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Come la ‘ndrangheta è entrata nell’economia lombarda

Nando dalla Chiesa * il . Economia, Istituzioni, Lavoro, Lombardia, Mafie

Il testo che segue è l’introduzione della ricerca «Mafia ed economia in Lombardia» realizzata da Cross, l’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata della Statale di Milano.

Il rapporto è stato presentato a Milano dagli autori, Nando dalla Chiesa e Andrea Carnì, lunedì 17 giugno alle 9 in via Conservatorio 7, nella Sala lauree dell’Università degli Studi di Milano.

Qual è l’effettivo rapporto tra l’economia lombarda e la mafia? Come incidono le organizzazioni mafiose sulla vita e sulla qualità dell’economia nella regione-guida del Paese? In quali ambienti e settori le imprese dei clan si stanno espandendo o introducendo, e con quali effetti anche sugli standard della produzione e dei servizi? E quanto al celebre “capitale sociale” della mafia: non sta esso forse erodendo dall’interno il “capitale sociale” della regione in una sciagurata (e sottostimata) partita a perdere?

Sono solo alcuni degli interrogativi che hanno originato la presente ricerca. La quale, senza illusioni di completezza (in questi temi impossibile), cerca di disegnare con la maggiore approssimazione possibile gli effettivi termini del problema. Da diversi decenni la presenza mafiosa in Lombardia viene dipinta rinviando alla presenza ormai certa e pervasiva dei clan nella finanza e in borsa. Un mito che nacque quando apparve certo che i capitali mafiosi generati dal monopolio acquisito sui traffici di stupefacenti nel Mediterraneo erano entrati in circolo nel Nord Italia e segnatamente sulle maggiori piazze finanziarie, a partire da Milano. Un mito cresciuto paradossalmente proprio mentre gli esponenti politici, delle istituzioni e delle associazioni imprenditoriali facevano a gara in pubblico a negare un rischio mafioso nel capoluogo lombardo. La mafia in borsa? “Ne conosco un solo caso” rispose nel 1991 Giovanni Falcone, che ben altra attenzione dedicava alla presenza dei clan nei grandi lavori pubblici.

In realtà, si è capito progressivamente, il mito della borsa, entità impalpabile e misteriosa per i cittadini comuni, serviva a espellere in altro modo dal senso comune la grande questione con cui la regione intera era costretta a confrontarsi nella concreta realtà dei fatti: la lunga marcia della ‘ndrangheta dentro la regione simbolo dell’internazionalizzazione e della nuova storia politica del Paese.

Alcuni, non molti per la verità, si sono così arrovellati intorno alla natura effettiva di questo processo di espansione e poi di colonizzazione a macchia di leopardo, realizzato in particolare dalla ‘ndrangheta grazie al declino verticale di Cosa Nostra siciliana dopo le stragi del ’92 e del ’93. La letteratura in materia si è dunque giovata di alcuni apporti interessanti, nati spesso grazie all’incontro del mondo universitario con quello istituzionale. Ci sembra giusto citare in proposito l’importante contributo dato attraverso un intero filone di studi dai gruppi di ricerca di CROSS, l’Osservatorio sulla criminalità organizzata istituito a inizio 2014 presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Milano. Contributo espressosi, in particolare, sia in quattro rapporti per la Commissione parlamentare antimafia (l’ultimo dei quali sulle organizzazioni straniere) tra il 2014 e il 2017, sia in tre rapporti per Polis-Regione Lombardia tra il 2018 e il 2022, a cui ne va aggiunto uno speciale sulle forme e le dimensioni del movimento antimafia nella regione. –

Ed è questo filone a costituire la base conoscitiva su cui si è mossa l’unità di ricerca autrice di questo Rapporto. Un “fondo” di consapevolezze affinatesi gradualmente nel corso degli ultimi dieci-quindici anni, ma da tempo fermo su alcuni assunti di massima. Che così possiamo riassumere, prima di addentrarci nelle caratteristiche del progetto che viene qui presentato.

1. La Lombardia è ormai una regione ad assoluta dominanza ‘ndranghetista. Già meta privilegiata di Cosa Nostra, essa ha assistito dagli anni ottanta del Novecento a un’ascesa continua e vistosa, e per ora incessante, dei clan calabresi. Le altre organizzazioni non sono sparite. Viene anzi osservata una ripresa di attivismo da parte di quelle siciliane, e si registra una considerevole effervescenza, specie in alcuni settori dell’economia, di diversi gruppi camorristici. Oltre a rilevarsi nell’enclave bustocco la persistenza di una mafia minore come la Stidda agrigentina. Ma non vi è dubbio per l’osservatore attento che la Lombardia sia oggi la seconda regione di ‘ndrangheta sul piano nazionale, in gara con la regione originaria per il primato del fatturato. Nettamente seconda cioè (per riprendere le note categorie analitiche di Anton Blok) in termini di power syndicate; ma forse prima per la forza accumulatavi dai clan in termini di enterprise syndicate.

