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Trapani, 28.11.2007 | Rino Giacalone

Le parole non dette. Capitolo Assindustria Tp

I silenzi di Confindustria. Al di là delle posizioni "gridate", gli imprenditori trapanesi di Assindustria persistono nel non fare alcun mea curpa. Quando scoppiò il caso del vice presidente Giuseppe Marceca che fu quello che per conto di Assindustria trapanese prese parte alla riunione di Caltanissetta che segnò l'assunzione di una ferma posizione degli imprenditori siciliani contro racket e cosa nostra, l'attuale presidente Davide Durante giorni dopo l'esplodere del caso sulla stampa, dove si mise in evidenza che quel Marceca era lo stesso che aveva patteggiato un'accusa di favoreggiamento alla mafia, oltre che uscirsene con una infelice osservazione, del genere "nessuno sapeva nulla di quella condanna", ma Marceca indubbiamente lo sapeva e non aveva colto mai alcun aspetto di incompatibilità, e comunque le vicende giudiziarie in cui era coinvolto più volte sono finite raccontate sui giornali, affermò anche all'altro alla domanda di come mai prima Coinfindustria non aveva assunto quella posizione di contrasto al racket. La sua risposta fu di quiesto tenero, non parliamo del passato.

Eppure è cronaca recente che mentre scattavano gli arresti a Trapani e provincia per gli appalti pilotati, le tangenti pagate dagli imprenditori, gli imprenditori stessi andati in Truibunale a raccontare cosa subivano, l'ex presidente Culcasi, d'accordo con il comitato direttivo del quale Durante faceva parte, scrisse una lettera al ministero degli Interni per lamentare lo scarso controllo del territorio, evidenziando il tragico caso dell'uccisione del commesso del market Gea dopo che questi aveva sventato una rapina. Tema importante ma altrettanto a quello dell'infiltrazione mafiosa nell'impresa sul quale ancora oggi viene mantenuto silenzio. Non è vero che gli imprenditori a Trapani non hanno denunciato o collaborato con gli investigatori: ce ne sono diversi di casi, ma rispetto ai quali Confindustria non ha mai espresso una parola.

E' storia di questi giorni di due imprenditori Nino Spezia e Mario Sucameli andati in Tribunale a raccontare in che modo la mafia, non quella dei decenni addietro, ma quella di questi giorni da Virga a Pace, riusciva a condizionare e controllare l'imprenditoria. E' storia di questi giorni che il nome di un grosso imprenditore Morici sia stato citato in tribunale da alcuni testi a proposito di tangenti pagati da questi a funzionari pubblici della provincia. Nè nell'uno nè nell'altro caso Confidustria ha fatto sentire la propria voce, anzi c'è di più la rassegna stampa pubblicata sul sito di Assindustria Trapanese non contiene uno solo dei titoli di giornale riferiti a queste cronache giudiziarie. Giorni addietro è stata depositata la sentenza con la quale un gruppo di imprenditori sono stati condannati per mafia e appalti pilotati, il giornale La Sicilia ha pubblicato un documentato reportage sui contenuti di quella sentenza, anche in questo caso il silenxio di Confindustria che non è proprio paragonabile a quello degli "innocenti".

Oggi ci si racconta che finalmente si muove qualcosa per fare nascere l'associazione antiracket a Trapani. Seguiamo questa iniziativa con attenzione ma anche preoccupati che al solito possa essere solo retorica: ci sorge qualche dubbio quando leggiamo che il problema è quello di prevedere vie d'uscita nel caso si scopra che qualche iscritto o futuro diruigente si possa scoprire invischiato in faccende mafiose o paramafiose. La posizione merita da una parte una positiva valutazione, si prende atto che il mondo dei complici di Cosa Nostra è così vasto che il vicino persona insospettabile potrebbe risultare invischiato, ma dall'altra parte non si colgono le maniere con le quali si dovrà cercare di convincere un qualsiasi soggetto estorto a denunciare o a rivolgersi all'antiracket.

L'associazione antiracket non può essere un problema di poltrone e presidenti, o almeno non può essere solo un problema di presidente, visto che per un lungo periodo presidente di un'associazione antiracket trapanese, quella istituita ad Alcamo, fu un ex presidente di Confindustria, l'ing. Marzio Bresciani, che citato in Truibunale dopo che un pentito raccontò che lui pagava il pizzo addirittura a due cosche, quelle di Alcamo e Calatafimi, perchè la sua azienda sorge a confine dei due territori, negò anxhe l'evidenza. Non una parola viene detta da Confindustria a proposito dei protocolli di legalità, quelli che dovrebbero accompagnare la stipula di qualsiasi contratto di pubblico appalto e che dovrebbe contenere norme sanzionatroie a danno di quelle imnprese che sfuggono alle norme di legge, che decidono di accordarsi con Cosa Nostra ed i suoi complici.

Non una parola viene pronunziata si torna a dire sulla storia della provincia di Trapani ricca di esempi di contaminazione del mondo imprenditoriale da parte della mafia ma anche per la disponibilità degli stessi imprenditori. Dieci anni addietro venne condotta dalla Polizia una operazione antimafia a Castelvetrano, fu denominata "progetto Belice", in manette finì Salvatore Messina Denaro, figlio e fratello di boss, di Francesco e Matteo. L'anziano patriarca Francesco morì di crepacuore proprio per quell'arresto, e venne fatto trovare disteso nei pressi di un cancello nella contrada Airone di Castelvetrano, i familiari avvertiti accorsero e coprirono quel corpo con un cappotto di astrakan. Salvatore Messina Denaro era preposto di banca, la Sicula prima e la Comit dopo. In quella indagine intercettati finirono alcuni colloqui dove si parlava di un impresa, la Durante, facente capo a Nino, fratello dell'attuale presidente di Confindustria trapanese Davide. Durante pare conosceva bene i Messina Denaro e tra le pagine di quell'ordinanza c'è anche un episodio di estorsione, a Salvatore Messina Denaro venne chiesto come comportarsi con due soggetti, "sono la stessa cosa rispetto a me" rispose il buon Salvatore.

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