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Abruzzo, 04.05.2009 | di Alessio Magro

6. La mappa delle mafie

Dossier Abruzzo
Dossier Abruzzo

Ci sono i traffici di droga, la tratta, il giro della prostituzione. Ci sono le bande albanesi (Pescara-Teramo-Chieti), dei rumeni e quelle cinesi (tra Teramo e Pescara). Ci sono i clan russi e i vecchi siciliani che investono in immobili, nel turismo, aprono aziende e rilevano attività. La ‘ndrangheta e soprattutto la camorra. Ma anche i pugliesi, che cercano un rifugio per affiliati e latitanti. Nell’ultimo biennio l’Abruzzo registra piccoli e grandi manovre delle mafie nostrane, autoctone e straniere, che a volte fanno trust. Dalla contraffazione (pugliesi e campani insieme ai cinesi) alla droga (la camorra insieme agli albanesi) fino alla prostituzione (albanesi e rumeni a braccetto), le mafie trovano l’accordo operativo sugli affari. Linee di tendenza che emergono dalle relazioni annuali della Dna (2006-2008).  

Il check up. Una strutturazione territoriale delle organizzazioni criminali è visibile nel teramano e nel pescarese in settori classici, quali il gioco d’azzardo, i traffici di droga e la contraffazione. Omicidi, attentati e intimidazioni, e cioè i sintomi più visibili della presenza mafiosa, restano pochi. Ma le mafie si muovono in silenzio. Troppe banche e società finanziarie, troppi investimenti sospetti. E c’è poi un elemento sottolineato da tutti gli investigatori: isola felice o meno, gli abruzzesi hanno imparato in fretta il principio dell’omertà. Se i grandi traffici hanno l’Abruzzo come crocevia, resta altissimo e sproporzionato il consumo di stupefacenti. Un giro che progressivamente è passato in mano alle mafie straniere. Così come la prostituzione nei night delle città e lo sfruttamento dei braccianti irregolari nella conca del Fucino. 

I porti della droga. Arriva attraverso gli scali marittimi di Pescara, Giulianova, Vasto e Ortona, ormai la meta principale di alcune rotte secondarie dei traffici dai Balcani. Sono gli albanesi a gestire il commercio internazionale. E per intensificare i propri traffici, sempre più spesso cercano il contatto con le mafie tradizionali, soprattutto con la camorra, per accedere ai canali sudamericani e olandesi. Il commercio al dettaglio, e l’Abruzzo è una piazza di spaccio di grande rilievo, è nelle mani delle famiglie rom. 

Le schiave del sesso. Sono centinaia, lavorano per strada ma soprattutto nei locali notturni. Nigeriane e ragazze dell’Est Europa, spesso attirate con l’inganno in Italia e poi costrette a prostituirsi. A dominare la scena sono le bande albanesi. Si affianca la criminalità rumena e quella cinese.  La mafia asiatica gestisce lungo la costa tra Teramo e Pescara diversi centri benessere che camuffano le case d’appuntamento.  

I Rom, la mafia autoctona. È un elemento proprio dell’Abruzzo: la presenza di famiglie “nomadi-stanziali” particolarmente attive e potenti. Sono i Di Rocco e gli Spinelli, dediti tutti i possibili traffici, dallo smercio degli stupefacenti acquistati dagli albanesi, alle estorsioni e all’usura, con conseguenti investimenti immobiliari milionari. A spacciare la droga sono spesso le donne dei clan. 

CHIETI. Tra il 2007 e il 2008 è l’inchiesta Histonium a rivelare la presenza di una ‘ndrina allargata, operativa anche in Lombardia, che taglieggia e minaccia gli imprenditori della zona di Vasto e di altre province abruzzesi.

Lungo gli oltre cento chilometri di costa, sono intensi e capillari lo spaccio di droga (operazione Carwash, ai danni di un sodalizio campano) e la prostituzione nei locali notturni, come rivela l’operazione Circus. Quest’ultima è partita dalle rivelazioni di una ragazza del Kyrghyzstan, reclutata nel circo in cui lavorava, insieme a molte altre donne dell’Est europeo. Le promesse, l’inganno, il trasferimento, le minacce e  il lavoro nei night. 

