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Un uomo solo. I “distruttori edili” nel mantovano

Silvana Carcano il . Lombardia

perquisizioniCi sono storie che ti colpiscono più di altre, che ti rimangono appiccicate addosso nel tempo, che ti avvolgono come una maglietta fradicia, lasciandoti la stessa fastidiosa sensazione, quella di una profonda ingiustizia di cui non ti puoi disfare facilmente come sfilandoti la t-shirt bagnata.

Sono le storie che ti spingono a chiederti «cosa sono io»? E che insistono lungo tutta la vita.

Come la storia di Matteo.

Fine gennaio, inizio febbraio 2015.

A Viadana, nel mantovano, a pochi metri di distanza da Brescello – il paese dei film di don Camillo e Peppone, del grande Guareschi, conquistato dalla ‘ndrangheta e che verrà sciolto pochi mesi dopo – è un via vai di perquisizioni, espropri, fermi, con decine di carabinieri e arresti, dentro e fuori dalla caserma.

È la grande operazione Pesci, e l’associazione mafiosa colpita è la cosca Grande Aracri, di Cutro (Crotone), radicata tra Reggio Emilia e Mantova. Nicolino, uno dei boss più potenti e sanguinari della ‘ndrangheta, viene imputato per associazione a delinquere di stampo mafioso. Sembra incredibile: nella provincia di Mantova, una delle belle zone del nord Italia, divenute «il bancomat delle cosche, sportello bancario e lavanderia di denaro sporco», calabrese, soprattutto.

L’inchiesta è considerevole non solo per i numeri e per gli intrecci con la politica, con funzionari bancari e liberi professionisti, e non solo per l’importanza dell’imputazione in capo al boss Nicolino. Lo è soprattutto perché è partita da un uomo solo: Matteo Franzoni.

Matteo è un uomo di poco più di quarant’anni, geometra, sposato, che, come tanti, ha sane ambizioni professionali e il desiderio di poter garantire alla propria famiglia serenità economica; per questa salutare voglia di crescere entra in società con altri due colleghi, Giampaolo Stradiotto e, soprattutto, Antonio Muto, uno dei più affermati e ambiti imprenditori nel campo edile mantovano. È così che nasce la società Ecologia e Sviluppo srl. Eppure, senza poterlo immaginare, Matteo sta addentrandosi, suo malgrado, in un incubo. Nella sua zona, infatti, dagli anni novanta, il settore delle costruzioni viene invaso e monopolizzato dalle famiglie calabresi crotonesi, tanto che nei cantieri edili, negli anni, il dialetto parlato non è più quello della bassa mantovana, bensì quello di Crotone.

Da «mondo piccolo» a «mondo di mezzo», fin troppo stretto e angusto.

Mantova e provincia diventano una succursale di Cutro, comune in mano alla cosca Grande Aracri, che lavora nel mantovano con il solito metodo mafioso, a due facce: da un lato, minacce, incendi, intimidazioni, anche per appalti minori, per delimitare il terreno, dimostrare chi comanda e chi decide; dall’altro, con le relazioni sociali, con la zona grigia, con i politici, con i colletti bianchi, che, a seconda delle sensibilità, o delle prove trovate, sono considerati vittime o fiancheggiatori della ‘ndrangheta.

«Nicolino Grande Aracri sa bene che al nord non si può conquistare terreno a suon di bazooka, strumento abituale nel Cutrese, ma con denaro fresco, fondamentale per le stecche ai politici e ai colletti bianchi delle banche. Sono obiettivi preziosi, da loro possono attingere le informazioni sugli imprenditori in difficoltà, le prede perfette per l’usura e le estorsioni. E il denaro sporco va riciclato e investito. I soldi della cocaina, ad esempio, devono essere investiti sempre al Nord, dove a una maggiore ricchezza corrisponde una minore percezione del rischio. Si aprono supermercati e si creano filiere edilizie. In questo modo si dà lavoro, si costruiscono rapporti con famiglie e persone che poi vanno a votare: si crea consenso sociale. Davanti ai sordi, si usa il metodo delle minacce e del fuoco. Perché Nicolino e i suoi sodali la libera concorrenza non vogliono nemmeno sentirla nominare».