2. Questa presenza si concentra maggiormente nella Lombardia occidentale, il cui sviluppo industriale nei primi decenni del Dopoguerra ha funzionato da volano per lo spostamento nello spazio di centinaia di elementi legati ai clan, favorito e mimetizzato dal più generale movimento migratorio in partenza dalle regioni di origine delle organizzazioni mafiose. Il “West” lombardo è un paesaggio però frastagliato. In esso un ruolo straordinariamente peculiare viene giocato da Milano e dal (già diverso) suo hinterland; mentre le province di confine di Como e di Varese spiccano per l’abilità con cui i clan che vi si sono radicati mettono a frutto la propria rendita di posizione, ovvero la vicinanza alla frontiera con le opportunità conseguenti. E mentre la posizione “riparata” e al tempo stesso contigua a Milano della provincia di Pavia ha fatto da calamita per clan e singoli, con la creazione di redditizie enclaves geografiche e sociali.

3. Un ruolo considerevole, anche se non unico e forse nemmeno decisivo, nel processo di spostamento territoriale del “popolo dei clan” lo ha avuto con certezza l’istituto del soggiorno obbligato. Negli ultimi decenni le dinamiche demografiche mafiose sono dipese in realtà, prevalentemente, dal sistema delle opportunità economiche offerto dalla regione e dalle abilità delle organizzazioni mafiose nel metterle a frutto. E tuttavia occorre notare a sua volta che tali abilità appaiono certamente collegate con la disponibilità sul posto di manodopera e di quadri organizzativi mafiosi (una specie di “capitale sociale” di origine) assicurata dal precedente esteso ricorso proprio al soggiorno obbligato.

4. Vi è stato nel tempo un processo multi-diffusivo delle organizzazioni mafiose nel tessuto economico lombardo. L’economia mafiosa, un tempo circoscrivibile a una cerchia di attività illegali (droga, estorsioni, gioco d’azzardo) e a un campo ben definito di attività formalmente legali (movimento terra, edilizia, ristorazione, commercio all’ingrosso) ha ampliato l’area della propria presenza in misura preoccupante, al punto che si può parlare di una ubiquità economica mafiosa. Non, ovviamente, nel senso che il fenomeno mafioso influenzi in toto l’economia regionale, ma nel senso che lo si può ormai incontrare in quasi tutti gli ambiti dell’economia, dalla sanità allo sport amatoriale. E su questa falsariga la presente ricerca offre indicazioni e stimoli di indubbio rilievo.

In questo consolidato quadro di riferimento vanno segnalate interessanti dinamiche di cambiamento, sulle quali ci si soffermerà, che modificano in misura certo secondaria ma comunque significativa la “foto di gruppo” della mafia nell’interno lombardo. Ad esempio l’ascesa della provincia di Como ai vertici del fenomeno quanto a pervasività e profondità di radicamento. Oppure gli spazi aggiuntivi che si sono creati a vantaggio dell’azione dei clan nella provincia di Brescia, crogiuolo infaticabile di nuove presenze, in particolare nel grande bacino del lago di Garda. Oppure ancora la risalita territoriale della ‘ndrangheta dalle province settentrionali dell’Emilia verso quelle del sud-est lombardo, fino a formare quello che in altra sede si è chiamato il “quadrilatero padano”.

La presente ricerca ha dunque provato a misurarsi con assunti di fondo e dinamiche emergenti cercando di incorniciarle meglio nella storia lombarda contemporanea e di rifinirne meglio i risvolti, soprattutto economici. E, come si vedrà, ha anche tentato di andare oltre la “semplice” descrizione di fatti, protagonisti e contesti, per ipotizzare movimenti e tendenze di più lungo periodo, fino a disegnare scenari e cicli storici tutti da approfondire, ma di cui vale la pena condurre un’esplorazione un po’ più audace del solito.

