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, 07.04.2009 | di Monica Centofante

Petra Reski: Non mi lascio intimorire

Petra Reski
Petra Reski
“Se vuole essere il tentativo di ridurre al silenzio un giornalista allora fallirà”.
Petra Reski, giornalista tedesca, tra le maggiori esperte di mafie italiane all’estero, è determinata a proseguire la sua battaglia.
In difesa del suo libro, “Mafia. Von Paten, Pizzerien un falschen Priestern” (Mafia. Di padrini, pizzerie e falsi sacerdoti), censurato dal Tribunale di Monaco in applicazione di un provvedimento d’urgenza scattato in seguito alle denunce di Spartaco Pitanti. Italiano trapiantato in Germania e sospettato dalla Polizia criminale tedesca (Bka) - già in un rapporto risalente all’anno 2000 - di essere tra i protagonisti della ‘Ndrangheta esportata in Europa.
Dalla fine dello scorso anno il nome di Pitanti è stato cancellato dalle pagine del libro della Reski. Ed il prossimo 7 aprile inizierà davanti alla Corte d’Appello di Monaco il dibattimento d’appello contro la sentenza che il passato 15 dicembre, in primo grado, ha confermato il provvedimento di censura (temporaneo) ottenuto dai legali del Pitanti.
Solo uno dei tanti attacchi incassati dalla giornalista, che a causa delle sue coraggiose inchieste ha subito intimidazioni mentre si vede costretta a difendersi in cinque differenti processi. “Denunce per diffamazione”, spiega all’Avvenire, e “anche due denunce penali, di cui una è stata già archiviata e l’altra è ancora in corso. Per una giornalista freelance come me, ciò significa essere sempre occupata con giudici e avvocati”. Una “tattica, soprattutto qui in Germania per cercare i rovinare i giornalisti che scrivono di mafia, paralizzando le loro attività, intimidendoli e minacciandoli tramite le denunce”.
L’8 aprile, quasi in contemporanea con quello di Monaco, si terrà a Düsseldorf l’udienza di un altro processo, seguito invece al ricorso di Antonio Pelle e Rolf Milser, proprietari dell’hotel Landhaus Milser (che ospitò gli azzurri ai mondiali del 2006). Nomi già al centro di diverse polemiche e tremendi sospetti, ma che non vogliono si parli di loro.
Nel rapporto del Bka Pelle e Milser sarebbero citati più volte. Pelle, in particolare, perchè sospettato di essere legato ad ambienti di 'Ndrangheta, accusa dalla quale si è sempre difeso rivendicando la sua onestà. Mentre il Tribunale di Düsseldorf ha respinto in primo grado la loro richiesta di censurare anche i loro nomi nel libro della Reski, motivo per cui hanno fatto ricorso in appello. Per poi sporgere denuncia al Tribunale di Monaco nella speranza che venga avviato un processo più serio contro la giornalista e la casa editrice del suo libro, la Droemer Verlag.
Se l’intento era quello di intimorire giornalista e casa editrice però, come ha lasciato intendere Petra Reski, è chiaro che non è riuscito. Sia l’una che l’altra sono infatti intenzionate a non retrocedere di un passo, sicure di vincere la loro battaglia legale, non da ultimo, spiegano, perché le inchieste di Petra Reski sono fondate su una serie di prove estremamente convincenti. E in parte confermate da una recente inchiesta di Paolo Tessandri, del settimanale l’Espresso.
In un articolo dal titolo “Il padrino parla tedesco” il Tessandri ha infatti citato due rapporti riservati della polizia federale di Berlino, “frutto della collaborazione fra polizia tedesca, i Ros dei Carabinieri e la polizia italiana, che formano la task force creata dopo Duisburg”. Nei documenti sono segnalate “le attività di 229 clan ed elencati quasi 900 fra capibastone, affiliati e amici delle cosche”. Tra questi spunterebbe Spartaco Pitanti. Secondo l’inchiesta a capo di un clan insieme ad Antonio Mammoliti e Domenico Giorgi.
Lo stesso Pitanti, si legge ancora, “è indicato come il finanziatore di molti nuovi ristoranti a Dresda e dintorni. Molti dei locali, sempre secondo la polizia di Berlino, ‘sono stati finanziati con il commercio della droga’.”
Le accuse sono pesanti e chissà se nel processo contro Petra Reski il Tribunale di Monaco ne terrà conto.

da Antimafiaduemila

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