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Ai campi senza veleni nella Terra dei fuochi serve solo acqua pura

di Antonio Maria Mira il . Campania

Un pezzo di soluzione è a portata di mano. Ad alcuni agricoltori andrebbe più che bene e se gli inquirenti non si pronunciano ufficialmente, lasciano però intendere, sussurrandolo, che potrebbe dare una gran mano. Resta da capire se la Regione e magari anche le Province e i Comuni, proclami a parte, abbiano voglia di fare seriamente la loro parte per cominciare a venir fuori tutti insieme dal dramma. Punto di partenza: l’agricoltura nella Terra dei fuochi sta finendo in ginocchio. Le duemila aziende ortofrutticole di Acerra, ad esempio, affermano che le loro vendite si sono dimezzate nel giro di qualche settimana: colpa dei sequestri di terreni (inquinati o in cui sono pozzi inquinati) e della conseguente “cattiva pubblicità”. Sono cominciati i primi cortei e le proteste. Sebbene il Procuratore nazionale antimafia abbia che ricordato che «una responsabilità forte dell’inquinamento in Campania è anche dei contadini, che adesso sono compatiti – ha detto Franco Roberti -, ma negli anni scorsi hanno preso soldi a palate per far sotterrare i rifiuti nei loro terreni». Tuttavia potrebbe dipingersi in poco tempo un nuovo scenario, appunto, a portata di mano. La coltura su terreni nei quali sono stati sversati o sotterrati rifiuti tossici e/o pericolosi (circa fin qui il 5%) deve “chiudere” e su questo nessuno neppure apre discussioni. Ma ne esistono molti, moltissimi ancora “puliti” che soffrono dell’inquinamento dei pozzi dai quali si attinge l’acqua per irrigarli (pozzi che attingono a falde contaminate) e sono ad esempio la gran parte di quelli sequestrati nel caivanese. Dunque basterebbe irrigarli con acqua pulita portata da fuori. «Ci costerebbe troppo», hanno fatto ufficiosamente sapere alcuni contadini, senza in teoria aver torto. Solo in teoria, perché in pratica i costi potrebbero essere abbattuti seguendo due strade. Intanto acquistandola attraverso i consorzi delle acque, che in Campania certo non mancano, anzi. E poi facendo contribuire alle spese di sicuro la Regione, ma anche Province e Comuni. Non servirebbero cifre spropositate e nemmeno occorrerebbe troppo tempo, specie adesso che le piogge invernali si sono già affacciate.

A quel punto i benefici sarebbero enormi. Ripartirebbe alla grande l’agricoltura con tutto il suo indotto. La gente ricostruirebbe presto la propria fiducia nei prodotti agroalimentari campani. Le forze dell’ordine potrebbero allentare un minimo la morsa dei controlli sulle acque (oggi prioritari) e concentrarsi su quanto è stato sversato e ancora si sversa da queste parti. Cesserebbe l’evasione fiscale nel settore agricolo. E infine anche i contadini farebbero fronte comune con la gente, il che non sarebbe di poco conto, visto quanto e come stia materializzandosi un muro contro muro. Con gli agricoltori che ormai contestano duramente i sequestri di terreni.

E qui la faccenda s’ingarbuglia parecchio. A metterla assai semplice, i contadini sostengono soprattutto che i sequestri non starebbero in piedi perché la quantità delle sostanze ritrovate nell’acqua dei pozzi rientrerebbe quasi sempre nei parametri previsti dal decreto ministeriale 185 del 2003. E che la grossa concentrazione nei pozzi di alcuni elementi, come il manganese (che è un prodotto anche dei rifiuti industriali), è tale per le caratteristiche vulcaniche del sottosuolo. In realtà quel decreto è stato abrogato dal “Codice ambientale” del 2006. Senza contare che la Cassazione ha stabilito che se esistono situazioni potenzialmente pericolose per la salute umana o animale, si debba applicare lo scontato principio di precauzione. Quanto poi al manganese, se fosse caratteristica solo vulcanica, perché nei terreni sequestrati, anche adiacenti, anche distanti un ettaro o due, le concentrazioni variano da dieci a cento, duecento, seicento volte la media?

Alcuni numeri, infine, e un’idea ancora appena abbozzata, ma che potrebbe offrire un altro bel pezzo di soluzione alla tragedia. Il monitoraggio occasionale delle acque irrigue ha un costo di circa 250 euro e quello sistematico oscilla fra i 1.000 e i 1.500 all’anno. E poi perché non si mette in piedi un bel sistema di tracciabilità dei prodotti ortofrutticoli? Basterebbe, più o meno, copiare quello delle carni (che prese capillarmente piede dopo la “mucca pazza”…). È così pericoloso fare – e dichiarare – tutto alla luce del sole e con ogni crisma di legalità? Oppure converrebbe a tutti, ma proprio a tutti, dal primo produttore all’ultimo consumatore, nessuno escluso?

 

[Antonio Maria Mira]

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