L’indagine si è svolta seguendo in larga misura il metodo sperimentato da CROSS nei precedenti lavori. Un metodo che a volte prende o sfiora le forme degli “studi di comunità”, che cerca regolarmente di recuperare per chi legge le tracce antiche o ancora vitali del passato, che seleziona tra un materiale sempre eterogeneo quel che più serve per dotarsi di una chiave di lettura unificante. Sempre volto, almeno nelle intenzioni, a privilegiare un approccio interdisciplinare e multidisciplinare.

La Lombardia è stata dunque scomposta nelle sue undici province per cogliere le dinamiche storiche e contemporanee di ciascuna. Era una scelta fra le tante plausibili. Fa parte della consapevolezza dell’unità di ricerca l’esistenza di altri possibili criteri di scomposizione. Lombardia occidentale e Lombardia orientale, la più classica e immediata, come abbiamo appena accennato; Milano, fascia prealpina, fascia della Bassa padana, fascia intermedia; Milano, province sopra i 500mila abitanti, province minori. A certe condizioni potrebbe rivelarsi utile anche definire le aree in base al loro rapporto storico con la vicenda mafiosa: di primo insediamento, di secondo insediamento, di recente sviluppo, ecc. Quando sarà opportuno ci avvarremo proprio di alcune di queste linee di scomposizione, concedendoci anche qualche cenno teorico. Così come proporremo identità territoriali sub-provinciali dotate di senso: dentro la Brianza, dentro la provincia di Milano, dentro la provincia di Brescia… Sta di fatto che l’obbedienza alle ripartizioni amministrative è apparsa senz’altro la più ordinata, la meno arbitraria, e anche la più utile sul piano comparativo. Naturalmente nelle conclusioni si cercherà di operare — per quanto possibile — la necessaria reductio ad unum regionale.

Dentro le singole province l’analisi si svolgerà studiando le gerarchie criminali, le tendenze del mercato del lavoro illegale e le tipologie di attività delle maggiori organizzazioni mafiose, escludendo dal nostro registro le gang giovanili o le forme di criminalità “volante” di cui si occupano ripetutamente (e comprensibilmente) la stampa e la politica. Evitando impropri allargamenti semantici e confusioni concettuali, si cercherà piuttosto di valorizzare gli elementi di novità più solidi riguardanti le differenti organizzazioni così come di segnalare le tendenze in fieri al loro interno in grado di anticiparne nuove dinamiche. Geografia dei clan, campi principali di interesse (che, come si vedrà, non sono sempre uguali), dinamiche demografiche di cornice, fattori di contesto influenti, intensità dell’attività repressivo-giudiziarie, risposte sociali e civili. Tutto questo e altro ancora contribuirà a formare il ritratto sintetico di ciascuna provincia.

Non si tratta tuttavia di uno schema ripetitivo di lavori precedenti. Le novità infatti sono almeno quattro.

1. La prima novità sta nella scelta di una provincia da analizzare con particolare intensità e capillarità. Si tratta della provincia di Como. Nel monitoraggio svolto tra il 2014 e il 2017 per la presidenza della Commissione parlamentare antimafia sulle province dell’Italia settentrionale il gruppo di ricerca di CROSS aveva attribuito un punteggio di “densità mafiosa” a ciascuna provincia del Nord. Nel farlo aveva seguito il classico metodo delle società di rating. Un metodo di valutazione soggettivo, qualitativo, fondato sull’esperienza di ricerca del gruppo, che garantì in quell’occasione la possibilità di andare oltre i presunti parametri oggettivi per indicare con successo dinamiche altrimenti invisibili. I punteggi attribuiti andavano da 1 (il massimo) a 5 (il minimo), tenendo come metro di riferimento il contesto dell’Italia settentrionale. Ebbene, in quella sede la provincia di Como aveva ricevuto il punteggio 2, contro l’1 riservato a Milano e Monza-Brianza. Dopo un iniziale equivoco dovuto alle risultanze dell’indagine Infinito-Crimine, che aveva escluso il radicamento di alcune “locali” di ‘ndrangheta nel comasco, i ricercatori avevano lavorato sull’ipotesi che in realtà anche Como meritasse il punteggio più elevato. Si tennero prudenti, ma con gli occhi ben fissi sulle dinamiche criminali del territorio. Furono di nuovo tentati di salire al punteggio massimo in un successivo monitoraggio compiuto per la regione Lombardia nel 2018. Ma di nuovo prevalse la prudenza, considerati i rischi sempre insiti in una sopravvalutazione del pericolo mafioso nelle singole province.

