Cologno Monzese (Mi), 17.03.2009 | di Lorenzo Frigerio
Cologno Monzese non è una “isola” felice
La terza generazione della ‘ndrangheta si infiltra nelle grandi opere
Ci sono voluti più di due anni di indagini da parte dei Carabinieri delle compagnie di Sesto San Giovanni e di Monza per arrivare all’imponente blitz che, scattato all’alba di lunedì 16 marzo, ha portato all’arresto di alcuni esponenti di importanti famiglie calabresi di ‘ndrangheta, da tempo operative in provincia di Milano e aventi come base Cologno Monzese, proprio alle porte del capoluogo.
Pesantissime le accuse contenute nelle ventidue ordinanze di custodia cautelare, emesse dal GIP Caterina Interlandi su richiesta del sostituto procuratore Mario Venditti della Direzione Distrettuale Antimafia e poi eseguite dai militari dell’Arma: associazione per delinquere di stampo mafioso, detenzione e porto illegale di armi, tentato omicidio ed estorsione. Le ordinanze sono state eseguite in alcuni centri dell’hinterland milanese, Cologno Monzese appunto, Carugate, Brugherio, Pioltello, Concorezzo e Cesano, ma anche in alcuni paesi della Puglia e della Calabria. A finire in manette anche un sottoufficiale della Guardia di Finanza di Monza, con l’accusa di favoreggiamento nei confronti degli esponenti della cosca calabrese, in cambio di denaro e partecipazioni nella proprietà di immobili ed esercizi commerciali.
La raffica di arresti è solo l’epilogo dell’operazione “Isola” che ha colpito alcune famiglie emigrate in anni lontani al nord e provenienti da Isola di Capo Rizzuto, centro del crotonese. Il centro degli interessi mafiosi gravitava da tempo intorno a Cologno Monzese, in provincia di Milano. I soggetti raggiunti dalle ordinanze del GIP di Milano sono criminali organici alle famiglie Arena e Nicoscia, due famiglie spesso contrapposte militarmente nel loro territorio di origine, che in Lombardia hanno saputo superare contrasti e faide, per trovare prassi stabili di collaborazione nel riciclaggio di denaro sporco e nello sfruttamento della manodopera clandestina, soprattutto nel settore dell’edilizia e del movimento terra. Una vera e propria cellula operativa che non mancava di essere utilizzata anche da molti latitanti che preferivano allontanarsi per qualche periodo dai luoghi dove erano maggiormente ricercati.
Il procuratore della Repubblica di Milano Manlio Minale sottolinea come l’indagine abbia colpito la “terza generazione” della ‘ndrangheta in Lombardia. Nella ricostruzione offerta dal procuratore, la prima generazione si è occupata di traffico di droga ed estorsioni, la seconda ha esercitato il ruolo di socio occulto in alcune aziende, investendo i proventi dei business illeciti e riscuotendone gli utili. Grazie ai capitali accantonati dai loro predecessori, ora sarebbe il tempo di una nuova generazione – la terza appunto – che dotata di una presenza radicata nel tessuto sociale ed economico, avrebbe superato la fase di intermediazione parassitaria, propria della mafia, per agire sul mercato con gli strumenti e metodi delle cosche, facendosi forte del costante collegamento con le famiglie d’origine. Nel nome degli affari e del potere e del profitto che ne derivano, perciò anche le più antiche faide e le storiche contrapposizioni vengono accantonate.
Minale nella sua analisi si spinge in avanti tanto da azzardare un auspicio, vale a dire il passaggio probabile ad una quarta generazione di ‘ndrangheta, ormai completamente libera da ogni vincolo con i reati del passato e pronta a giocarsi sul mercato, nel più completo rispetto delle leggi.
Un auspicio forse fin troppo azzardato ma che spiegherebbe lo spostamento del baricentro degli affari e della cabina di regia della ‘ndrangheta dalle terre di origine a regioni come la Lombardia, dove sono in arrivo una grande quantità di denaro fresco, in vista del prossimo Expo 2015.
A tirare le file di questa inedita alleanza tra i Nicoscia e gli Arena di Capo Rizzuto sarebbe stato l’imprenditore Marcello Paparo, originario di Crotone e in contatto da sempre con le storiche famiglie Barbaro e Papalia, da decenni presenti in Lombardia, soprattutto nella zona sud ovest del milanese. A lui e alla figlia ventenne fanno capo alcune società impegnate nella logistica, nell’edilizia e soprattutto nel movimento terra, capaci di non attirare l’attenzione delle forze dell’ordine per molto tempo e finanche in grado di infiltrarsi nei lavori per la realizzazione della rete dell’Alta velocità, in particolare nel cantiere della tratta che collega Pioltello, Melzo e Pozzuolo Martesana, centri dell’hinterland est di Milano o in quello per la costruzione della quarta corsia dell’A4 tra Milano e Bergamo.
Un significativo passaggio estratto dall’ordinanza di custodia cautelare mette in evidenza come quello smascherato fosse in realtà “un sistema centralizzato per la spartizione degli appalti per il lavoro di movimento terra in cantieri pubblici tra cosche calabresi”.
Ingente il valore dei patrimoni scoperti dall’Arma in possesso della cosca calabrese, visto che sono stati sequestrati beni per un ammontare per oltre dieci milioni di euro: oltre al Consorzio Ytaka, cui fanno capo le sei società intestate a Paparo e alla figlia (Work in porgress, Immobiliare Caterina, La logistica, Quality Log, P&P e Innovazione), anche capannoni, abitazioni, il centro medico San Maurizio, aperto proprio a Cologno Monzese – a conferma dell’interesse delle cosche per la sanità, non solo nelle regioni del sud – e una somma di oltre centomila euro in contanti, oltre a numerose armi, compreso un lanciarazzi normalmente in dotazione alle truppe della Nato e reperito in casa di Giancarlo Paparo, fratello dell’imprenditore e finito anche lui agli arresti.
Insomma, anche da questa brillante operazione, ne esce rafforzata l’idea che alle cosche calabresi interessi sempre di più occupare fette di mercato legale, evitando il più possibile il clamore mediatico collegato ai traffici tradizionali di mafia. Il ricorso alla minaccia e alla violenza (l’ordinanza di custodia cautelare ricostruisce alcuni di questi episodi) è solo esercitabile come ultima ratio; nella gran parte dei casi basta la gran quantità di denaro a disposizione delle ‘ndrine per vincere ogni tipo di resistenza.
Risuonano particolarmente appropriate pertanto le parole utilizzate dal Consigliere Roberto Pennisi che, in riferimento alla Lombardia e a Milano, si esprime così nell’ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia, datata dicembre 2008: “E’ chiaro che l’attivismo delle cosche mafiose nel territorio lombardo non è fine a se stesso, ma sfrutta la particolare posizione dello stesso, nonché la sua connotazione economica e la sua vocazione finanziaria perché si instaurino quei contatti col mondo economico-finanziario che servano al riciclaggio dei proventi delle attività criminose, anche investendo stati esteri”.
Anche se non è proprio il momento di scherzare, visto quello che emerge dalle operazioni delle forze dell’ordine, sulla scorta del vecchio adagio, opportunamente rivisitato per l’occasione, verrebbe quasi da dire “Expo avvisato, mezzo salvato…”.
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