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Cosa si nasconde dietro le monete virtuali

di Piero Innocenti il . Lombardia

L’analisi// – Sono ancora diversi i siti internet che consentono l’utilizzo nelle transazioni di bitcoin il cui valore è piuttosto oscillante ma in forte diminuzione in questo scorcio del 2015. La moneta virtuale, creata nel 2009 da una persona che la letteratura su internet ha fatto risalire ad un anonimo che si sarebbe nascosto dietro lo pseudonimo giapponese Satoshi Nakamoto, non è ovviamente su carta e non c’è, quindi, nessuna banca centrale che la emetta. La quotazione media del bitcoin, nei primi giorni del 2015, è crollata a circa 300 dollari ( nel 2013 raggiunse punte fino a 900 dollari). Il valore di un bitcoin, lo ricordiamo, è interamente affidato alle leggi della domanda e dell’offerta e la moneta è “coniata”, con un limite di liquidità programmata (21milioni entro il 2033 e siamo già alla metà) dai “miners” (minatori), operatori on line, attraverso una complessa procedura matematica del computer personale con la possibilità di trasferirli attraverso internet e in cambio di una “fee” (remunerazione), a chiunque disponga di un indirizzo bitcoin. Al di là dei problemi, non irrilevanti, connessi ad una moneta che non ha, come accennato, nessuna stabilità, va anche segnalato che i cyber criminali sono sempre in agguato e i furti di bitcoin dai “wallet” (portafogli) presenti sul web sono notevoli. Appena sei mesi fa, BIPS, un gestore di servizi finanziari, aveva denunciato una sottrazione di 1.295 bitcoin, pari a circa 775 mila euro ( alcune migliaia gli utenti coinvolti), per una smagliatura nel sistema di sicurezza. Recentemente, anche la stampa italiana, non solo quella specializzata, ha dedicato attenzione ai bitcoin. E’ un dato di fatto che già un anno fa, anche in Italia, diversi esercizi commerciali li hanno adottati come emerge sul sito coinmap.org. Questa smania di denaro virtuale ha determinato presto le imitazioni. Sono nate, così, nel 2011, la Litecoin, quindi la Worldcoin, Namecoin, Hobonickels e, negli ultimi mesi, Gridcoin, Fireflycoin, Zeuscoin, Annoncoin e persino Sexcoin. Alcuni già parlano, in maniera entusiastica, delle grandi possibilità che si aprono, nel lungo termine, per effettuare investimenti con queste monete virtuali. La loro molteplicità ha consentito di creare un “exchange”: Cryptsy è un mercato nel quale vengono negoziate una sessantina di queste valute digitali. Per verificare, poi, che le transazioni in bitcoin siano valide e autentiche, si sta perfezionando una sorta di registro (blockchain) che attraverso calcoli matematici darebbe questa garanzia conservando traccia di tutte le operazioni effettuate. Occorre, tuttavia, molta prudenza in questo ambito. Le monete virtuali, nello spazio (virtuale) dove avvengono, giornalmente, migliaia di trattative illecite, possono determinare truffe,  forti speculazioni e infiltrazioni criminali anche per complesse operazioni di riciclaggio internazionale. Tutto nell’anonimato. Le due operazioni condotte dal FBI nel corso del 2014, penetrando nel “dark web”,arrestando diverse persone per riciclaggio e traffico di droghe, chiudendo numerosi siti illegali e sequestrando bitcoin per circa tre milioni di dollari, sono la conferma di quanto affermato.

In Europa, intanto, diventata il secondo circuito mondiale della cripto valuta, l’Eba (l’Autorità bancaria europea), alcuni mesi fa, aveva messo in guardia dall’uso di queste monete la cui liquidità è tutta da dimostrare. In Russia sono più prudenti e i bitcoin sono stati dichiarati illegali. Allo stesso modo in Cina. Recentemente è possibile fare acquisti anche nei supermercati della francese Monoprix. La Svizzera sembra disponibile all’adozione della moneta senza riserve e negli Usa, Robocoin, un’azienda che emette bitcoin, aveva annunciato (febbraio 2014) il progetto di aprire due bancomat, a Seattle e Austin, per cambiare i bitcoin in moneta tradizionale e viceversa. Senza contare che la catena online americana Overstock già accetta bitcoin nei pagamenti. Tutto questo entusiasmo ha avuto una prima doccia fredda alla fine di febbraio 2014 con il fallimento di Mt.Gox, il più grosso portale di cambio in bitcoin. Il furto di 850mila pezzi (circa 470milioni di dollari) ha rovinato molti clienti e preoccupato molti investitori. Una settimana dopo è fallita un’altra piattaforma, di dimensioni più piccole, la Flexcoin. Ai primi di gennaio 2015, infine, dopo il furto ad opera ( sembra) di un hacker di cinque milioni di dollari in bitcoin dalla Bistamp – la maggiore piattaforma europea, usata anche dagli italiani – sono stati congelati i depositi ed il sito non è più accessibile. Tra il 14 e il 15 gennaio u.s.,poi, sarebbe stato bruciato un miliardo di dollari di capitalizzazione con un crollo della moneta virtuale che dovrebbe riportare tutti alla realtà. Almeno così si spera.

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