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Aula 21… con volto di madre

Laura Biava* il . Lombardia

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L’aula 21 quest’anno ci racconta la vita di 11 donne
sono volti e storie, frammenti che lasciano tracce,
alcune vicine altre lontane, nomi conosciuti o mai sentiti prima
storie in bianco e nero perchè i colori qui hanno trovato poco spazio

donne … in particolare MADRI
che conoscono la vita perchè l’hanno custodita e preparata con cura dentro di loro
madri che hanno pianto di nascosto
madri con quei poteri speciali come i super-eroi sognati dai bambini
madri che cantano, che accompagnano, che aspettano …
madri che tante volte hanno amato in silenzio
e per questo amore sono state capaci di scelte estreme
spesso incredibili, ognuna a modo suo

… tutte queste donne un giorno incontrano e guardano in faccia
quel potere mafioso che cambierà la loro vita
e quella di questo benedetto Paese
che non sempre è stato in grado
di capirle, proteggerle ma soprattutto salvarle.

Sono storie vere
e tutte queste donne sono state capaci di gesti unici, forti,
che lasciano il segno
perché ognuna di loro ha scelto da che parte stare:
chi per i figli, chi per la propria terra, chi per riscattarsi,
chi per amore del proprio uomo, chi per un dolore troppo forte …

l’ aula 21 abbraccia
il loro coraggio e la loro forza
il loro silenzio e le parole sussurrate
i loro gesti insieme ai loro sguardi
perché nulla vada perso della loro vita e
non siano mai dimenticate …

La campanella è appena suonata. Fai il tuo ingresso, inosservata. Sali le scale. La vedi, ti avvicini, incuriosita. Chissà se è davvero come dicono? Alla fine ti decidi, posi leggera la mano sulla maniglia e varchi la soglia.

Richiudi la porta alle tue spalle; ci sono solo banchi vuoti ma qualcosa su di essi attira la tua attenzione. Non sai da dove cominciare. Non v’è il minimo rumore. Unica compagnia la musica di sottofondo. Devi sederti, perché in piedi non riesci a stare. Cadi su una sedia mentre ti si para davanti la prima storia. Sul banco un’orchidea, una vecchia foto, della terra e una fascia tricolore. Lettere nere spiccano su un foglio bianco. Cominci a leggere …

Renata Fonte …

Gli occhi cercano una via di fuga. I nomi su quel proiettore … sono troppi da metabolizzare. Ti alzi lentamente, ti guardi attorno, non vedi che banchi, banchi vuoti, vuoti di te.

Ora comprendi perché sei lì. Per ridare vita a chi la vita l’ha persa in nome tuo.  Ti avvicini ad un’altra storia. Sai che è donna. Vedi che è madre. E, a giudicare dalle pagine di giornale sparse sul banco insieme al bicchiere di acido muriatico, comprendi  che si tratta di una storia triste. Ti siedi, e riavverti quel silenzio …

Agata Azzolina …

Maria Concetta Cacciola …

Ma dove sono? Ti chiedi. Com’è che nessuno qui sa che esisto? Ma non puoi arrenderti al secondo tentativo. Non puoi pensare che un Paese, un Paese democratico, si macchi della stessa omertà che dice di combattere. Ma ormai ci sei dentro, ed è giusto andare fino in fondo, costi quel che costi.

Questa volta lo sguardo corre all’enorme cartellone appeso sulla parete di destra. Pensieri di colore, in quell’amalgama monocroma che ora avvolge la tua mente. Pensi che c’è ancora del bene in questo mondo, ed è giusto combattere per questo. Scegli il prossimo banco, la prossima storia …

Lea Garofalo …

Quanto può essere cattiva la vita? Fino a che punto la sorte si può accanire? La storia di Lea sembra dimostrarti che non c’è limite alla crudeltà umana e all’accanimento. Non sembra nemmeno opera di esseri definibili umani: frantumare ossa con le proprie mani o con un badile di ferro … umani!!!

Torni a guardarti intorno disorientata. Hai bisogno di un riferimento.

