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Fare il giornalista in terra di camorra

di redazione il . Campania

«Partiamo da qui: cos’è oggi la camorra, chi sono i camorristi?». Così il cronista Arnaldo Capezzuto all’incontro che si è tenuto ieri a La Sapienza di Roma con gli studenti di Sociologia e Scienze politiche (organizzato da Link e Libera). Il giornalista, che da anni racconta di camorra, politica e malaffare in Campania, non “vende” certezze sul mestiere e neppure sulla situazione in cui versano Napoli e la Campania, solo alcune settimane fa “ferite” dal rogo della Città della Scienza.  Al contrario,  cerca insieme ai ragazzi nuove domande, interrogativi ulteriori. E lo fa a partire dalla quotidianità del suo lavoro, dai limiti e dalle potenzialità del racconto giornalistico.

Capezzuto è un cronista, senza bisogno di aggettivi qualificativi accanto. Senza fronzoli e senza eroismi facili. Rifugge dalle etichette e dalle semplificazioni della realtà che – molto spesso – ammette, “nemmeno io sono certo di aver capito”. Quando racconta la sua Napoli, però, che sia ad un dibattito con i ragazzi o sulle colonne del quotidiano Il Fatto.it  o ancora del settimanale da lui diretto “La Domenica”, ci mette testa e cuore. «Eh si, io credo – racconta Capezzuto – di non riuscire  a fare il mestiere in maniera distaccata, si può essere buoni giornalisti anche partecipando al racconto. Il mito del distacco neutrale dai fatti non mi convince, non riesco a capire come si possa fare».

Non si può rimanere “distanti”ad esempio quando racconti della morte di una ragazza nel quartiere Forcella a Napoli. Si chiamava Annalisa Durante e venne uccisa da un proiettile vagante durante uno scontro fra clan.   “Quando accadde con il giornale in cui lavoravo all’epoca, “Napolipiù” decidemmo di dedicare al processo che si svolse poco dopo, una pagina ogni giorno. E di entrare, per la prima volta, nella quotidianità del quartiere, in cui fra l’altro c’era la sede della redazione». Da sociologo e da giornalista Capezzuto usa un termine tecnico per spiegare cosa fecero in quegli anni per entrare dentro la pancia di Forcella : “Socializzare la camorra”. Ovvero, non avere paura di sporcarsi le mani, di avvicinarsi ai fatti, trovare la giusta vicinanza per raccontare grazie a fonti dirette – come fecero in quegli anni –   riunioni, strategie, quotidianità dei clan, svelarne crudeltà e affari. Ritorsioni: come quelle contro i testimoni dell’omicidio di Annalisa Durante. Cronache che costarono a Capezzuto minacce di morte e una scorta “discreta”, come la definisce lui. Quello raccontato dal giornalista campano, oggi direttore de “La Domenica”, animatore de I Siciliani Giovani e editorialista di Libera Informazione è un giornalismo che potremmo definire  “piedi e testa”: si vive dentro la città che si racconta, si corre da un angolo all’altro per sapere, conoscere e cercare di capire. Per raccontare ai lettori la mattina dopo sulle colonne del quotidiano cosa è accaduto a pochi metri da casa loro o dall’altra parte del quartiere. Un giornalismo, Capezzuto lo chiarisce subito, stretto fra il precariato dilagante da un lato e l’avanzare delle nuove tecnologie, con luci e ombre, dall’altro.

Essere lì dove accadono i fatti per raccontarli

 

 

Internet, le nuove routines produttive dei giornali, il dilagare della comunicazione in presa diretta, senza filtri,  attraverso social network, costringe i giornalisti a ripensare il mestiere, a provare a tenere insieme l’anima della cronaca con la globalizzazione del racconto. Eppure Capezzuto spiega come il “cuore” di un mestiere in continua evoluzione come quello del cronista, rimanga ancorato sempre da una linea chiara: essere in mezzo ai fatti mentre accadono, vedere i posti che racconti, parlare con le persone (anche con i boss, se necessario) e raccontare. Consapevoli che non ci sono certezze conquistate per sempre. Anche il movimento antimafia, la partecipazione dei cittadini, l’indignazione – spiega Capezzuto – possono essere molto presenti un giorno e scomparire il giorno dopo. Come è accaduto per il caso dell’imprenditore di origini cingalesi che si è tolto la vita, dopo una storia coraggiosa di ribellione al racket, quando si è sentito solo sotto la pressione costante dei boss, che anche in carcere non dimenticano chi si oppone.  Allora che si fa? chiedono i ragazzi. La risposta per Capezzuto è una sola: se sei un giornalista racconti. Racconti tutto, anche queste contraddizioni, cercando di tenere insieme i fatti, di leggerli anche sull’asse della memoria, dei precedenti, dei comportamenti pubblici e privati dei politici, della coerenza. Delle mancanze dei movimenti, delle amnesie collettive. Dell’impegno emotivo contro i clan quando sparano e dell’indifferenza solo qualche settimana dopo.

 

Raccontare tutto anche quando per un libro -inchiesta puoi essere querelato e finire in tribunale. Come è accaduto a Capezzuto e a molti autori del libro a più mani in cui- per primi – hanno scritto in un libro gli affari e le vicende giudiziarie della famiglia Cosentino, quella del l’ex sottosegretario Nicola, accusato di legami con la camorra. De “Il Casalese” era anche stato chiesto il ritiro e la distruzione  ma un giudice si è opposto e in tutta Italia il libro è stato “adottato” dai lettori e dalle associazioni, che hanno risposto così a questo tentativo di censura. “C’è una editoria molto impegnata su questi temi – commenta Capezzuto – con questo libro, devo dire, ci siamo ripresi in mano la libertà di scrivere e fare inchiesta”.

Quello che ancora nei giornali non è possibile fare.

 

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