Cecchini per divertimento
Uccidere una persona, ovvero sottrarre una vita stroncando in un sol colpo tutti i suoi legami, sentimenti, affetti, è sempre orribile.
Ma quando questo avviene per “divertimento”, cioè per provare il brivido della potenza suprema, non è tollerabile né per la coscienza, né per l’intelligenza.
Se le conclusioni dell’inchiesta sui “cecchini per divertimento” a Sarajevo (1993 – 1995) dovesse confermare le accuse, ci troveremmo di fronte all’affermazione dell’orrore nella forma più bassa e disgustosa. Come si può pensare di divertirsi stroncando un’esistenza?
È solo con l’inchiostro della violenza adorata come una dea che si può scrivere quell’orrore. E questo è possibile dentro al contesto di una guerra che per definizione è considerata “la forma legittima della violenza”. In quel contesto, pur regolato da trattati e convenzioni che vengono puntualmente ignorati, tutto è possibile: anche divertirsi uccidendo come fosse un videogame. Ma poi – mi chiedo – che gusto c’è? Come si fa a provare “divertimento” per la morte di uno sconosciuto? Solo una mente molto disturbata potrebbe arrivare a tanto.
Ma qui mi rispondono che l’inchiesta dimostra che i partecipanti a questa macabra impresa sarebbero stati tanti e il profilo è di professionisti danarosi, simpatizzanti di estrema destra, con la passione per le armi.
E chissà, forse la radice del disturbo è proprio in questo profilo.
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