Poi vi fu una svolta. Le informazioni acquisite sulle presenze ‘ndranghetiste nei singoli comuni, sull’elaborazione di raffinate strategie mimetiche (presentare alle elezioni persone non nate in Calabria) e di intimidazione dell’opinione pubblica (la facilità di ricorso allo strumento della querela o della causa civile contro le voci critiche), convinsero alla fine di trovarsi di fronte a un soggetto determinato a contrastare con ogni mezzo (salvo il delitto di sangue) i tentativi delle istituzioni e della società civile di difendersi.

In tal senso giocò un ruolo di svolta un fatto del tutto paradigmatico: l’attacco verbale, e dal chiaro significato intimidatorio, condotto in aula a Como durante il processo per i fatti di Cantù contro la pubblico ministero Sara Ombra della Direzione distrettuale antimafia. In quel caso la magistrata fu fatta oggetto di urla, insulti e toni minatori da parte di parenti e tifosi degli imputati per associazione mafiosa. “Fatti mai vissuti neanche nella mia esperienza di magistrata a Locri”, commentò la dottoressa Ombra. Fatti che mai avrebbero potuto verificarsi se i simpatizzanti degli imputati non fossero stati mossi da una specifica cultura antistatuale e se non fossero stati soprattutto convinti di godere, “in trasferta”, di un diritto di impunità, da fare valere perfino in un’aula di giustizia. Di più, se non vi fosse stato dietro quelle urla non tanto un paio di scalmanati quanto una vera contro-società intenzionata a dare la scalata con l’intimidazione alla società ufficiale.

L’adozione del metodo del rating obbliga il ricercatore a “spremere” il succo di ogni dettaglio, e soprattutto a saperlo fare. Perciò quella udienza è diventata un parametro irrinunciabile. Così come un dettaglio da spremere è anche la querela intentata contro un quotidiano dall’amministrazione di Fino Mornasco per avere denunciato la presenza della ‘ndrangheta in quel comune, benché esso fosse stato significativamente ribattezzato “fortino della ‘ndrangheta” nella relazione della Commissione parlamentare antimafia votata all’unanimità in chiusura della XVII legislatura.

Ecco perché abbiamo sentito l’esigenza di misurare la situazione comasca con metri più adeguati alle sfaccettature della realtà. Ed ecco perché questa relazione apre con il focus straordinario su Como subito dopo la trattazione del capoluogo di regione. Per segnalare un cambiamento importante, per rimarcare la non staticità della situazione e delle gerarchie che la dominano. Occorre in tal senso comprendere che la presenza mafiosa ha una sua mobilità di forme, che deve indurre a contrapporle una adeguata elasticità di competenze e di punti di vista. E che invece di produrre fantasie in serie su una mafia che oggi “è tutta cambiata perché ha il cuore nella city londinese” (sintesi di una vasta letteratura orale elaborata da nugoli di “esperti”), sarebbe senz’altro più produttivo confrontarsi con i cambiamenti veri, importanti, effettivamente in corso anche se meno suggestivi per la fantasia dei profani.

2. La seconda novità è la scelta, coerente con gli obiettivi della ricerca, di dedicare uno spazio speciale ai concreti protagonisti economici dei contesti ad alta infiltrazione o addirittura a dominanza mafiosa. Ossia alle imprese e alle reti di impresa intrecciate, a qualsiasi titolo, con interessi di natura mafiosa; stavolta a partire, come ovvio, dal contesto comasco. Una lettura attenta del materiale empirico utilizzato dall’unità di ricerca si è presentata cioè come passaggio fondamentale per leggere in filigrana le patologie del sistema economico locale. Bilanci, investimenti, profitti, alleanze, filiere, diritti sindacali. Queste le voci che sono state indagate, come non è stato fatto, non almeno con la stessa precisione, nei precedenti rapporti di ricerca.

Ma va da sé che la scelta di condurre un focus speciale su una singola provincia considerata di interesse strategico come quella comasca abbia costituito di per sé una potente molla per andare oltre i dati di prima approssimazione e sfondare i muri dell’apparenza statistica. Una posizione di primissimo piano viene assegnata in quest’ambito descrittivo e interpretativo allo studio del caso Spumador, società produttrice di bevande gasate, con magazzino a Lainate (Milano) e centro operativo criminoso nel comasco, e in cui i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia milanese hanno rilevato “una grave situazione di infiltrazione mafiosa nell’attività di impresa esercitata”, con conseguente alterazione quinquennale delle regole del mercato e della concorrenza. Non è esagerato dire in questo caso che la ricerca ha provato a restituire una anatomia dell’impresa mafiosa o a partecipazione di fatto mafiosa.

