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Brindisi, 08.04.2010 | di Gaetano Liardo

Brindisi, operazione "Human Carriers"

Il business transnazionale della tratta di esseri umani

Brindisi
Brindisi

Trenta arresti per tratta di esseri umani e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. E' questo il bilancio dell'operazione Human Carriers della Squadra Mobile di Brindisi in collaborazione con lo SCO della Polizia e la Direzione Centrale Anticrimine, e con l'ausilio dell'Interpol. Sgominato un sodalizio criminale, composto da curdi e iracheni e da una donna italiana, che organizzava il traffico di esseri umani verso l'Italia e dal nostro paese verso Gran Bretagna, Francia e Germania. I migranti arrivavano tramite la Turchia in Grecia e da qui, “caricati” nei camion venivano fatti arrivare nei porti italiani di Brindisi, Bari, Ancona e Venezia. Da Roma, base logistica dell'organizzazione, venivano organizzati gli spostamenti verso le regioni del centro – nord e verso gli altri paesi europei. L'organizzazione criminale riusciva a far arrivare nel nostro paese 50 migranti a settimana dietro il pagamento di una tariffa, a persona, che variava dai 3000 ai 6000 euro.


La tratta degli esseri umani nel tempo si è dimostrato uno tra gli affari più  redditizi per le mafie transnazionali. Il magistrato Giusto Sciacchitano scrive a tal proposito nella relazione della Dna del 2009 che la tratta «costituisce una delle fonti di reddito più interessanti per il crimine organizzato transnazionale», e che «sarebbe diventata il secondo business dopo il narcotraffico».


La legislazione italiana riconosce tre tipologie di reato riconducibili alla tratta degli esseri umani: riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù (art. 600 del codice penale), la tratta di persone (art. 601 c.p.), acquisto e alienazione di schiavi (art. 602 c.p.). Tuttavia, dall'analisi fatta dalla Direzione nazionale antimafia non è sempre facile individuare, perseguire e contrastare la tratta. Sia perchè è un fenomeno nuovo e mutevole, che per la difficoltà di una effettiva cooperazione internazionale. La tratta di esseri umani, infatti, per sua stessa natura è un'attività criminale transnazionale che coinvolge i paesi di origine, i paesi di transito e quelli di destinazione. Intervengono quindi una molteplicità di attori criminali di diversi paesi. «Le industrie della tratta – si legge nella relazione della Dna – sono un circolo vizioso nel quale operano tutti i livelli del crimine: dai piccoli gruppi alle grandi reti internazionali dove tutti si arricchiscono operando su diversi versanti».


Come spesso accade nell'attività di contrasto alle mafie, alla globalizzazione delle organizzazioni criminali non corrisponde una globalizzazione degli strumenti della magistratura e delle forze dell'ordine. Se i mafiosi riescono a collaborare tra loro creando vere e proprie reti transnazionali che rendono possibile crimini quali la tratta, lo stesso non succede, e se succede non avviene con la stessa funzionalità, tra gli organi di contrasto. Accade quindi che le Procure che in Italia indagano sul traffico dei “nuovi schiavi” raramente fanno ricorso alla collaborazione internazionale, anche perchè difficilmente possono trovare dei riscontri positivi.


Per questo motivo la maggior parte delle operazioni condotte riescono a bloccare i “basisti” delle organizzazioni che operano la tratta, senza colpirne mai la leadership, che in questo modo è in grado di riorganizzarsi individuando nuove rotte. Si verifica spesso che le operazioni si limitino ad individuare e disarticolare piccole reti criminali che gestiscono lo sfruttamento della prostituzione, o lo sfruttamento dell'immigrazione clandestina, senza però risalire alla più grande organizzazione criminale che sta alla radice. Il risultato che così si ottiene, si legge nella relazione della Dna, è che: «sembra che, giudiziariamente, il delitto di tratta non esista; che la tratta non è affrontata come attività della criminalità organizzata; in ogni caso non si tratta di criminalità transnazionale e non si perseguitano i veri capi che risiedono all'estero».


E' bene inoltre notare, come si può evincere dall'operazione Human Carriers, che le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani non sono quelle italiane. Le mafie nostrane non sono interessate a questo business, anche se si realizza nei “loro” territori, limitandosi a tollerarlo. «Il rapporto che si può stabilire tra le organizzazioni criminali italiane e quelle straniere – scrive la Dna – è limitato a relazioni di affari che si traducono nello scambio di servizi».

Gli italiani incassano una tassa dalle mafie straniere che utilizzano il nostro paese come transito o destinazione dei migranti, intervenendo, come è accaduto a Castel Volturno o a Rosarno quando questi ultimi hanno iniziato a reagire alla violenza e alla sopraffazione mafiosa, per tutelare i propri interessi e riaffermare il controllo sul territorio. 


Il “business”  degli esseri umani è una delle vergogne del nostro tempo. Pensare di arricchirsi sulla miseria e sulla disperazione dei più deboli non può essere tollerato. Occorre quindi che si accelerino le misure di contrasto internazionale contro i trafficanti di uomini, ponendo fine all'odioso mercato dei “nuovi schiavi”.

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