E lo trovi, finalmente, qualcosa di normale, a cui aggrapparti e risalire. Sono fette biscottate quelle su quel banco. Nella foto  una donna con  due bambini tra le braccia…

Barbara Rizzo Asta …

Ancora una volta, ancora una coincidenza tragica. È questione di secondi, pochi ma fatali secondi, che possono segnare una vita ineluttabilmente. È il caso di Margherita, la figlia maggiore, che quel giorno ha preferito farsi dare un passaggio da una vicina … pensi a te stessa, a quanto deve essere difficile vivere senza le figure che fino a poco tempo prima, sono state il tuo riferimento …

 Silvia Ruotolo …

Con volto di madre. Chi meglio di Silvia può rappresentare la devozione alla famiglia e, in particolare, ai propri figli, tanto da non lasciarli, non lasciarli neanche nel momento più difficile, neanche nella morte … e nella morte continuare a dare l’esempio all’altra sua bambina, Alessandra, incredula spettatrice di una tragica scena in cui la madre cade sotto i colpi di chi non ha attribuito alla sua vita alcun valore

Dietro di te un grande manifesto bianco, su cui si sono pesantemente cadute tutte quelle storie, e tante altre, per le quali anche due classi non sarebbero bastate … sono tutte lì, su quel muro, dentro i  nomi di donne normali e al tempo stesso speciali, a delineare il profilo delicato di un’unica donna dallo sguardo deciso, determinato nel cercare la verità, nel combattere perché la giustizia non sia appannaggio solo di chi se la sa comprare.

Saveria Antochia …

Ninetta Burgio …

La morte le ha colpite, non una morte fulminea, non un lampo che, sebbene squarci il cielo, alla fine riporta l’oscurità. È una morte che  divora lentamente, un passo per volta, giorno dopo giorno.

È una “lacrima infinita”, che tuttavia queste donne hanno imparato ad asciugare. Sono portatrici sane del loro messaggio e, della perdita dei loro figli, hanno fatto un nuovo punto di partenza. Sono delle “combattenti”.

Mentre pensi a tutto questo, non ti accorgi che i tuoi occhi ora sono fissi sulla lavagna dietro la cattedra.

Vi sono riportate alcune frasi tratte da “Combattente” di Fiorella Mannoia. Quella canzone ti commuove sempre quando la ascolti :

È una regola che vale in tutto l’universo
Chi non lotta per qualcosa ha già comunque perso
E anche se il mondo può far male
Non ho mai smesso di lottare
E in questa lacrima infinita
C’è tutto il senso della mia vita

È come se ci fossi anche tu tra i compositori di quelle rime.

Restano pochi banchi ormai.

Il cartellone nel frattempo si è riempito di messaggi, messaggi di chi lì è entrato ed uscito, senza che tu peraltro te ne accorgessi. Ti alzi e ti avvicini, “in punta di piedi” alla prossima storia …

Lia Pipitone …

Gli avevano raccontato per anni che sua mamma era morta cadendo dalla bici … era solo un ragazzino, Alessio. Eppure, nel loro gioco manipolatore, lui, come chiunque altro, poteva essere un possibile testimone. Un futuro nemico, da tenere a bada almeno fino a quando il ricordo di quella donna non si fosse dissolto, e le acque non si fossero calmate. Ma quel ragazzino, è diventato uomo. E di Lia non ha mai perso il ricordo … non puoi che ringraziarlo per questo.

 Marcella Di Levrano …

Un sasso, un’agenda, il body di una bambina e un ciuccio.

È tutto quello che rimane di Marcella. Sacrificare il proprio futuro per donarne uno migliore … ci può essere atto d’amore più grande?  Te lo chiedi mentre lentamente ti avvicini all’ultimo banco, in terza fila.

C’è della cioccolata, un cappello da crocerossina, una segreteria telefonica, un computer. Ti siedi e indossi le cuffie. “Premere play”

Emanuela Setti Carraro …

C’è chi vive in nome della fama. C’è chi vive in nome della libertà. C’è chi vive in nome dell’amore. Ed Emanuela incarna perfettamente questa categoria. Lei ha amato Carlo tanto quanto se stessa. Per questo è morta. È morta perché amava l’uomo “sbagliato” come dicevano quelli intorno a lei. Ma lei era INNAMORATA di quell’uomo. Che colpa poteva avere?

Della registrazione ti colpiscono queste parole:

“Certe cose non si fanno per coraggio, si fanno solo per guardare più serenamente negli occhi i propri figli. I figli che un giorno spero di avere anch’io con Carlo!” perché sai in fondo come è andata a finire.

Ti alzi e finalmente sai cosa devi fare. Ti avvicini a quel cartellone, quello che nel frattempo si è riempito di messaggi, messaggi di chi lì è entrato ed uscito, senza che tu peraltro te ne accorgessi.

Prendi una penna ed imprimi con forza …

“Non è facile combattere contro ciò che non vedi. Ci sono persone che effettivamente non vedono. E persone che, se vedono, fingono di non averlo fatto. Ma se non rientri in nessuna di queste categorie, allora dai spazio al coraggio, ricerca la verità, e dai un nome alla figlia mai nata di Emanuela”

ciao,  La Coscienza

*classe 4 A del liceo scientifico dell’Istituto Superiore Lorenzo Federici di Trescore Balneario, Bergamo

Aula 21, la classe dei banchi vuoti

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