Aveva organizzato tutto alla perfezione. Dapprima si è fatto autorizzare al ricovero, potendosi così allontanare da Castellammare, poi dopo il ricovero nel reparto Aritmologia del San Raffaele, ha chiesto ai medici di essere dimesso. È stato bloccato la mattina del 25 febbraio mentre firmava il foglio per le sue dimissioni. Non aveva più intenzione di operarsi e voleva lasciare l’ospedale, non per sfuggire ai medici ma all’arresto, ma è stato bloccato dagli uomini della squadra Mobile guidata da Francesco Messina e accompagnato in Questura dove gli è stato notificato l’ordine di carcerazione.

Chi è l’imprenditore Saracino? Dagli inquirenti è considerato il «tesoriere» della cosca alcamese e di Castellammare che fa capo a Matteo Messina Denaro, latitante numero uno di Cosa Nostra. Persona di fiducia dei capimafia, arrestato nel 2004 ma ai domiciliari per motivi di salute, a lui venivano affidate il denaro da suddividere all’interno dell’organizzazione criminale. Di lui si parla come il «ministro delle Finanze» della cosca Trapanese.

La sua ombra poi si staglia su una vicenda omicidiaria mai del tutto chiarita, Il duplice assassinio avvenuto a metà luglio del 1992 ad Alcamo del capo mafia Vincenzo Milazzo e Antonella Bonomo. Un duplice delitto a cui partecipò l’intera «cupola» della mafia trapanese e i boss più feroci e spietati di quella palermitana. Milazzo e la sua compagna, uccisa nonostante fosse incinta, furono tolti di mezzo pochi giorni prima della strage di via D’Amelio. Come se quelle morti fossero diventate inevitabili, così raccontano alcuni pentiti che poi le hanno messe così in relazione con la strage di via D’Amelio. Milazzo ucciso, raccontarono, perchè non era d’accordo con le stragi. Milazzo, e la Bonomo, uccisi perchè sopratutto la donna aveva un legame con i servizi segreti. Un ufficiale era un suo parente, per cui lei, se fosse rimasta viva poteva raccontare i «segreti» appresi dal compagno. Chi avrebbe svelato ai boss quella parentela sarebbe stato proprio Mariano Saracino che l’aveva scoperta per caso. Proprio lui, Saracino, che Vincenzo Milazzo voleva morto.

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