Franzoni, come tutti quelli del settore, ha già avuto modo di inciampare in diversi inconvenienti del mestiere: debiti non saldati, lavori non eseguiti a regola d’arte, malfunzionamenti di ogni tipo; tutti ostacoli, però, non insormontabili.

Il primo chiaro messaggio ‘ndranghetista arriva nel novembre del 2010, quando brucia l’auto di Giampaolo Stradiotto, l’altro socio, a Porto Mantovano. Un mese dopo, un altro incendio: ancora l’auto di Stradiotto. Non sappiamo se, sin da subito, le indagini inseguono i segnali della scia mafiosa, ma è certo che Stradiotto e Franzoni capiscono, e Stradiotto è già terrorizzato.

Nel giro di poco tempo, nella nuova società, Franzoni e Stradiotto si rendono conto di non avere più la possibilità di decidere con cognizione di causa e professionalità a quali ditte assegnare i lavori. E che il criterio di scelta è unico, dettato da Nicolino, e chi non lo comprende passa guai seri.

Il primo esempio «formativo» Matteo lo capisce con uno dei primi cantieri. Antonio Rocca, muratore cutrese, di fama poco apprezzabile per i suoi rudi modi nel relazionarsi con le persone e per la sua poca serietà nel saldare i debiti accollati, entra in ufficio da Franzoni per imporre il suo subappalto al cantiere. Imporre, non chiedere.

Dice Franzoni ai Carabinieri: «Un giorno è entrato in ufficio e alla mia richiesta di vedere il suo preventivo mi ha risposto secco, con la sua arroganza e stupidità innate: ‘Il lavoro è nostro, lo facciamo noi’. Ha preso i disegni e se n’è andato». E, prima di uscire dall’ufficio, ha ricordato a Franzoni che la decisione, comunque, l’avrebbe presa Muto, l’altro socio.

E ancora: «Questo capo banda (il boss Nicola, ndr), un personaggio ‘ndranghetistico di grande importanza, da poco liberato dal carcere e con l’intenzione di ritornare a prendere il suo posto a Reggio Emilia, venuto a conoscenza dei grossi cantieri che il signor Muto era in procinto di cominciare, uno su tutti piazzale Mondadori a Mantova, aveva strappato la promessa a Muto che si era dichiarato disponibile per assegnare l’esecuzione di buona parte dei lavori a ditte da Nicola indicate».

Anche l’altro socio, Stradiotto, capisce, ha paura, vive nel terrore, le auto bruciate per non farlo parlare ottengono il loro risultato, fino a quando decide di mollare tutto: va a vivere e a lavorare in Germania.

La stessa situazione si ripete con un nuovo appalto. A Franzoni viene imposta una società di Salvatore Muto, anche lui crotonese, compagno di estorsioni di Rocca, che incarica, a sua volta, un’altra ditta amica, lasciando a mani vuote le oneste società edili che hanno partecipato all’offerta. Dietro a Salvatore c’è sempre il muratore Rocca, che gestisce le ditte incaricate a cui devono andare i lavori, perché indicate dalla Calabria, direttamente dal boss Nicola. Rocca punta a entrare sempre più nelle grazie del boss Nicola, facendo lavorare tutte le ditte da lui indicate e sbaragliando tutti i cantieri, quelli di Franzoni, come quelli di tanti altri. I cantieri mantovani diventano un ufficio collocamento degli uomini del clan in poco tempo, con conseguenti effetti dannosi: scarsa qualità dei lavori e del materiale usato, a volte mischiato a rifiuti tossici, lavori incompiuti, sicurezza nei cantieri cancellata, pagamenti non chiari, concorrenza azzerata, violenza nel settore edile, realizzazione di opere inutili, se non per gli appalti succulenti e danarosi, consumo di suolo pericoloso e senza programmazione urbanistica. Il cerchio delle persone coinvolte in queste condotte è ampio: i motivi per essere arrendevoli con la gente del clan sono diversi, chi perché è colluso, chi perché capisce troppo tardi, chi per indifferenza, altri per codardia, altri ancora per ricavarci qualche guadagno illudendosi di potersi poi sganciare (cosa impossibile).

