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Abruzzo, 24.11.2008 | di Luca Pantaleo

“Ora anche in Abruzzo si può parlare di mafie”

Finalmente anche l’Abruzzo si è svegliato. Ci è voluto tempo, pazienza e tenacia, ma il messaggio alla fine è passato e la consapevolezza del problema adesso aumenta, si diffonde. Una regione già abbastanza vilipesa ed umiliata dai recenti scandali politico-dirigenziali che, non a caso, da queste parti sono stati tutti ribattezzati con nomignoli che ricordano un periodo infame, triste per la democrazia italiana come Tangentopoli: nella versione abruzzese, abbiamo Sanitopoli (presunta corruzione nel sistema sanitario regionale che ha portato all’arresto di Del Turco e sodali), Fangopoli (presunto smaltimento illecito di fanghi e liquami che coinvolge importanti amministratori locali), Acquopoli (rinvenimento della discarica abusiva più grande d’Europa in una zona prospiciente le falde acquifere da cui veniva rifornito il circuito acquedottistico di Pescara e Chieti).

Sarà stata l’esasperazione, o piuttosto (come si dice in questi casi) l’indignazione della cittadinanza attiva nei confronti di una classe dirigente che, proprio quando sembra aver toccato il fondo, si mette a trivellare freneticamente il sottosuolo alla ricerca dell’estremo abisso. Fatto sta che, in un modo o nell’altro, anche in Abruzzo siamo finalmente arrivati al punto in cui quando parli di mafie, infiltrazioni e riciclaggio non pensano più che sei affetto da gravi patologie psichiche, manie di persecuzione o sindromi del complotto. Al contrario, si fermano ad ascoltarti. 

È in fondo proprio grazie a questa nuova sensibilità, il cui seme iniziale va fatto risalire al preziosissimo lavoro di Giuseppe La Pietra, che si è resa possibile la realizzazione del seminario di Libera Informazione a Pescara lo scorso 14 novembre, seminario di cui si è accorto persino il quotidiano Il Centro che tradizionalmente non si è mai distinto per la particolare attenzione al problema della legalità (http://ricerca.quotidianiespresso.it/ilcentro/archivio/ilcentro/2008/11/15/CA4CQ_CA401.html). 

L’idea di costruire insieme un osservatorio locale per la legalità è stata accolta con entusiasmo, riscuotendo apprezzamenti ed adesioni anche aldilà dell’iniziativa del 14 novembre: sono molti quelli che, pur non avendo partecipato al seminario, mi hanno contattato in questi giorni per esprimere la loro disponibilità a contribuire al progetto con le rispettive abilità e competenze. 

Certamente i problemi sono molti e gli avversari sono molto più forti di noi. Le questioni aperte e più urgenti allo stato attuale riguardano in primo luogo la delicata vicenda dei centri commerciali, in particolare nel comune di San Giovanni Teatino dove Alessandro Feragalli, segretario di un circolo intitolato non a caso a Peppino Impastato, sta da mesi denunciando le numerose stranezze verificatesi nei processi di concessione e costruzione delle diverse strutture esistenti o in via di realizzazione. Feragalli ha già subito un attentato incendiario e numerose altre intimidazioni e pressioni più o meno indirette. 

Un altro fronte caldo è rappresentato dal degrado ambientale in cui è sprofondata quella che, quasi per un beffardo scherzo della storia, è sempre stata internazionalmente considerata la regione verde per eccellenza. Anche l’Abruzzo ha scoperto di essere un tappetino: non appena lo si alza, salta fuori veramente di tutto. Rifiuti chimici industriali stoccati nelle vicinanze delle falde acquifere (la già citata Acquopoli), laterizi disseminati sul territorio, enormi cumuli di rifiuti depositati nelle aree golenali dei fiumi e continui sequestri di imprese che producono compost con liquami e materiali di scarto altamente tossico (l’ultimo in ordine di tempo a Montesilvano, a due passi da Pescara). Su tutti, poi, svetta lo scellerato progetto dell’attuale governo (iniziato nel 2001 e proseguito in questi mesi) di declassare l’Abruzzo a “regione mineraria”, adibita all’estrazione e raffinazione petrolifera: le trivelle spuntano come funghi a largo delle nostre coste, mentre le colline del Montepulciano dovrebbero ospitare il cosiddetto Centro Oli dell’ENI, che a dispetto del nome non è altro che un centro di desulfurizzazione e raffinazione del petrolio e non un grande frantoio del rinomato olio dei colli teatini. 

Insomma le cose da fare sono tante e verrebbe quasi da scoraggiarsi. Ma se ne discuteva una delle scorse sere con Don Ciotti: c’è la volontà, la consapevolezza del problema e le competenze necessarie per impegnarsi ed ottenere risultati. Probabilmente non vinceremo tutte le battaglie, e senz’altro non cambieremo il mondo: ma già se salvassimo il vino e l’olio, non sarebbe certo un risultato irrilevante. 
 

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