PESCARA. Sono le famiglie rom e gli albanesi a tenere banco. Con l’operazione Carpe diem si è scoperto un traffico di droga portato avanti in combutta. Mentre altre famiglie albanesi gestivano un giro di prostituzione di donne rumene lungo la costa abruzzese e romagnola.

Gli investigatori hanno annientato alcuni gruppi dediti a rapine e truffe, e poi ancora taglieggiamenti e prostituzione (con il sequestro di un locale notturno, il “Tortuga” gestito da italiani e stranieri dell’Est).

Nella rete finisce anche la politica. Nel 2006, l’operazione Ciclone porta all’arresto del sindaco di Montesilvano e a vari avvisi di garanzia, con l’accusa di corruzione, concussione e abuso d’ufficio.

Viene poi sgominata la banda guidata da Angelo D’Alberto, che gestiva scommesse clandestine e gioco d’azzardo sfruttando internet.

Nel febbraio 2006, 18 cinesi e 11 italiani vengono arrestati a Pescara per un giro di permessi di soggiorno falsificati: è l’operazione Piramide. L’indagine del Ros si è concentrata su alcuni funzionari e imprenditori pescaresi, che dietro pagamento di denaro semplificavano la concessione di autorizzazioni al lavoro, consentendo l’ingresso regolare di migranti cinesi. I quali finivano per essere schiavizzati nelle attività commerciali di altri connazionali. E nei bordelli della costa.

A Pescara (e in altre quattro regioni) la ‘ndrangheta mette in pratica il proprio know how in quanto a truffe all’Ue nel settore agricolo. Si tratta dei contributi per il riposo ventennale del terreno. Una truffa da 30 milioni di euro, grazie a liste taroccate. Tra gli inquisiti ci sono 60 calabresi, parecchi dei quali con collegamenti familiari sospetti. 

TERAMO. Oltre alla criminalità comune, ci sono le famiglie rom, dedite all’usura e ai traffici di droga, e poi organizzazioni di albanesi, rumeni e bulgari, che spacciano e gestiscono la prostituzione. Un episodio emblematico: un albanese di Roseto degli Abruzzi viene sequestrato e liberato dopo tre giorni a Torino. Si tratta di una vendetta trasversale: i parenti del rapito dovevano 50mila euro a un gruppo di connazionali per una partita di droga. Da segnalare l’aumento vertiginoso del consumo di cocaina

L’AQUILA. Nella Marsica c’è la camorra, come rivelano le operazioni Replay e Tulipano. Per gli inquirenti, la famiglia campana dei Franzese, insieme al clan dei Limelli-Vangone, gestiva un giro di droga tra la zona Peligna e Pescara. Viene sequestrata una villa con piscina da un milione e mezzo di euro. E nella Marsica ci sono anche quelli del clan Gionta di Torre Annunziata. Un gruppo guidato da Emidio Viola, che gli investigatori ritengono dedito allo spaccio di grandi quantità di coca. A comprovare l’inquinamento camorristico della zona gli arresti di due pericolosi latitanti: Nicola Del Villano, alla macchia dal 1994, definito il braccio destro di Michele Zagara, capo del clan dei Casalesi, e Giuseppe Sirico, della famiglia di Nola-Marigliano.

Gianni Lapis, prestanome dei Ciancimino di Palermo, che si sarebbe adoperato nel drenare appalti e finanziamenti pubblici in Abruzzo attraverso una serie di società, tra le quali la Alba d’oro srl. Nel marzo 2009 arrivano tre arresti: Nino Zangari, Achille e Augusto Ricci.

Nel 2008 parte nella Marsica un procedimento per 416 bis, ai danni di abruzzesi e siciliani, con il sequestro di beni e capitali a Giovanni Spera, figlio del boss siciliano Benedetto Spera.

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