Rocca continua con i suoi modi intimidatori incessantemente: in un caso, a fronte della progettazione di due villette, gli amici di Rocca ne realizzano solo una, ma non accettano lo storno di ottanta mila euro per la mancata realizzazione dell’altra, che Franzoni intima a Rocca. Alla fine, Franzoni dovrà pagare anche i lavori mai realizzati.

In altri casi, le ditte degli amici di Rocca non pagano i professionisti, un posatore di porfido, un elettricista, e chissà chi altri, e, nonostante gli sforzi di Franzoni, taluni tecnici non verranno mai pagati.

Fino a quando…

…il 22 settembre del 2011 Matteo Franzoni va dai Carabinieri di Mantova a esporre denuncia.

Franzoni farà 14 denunce in due anni. Stradiotto, invece, rimarrà sempre paralizzato dalla paura e non riuscirà mai a parlare.

Franzoni è uno dei tanti piccoli imprenditori messo sotto scacco nei cantieri lombardi. La ‘ndrangheta in Lombardia controlla numerosi lavoratori, con i metodi qui solo accennati, ed esercita dunque, a cascata, la sua presenza nei cantieri e lungo intere catene di professionisti e artigiani, con gli effetti già sopra accennati. Ciò che ha denunciato Franzoni viene spesso vissuto da tanti altri professionisti, impauriti, terrorizzati, immobilizzati.

Quando ti senti dire, alla porta di casa, con dentro tua moglie incinta, terrorizzata, che non apre alla porta: «Dimmi dove sei che vengo lì e ti sistemo, vedrai che ti spezzo le gambe come non te le ha mai spezzate nessuno». Oppure: «Se mi vuoi fregare vengo a casa tua di notte, butto la benzina e ti do fuoco. Ci tieni ai tuoi figli, vero?», sai che non hai più aria per respirare, figuriamoci per parlare.

Certo, le denunce di Franzoni hanno permesso alle Forze dell’Ordine di penetrare nei meandri di una situazione territoriale incancrenita, arrestando esponenti mafiosi e personaggi ad essi collegati. Ma la solitudine che genera questa azione virtuosa come la si affronta?

Franzoni ora non ha più una società, non ha più un mestiere, sbarca il lunario come può, mentre entra ed esce dalle aule dei tribunali per il processo in corso.

L’angoscia cupa, il sentimento di desolazione e di vuoto interiore mortificante, come li si affronta?

A me la storia di Matteo inquieta perché mi sbatte in faccia ancora una volta il dato sociologico, economico, psicologico e filosofico che le persone sole sono sempre più numerose. Certo, c’è un luogo dove trovare un abbraccio di solidarietà, parole di comprensione e di supporto: sono le associazioni antimafia, a cui va l’onore di non lasciare soli i coraggiosi che denunciano. Essere cittadini responsabili e amanti del proprio Paese vuol dire, ad esempio, prestare volontariato presso queste associazioni e tendere la mano a chi sta vivendo l’incubo che ha vissuto Matteo.

Ma rimane sul fondo la domanda fondamentale: quale evoluzione della società si nasconde dietro a queste solitudini negative? Perché le nostre società vedono continuamente sgretolarsi i legami tra individuo e comunità? E, soprattutto, per restringere la visuale sulla criminalità organizzata, l’indifferenza e la solitudine che permeano la nostra società quanto fanno bene alla mafia?

Lo ripeto come un mantra: oggi, ancor più di decenni fa, il nostro sistema favorisce ulteriormente lo sviluppo della mafia, perché obbliga alla prigione dell’indipendenza individuale e della concorrenza sfrenata. Tutto ciò è manna dal cielo per la criminalità organizzata.

Per fare una seria prevenzione antimafia dobbiamo allora affrontare seriamente la domanda primaria «cosa sono io?», da cui tutto discende.

Ringrazio Rossella Canadè, dal suo libro ho estratto molte informazioni per sintetizzare questa storia e i virgolettati riportati nel testo: Rossella Canadè, Fuoco criminale. La ‘ndrangheta nelle terre del Po: l’inchiesta, Imprimatur, Reggio Emilia 2017.

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