Ovada, 17.09.2008 | di Raffaella Romagnolo
E’ il mercato, bellezza...
Chiacchierata con Rosaria Capacchione, cronista giudiziaria de «Il Mattino»
«Evvabbé, continueremo a fare il nostro lavoro. Pure se passa la legge sulle intercettazioni». Minimizza Rosaria Capacchione. Ha 48 anni, giornalista professionista dal 1983, cronista giudiziaria alla redazione casertana de «Il Mattino». Ha appena ricevuto il premio Testimone di Pace 2008 per la sezione Informazione. Sul palco del Comunale di Ovada, lo scorso 11 settembre, gli argomenti sono da far tremare le vene e i polsi: Scampia e legalità, ruolo e responsabilità dell’informazione, Costituzione, ma lei non arretra di un passo: «evvabbè» insiste, e guarda Gian Carlo Caselli dritto dritto negli occhi. Il procuratore. Non gli altri ospiti sul palco (Padre Valletti di Scampia, che è Testimone di Pace 2008, Maurizio Bracci sceneggiatore di Gomorra e Giovanni De Luna storico ed editorialista de «La Stampa»). Non il moderatore, l’ottimo Marino Sinibaldi. Non la sala gremita. Fissa Caselli e non cerca l’applauso: «evvabbè procuratore. Che cambia? Facciamo senza». Poi sorride.
Tra il pubblico che assiepa il Teatro immaginiamo gli uomini della scorta: quelli di lui – il magistrato che arrivò a Palermo poco dopo la strage di via d’Amelio – e quelli della giornalista casertana, nel mirino dei Casalesi per gli articoli sulla camorra, che taglia corto e si affretta a concludere: « Cche è! siamo giornalisti, vogliamo notizie, soprattutto quelle segrete. E’ questo il lavoro nostro». A quel punto applaude persino il supermagistrato, l’aplomb torinese che cede al gesticolare napoletano, affatato direbbero dalle parti di Rosaria: «mi alzerei e la bacerei, ma non so se i suoi colleghi…». Appunto. I colleghi.
Informare in terra di camorra
Conviene partire di qui per questa breve chiacchierata con Rosaria Capacchione su legalità e informazione. Dagli articoli che chiudendo il Festival Letteratura di Mantova Roberto Saviano ha mostrato ad un pubblico esterrefatto: sui giornali che si comprano nel casertano escono servizi sul «boss sciupafemmine», le aperture sono dedicate agli hobby di questo o quel latitante, su sei colonne si sparano nomignoli che tutti dovrebbero capire, e che capisci solo se alla camorra stai vicino almeno un po’, almeno per sentito dire. Roba che dimostra come dalle parti dove lavora la cronista Capacchione si respiri una certa contiguità, un humus comune tra il sistema di potere rappresentato dai clan e le testate a diffusione popolare. «Si finisce sempre col parlare dei giornalisti e non degli editori, che sono attori primari – spiega lei - in Campania la stampa locale ha un taglio scandalistico, anche quando non si parla di camorra; poi scarsa documentazione e talvolta qualche cenno ricattatorio» Racconta che qualche anno fa uno degli editori di questi giornali fu arrestato per estorsione a mezzo stampa, e poi chiarisce coi numeri: «si calcola ci siano tra i millecinquecento e i duemila camorristi – li conta sulla base degli arresti – considerando tre o quattro persone a famiglia l’area di contiguità familiare intorno alla camorra si aggira tra le dieci e le ventimila persone». Che rappresenterebbero appunto il bacino privilegiato di questi giornali: «sono il “target”. I giornali, d’altronde, rispecchiano i territori di appartenenza».
Dalle sue parti, dice, se ti fai una passeggiata in tribunale, sui banchi dove siede chi assiste alle udienze mica vedi «Repubblica», il «Corriere» o «La Stampa». Mica leggi le analisi di Giovanni De Luna sulla “separatezza”, l’alterità di Scampia. «Questi piccoli giornali locali hanno la loro ragion d’essere nel far da contraltare a noi che avevamo il monopolio: ci sono notizie di cui un giornale più grande non può o non vuole occuparsi, cronaca spicciola, ma importante per le piccole comunità». Nera e giudiziaria perlopiù. Ma se un giorno non accade nulla devi comunque “aprire”, e se vuoi vendere devi aprire con qualcosa che interessi il tuo target. «In qualche caso ho registrato anche un disagio forte dei colleghi che lavorano per queste testate: per l’urgenza di chiudere necessariamente e in fretta e con questa roba. Magari verbalacci, che più sono scadenti e più vengono pubblicati».E’ il mercato, bellezza.
Il ruolo dell'informazione
E i giornali lo specchio di chi va in edicola. L’immagine del territorio. Ma lo influenzano anche, il territorio? Quanto il racconto della realtà può incidere sulla realtà stessa? Qual è il ruolo del giornalista, la sua responsabilità?
«Assolutamente non un ruolo didattico. Noi dobbiamo informare. Le cose possono piacerci o meno, ma non dobbiamo raccontarle come sono, non come vorremmo che fossero. Dopodiché se il racconto chiaro esplicito puntuale preciso dettagliato e documentato di un fenomeno o di un fatto, se questo racconto riesce a incidere sulla fascia di lettori che poi lo raccontano ad altri, ben venga. E’ inevitabile che accada».