3. La terza novità, esplicitata anche nell’indice, è stata l’indicazione degli elementi di debolezza complessiva del sistema. L’orientamento metodologico è certo il frutto di una elaborazione precedente da parte di CROSS. Proprio a partire dal primo rapporto consegnato alla Presidenza della Commissione parlamentare antimafia nel 2014 è maturato infatti un concetto che si è fatto sempre più largo nella produzione del centro di ricerca, trovando la sua massima valorizzazione nell’analisi dei rapporti tra mafia e sanità: quello di varco. Il concetto ha una sua insostituibile utilità laddove si debba spiegare da dove passano, per dove entrano, grazie a che cosa si affermano gli interessi mafiosi.

Come mai passano più in certi contesti regionali o urbani? Quali legislazioni, quali condotte operative, quali misure organizzative, quali pregiudizi culturali, aiutano ad esempio le organizzazioni mafiose a realizzare efficacemente le proprie strategie espansive o di conquista? Il concetto è utile, e anzi decisivo, nel momento in cui condizioni perfettamente funzionali al conseguimento degli obiettivi dei clan non rispondono a un sistema di complicità intenzionali. Ma, più precisamente, all’esistenza di specifiche e diffuse compatibilità, come rileva nel mese di marzo 2024 la stessa terza relazione (sullo sport) del Comitato di esperti antimafia del sindaco Sala nell’azione antimafia del Comune di Milano. Da qui un capitolo dedicato in chiusura di Rapporto proprio ai varchi lasciati dal capitalismo lombardo, arricchito di alcuni paradigmatici e significativi casi di impresa.

4. La quarta novità è infine rappresentata dal tentativo di assumere la complessiva realtà lombarda emersa dall’indagine sul campo, come spia, pietra angolare di fenomeni che travalicano la stessa dimensione regionale. Si sta parlando in effetti della regione più dinamica del capitalismo italiano. Non di una singola provincia né di un territorio facilmente perimetrabile, visto che dalla regione considerata si irradiano reti vaste e articolate verso altre regioni italiane e altre nazioni. Qui si è sviluppato in mezzo secolo un embrione di sistema capitalistico-mafioso in lotta con un capitalismo di mercato; spesso portatore di limiti e patologie, quest’ultimo, ma teoricamente incompatibile con il metodo mafioso. E questo accade mentre in larghe parti del pianeta il sistema capitalistico democratico, invece di tracciare la strada maestra per le nazioni e i popoli, vede erodersi molti dei suoi princìpi identitari sotto la spinta di un aggressivo capitalismo criminale, che si alimenta di traffici illegali, di guerre, di violenza organizzata. La domanda più generale — finora mai posta perché considerata incongrua con i temi di ricerca battuti — riguarda dunque la natura e la collocazione della partita che si gioca — sotto questo preciso aspetto — in Lombardia. Ed è con un arduo tentativo di risposta a un tale quesito che si chiuderà la Relazione.

La quale, ed ecco l’ultima notazione, quasi un post-scriptum, si avvarrà dei risultati di un breve ma interessante questionario somministrato a una popolazione di simpatizzanti o iscritti della Cgil lombarda, copromotrice della ricerca insieme con l’Università degli Studi di Milano. L’obiettivo di questo addendum è di sondare quali siano le opinioni dei rispondenti sulla presenza mafiosa in Lombardia. Va da sé che non si possa trattare di un elemento di valutazione strettamente scientifico. I rispondenti non sono infatti stati estratti a sorte da una popolazione identificabile con un “intero”. Si sono invece auto-selezionati all’interno di un elenco di simpatizzanti e iscritti disponibile presso la Cgil Lombardia, decidendo di partecipare su invito generale dello stesso sindacato. E tuttavia si tratta di un gruppo numeroso (circa diciottomila persone), certo non perfettamente distribuito sul piano socio-anagrafico, ma suscettibile di fornire alcune interessanti indicazioni sulle esperienze, le convinzioni, le opinioni di un’area di cittadini (lavoratori e pensionati) con orientamenti che potrebbero essere definiti genericamente di sinistra e presumibilmente forniti di una buona disposizione partecipativa alla vita pubblica. Se ne farà un uso molto contenuto, da tenere sullo sfondo del nostro lavoro di indagine. Così da arricchirlo anche di questa sfumatura.

* Sociologo, scrittore, politico, professore universitario, fondatore dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata CROSS

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Pubblicati i risultati della ricerca “Mafia ed economia in Lombardia”

Milano 17 giugno, presentazione della ricerca “Mafia ed economia in Lombardia”

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