Intanto però raccontare e basta. E raccontare tutto. «Sai che succede quando si sale in cattedra? Che attorno a quel progetto, a quell’idea, che magari è anche una buona idea ma non è detto che lo sia, si forma un’aggregazione di persone. E più l’aggregazione s’allarga e più all’interno si creano dei sottogruppi, e se ne fai parte inevitabilmente finirai per nascondere, coprire, non raccontare per intero cose che possono riguardare qualcuno degli appartenenti. E’ il meccanismo dei giornali di partito».
Ma davvero i giornalisti sono nelle condizioni di svolgerlo questo ruolo non didattico e però nei fatti complicato da pressioni che poco hanno a che fare con la deontologia professionale? «Il primo problema sono gli editori. Se continuiamo ad avere giornali in cui i giornalisti vengono considerati risorse e non professionisti, in cui l’obiettivo dell’azienda è ottimizzare costi e produzione, vendere un numero maggiore di pagine perché più pagine vuol dire più pubblicità, se tutto continua in questo modo inevitabilmente il lavoro sarà fatto peggio. La flessione complessiva della stampa quotidiana nazionale si spiega anche così: giornali fatti male, salvo un paio. Pieni di refusi, di sciocchezze. E anche le Agenzie. Una volta se dicevi l’ha detto l’Ansa voleva dire qualcosa. Adesso invece...».
Adesso invece ci sono i comunicati stampa. Che le Procure, e le strutture analoghe, emettono con puntualità. «A nessuno piace avere un guardiano – dice Capacchione - I magistrati sono un potere, garantito dalla Costituzione, e noi siamo il cane da guardia. Il comunicato stampa limita la mia possibilità di controllo. Non dico affatto che le porte della Procura debbano essere aperte: ognuno fa il suo mestiere: loro devono chiudere le porte e io devo sapere le cose. Ma non si può pretendere di imbrigliare le mie conoscenze in un comunicato stampa emesso da una fonte. E’ un sistema che fa comodo: finalmente a questi rompiscatole di giornalisti gli diciamo noi quello che vogliamo, ed è una delle cause della degenerazione del sistema».
Carta straccia, allora? «Diciamo che non voglio i comunicati stampa della procura o della polizia. Se vogliono, se ritengono di doverlo e poterlo fare, devono darmi notizie. Notizie sono quelle che io chiedo e tu rispondi. Se vuoi e puoi rispondere. Lo sai quante condanne per diffamazione ci sono state per aver riportato notizie basate sui comunicati stampa e non puntualmente verificate? Mentre invece se devi sudare sulle carte vere, se devi riscontrare fonti diverse, puoi farti un’idea tua, che può coincidere o meno con quella del pubblico ministero o del giudice che emette la sentenza, ma è un idea tua». Una vita sotto scorta
Notizie. Quelle che io chiedo e tu rispondi. Sembra facile, quando lo dice lei. Viaggia sotto scorta e rifiuta l’etichetta di giornalista coraggiosa.
Giornalista e basta, semmai. «Solo mi sento un po’ più nuda, un po’ più spaventata, di quanto mi sentissi prima della lettura in aula del documento che ci riguardava. E’ stato un momento “pubblico” che ha sancito “ufficialmente” anni e anni di scocciature». Il riferimento va alla comunicazione che i legali degli imputati nel processo Spartacuslessero in aula nel marzo 2008, chiamando in causa Saviano Capacchione e il pubblico ministero Cantone, e chiedendo il trasferimento del processo per legittima suspicione: gli articoli della Capacchione, in particolare, avrebbero favorito l’accusa condizionando la serenità di giudizio del tribunale . «Il documento si presta a vari livelli di lettura. Uno percepibile immediatamente e l’altro più criptico, in base al quale mi attribuiscono un ruolo da “infame”. Dicono che ho fatto il gioco della procura, che non ho fatto il mio mestiere, ma un altro. Si richiamano ad un episodio di cronaca che ho riportato. Informazioni peraltro contenute in atti pubblici, ma che ho pubblicato solo io. Non perché sia più brava degli altri, ma per l’atteggiamento che ho detto prima, perché non ho nessun fine didattico».
Una vita sotto scorta
Notizie, insomma. Quelle che io chiedo e tu rispondi. «Le ho controllate. Erano vere. Le ho pubblicate». Lei sola. E’ questa solitudine che dopo anni di minacce solo adesso la fa sentire in pericolo? «E’ questo che crea il pericolo. Sapevo di correre dei rischi, anche prima che mi assegnassero la scorta. So bene di aver scritto cose che possono dare fastidio. In genere succede quando tocchi i soldi; se non tocchi i soldi non frega niente a nessuno; se tocchi i soldi si innervosiscono piuttosto. E allora?».
Già, e allora? Che dobbiamo fa’?
Notizie. Racconto chiaro esplicito puntuale preciso dettagliato e documentato di fatti. «Non conosco un altro modo – e chiude - di fare questo lavoro».



























