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L’evoluzione della criminalità nigeriana in Italia

Piero Innocenti il . Criminalità, Dai territori, Diritti, Droga, Mafie, Migranti

La criminalità nigeriana, come quella albanese, continua ad essere una delle più attive nel controllo della prostituzione e nel commercio degli stupefacenti.

L’esperienza investigativa maturata in questi ultimi anni dalle forze di polizia ha evidenziato una evoluzione delle compagini malavitose di quell’etnia in Italia.

È dagli anni Ottanta che si è andata registrando una consistente presenza di comunità di nigeriani specialmente nel nord Italia, in Piemonte (in particolare a Torino), in Lombardia e in Veneto e successivamente in Emilia Romagna. Negli anni seguenti la presenza di gruppi malavitosi stabilmente organizzati si è spostata al centro-sud ed in particolare in Campania, nel casertano e sul litorale Domitio, territori dove oggi si rileva la presenza maggiore, in Sicilia e in Sardegna.

Le originarie attività illecite commesse da gruppi isolati, senza una stabile organizzazione, hanno acquisito un peso maggiore nel panorama criminale occupando le “zone grigie” del mercato, ossia quelle non controllate dalla criminalità organizzata autoctona che tradizionalmente considerava lo sfruttamento della prostituzione un’attività di basso profilo, poco remunerativa ed utilizzava la criminalità straniera come manovalanza per lo spaccio degli stupefacenti nelle piazze.

Da alcuni anni ormai la tratta di giovani donne nigeriane da avviare alla prostituzione ed il traffico di droghe rappresentano le principali fonti di reddito per la criminalità organizzata nigeriana che si è evoluta al punto di poter interagire alla pari con le organizzazioni criminali locali che tradizionalmente controllano le attività illecite in alcune aree del sud Italia, arrivando alla “costituzione di vere e proprie alleanze strategiche e opportunistiche con esponenti di riferimento della c.o. autoctona che inducono a ipotizzare nuove e diverse tendenze evolutive nel prossimo futuro” (rel. secondo semestre 2021 della DIA).

I due ambiti criminali, peraltro, sono strettamente collegati in quanto il narcotraffico di matrice centro africana è alimentato, spesso, dalla prostituzione così come, viceversa, “l’acquisto” delle donne da avviare al meretricio avviene grazie anche ai profitti del traffico di stupefacenti.

Lo sfruttamento della prostituzione delle nigeriane, attuato prevalentemente lungo le strade, è caratterizzato da elementi distintivi propri rispetto a quello di alte etnie coinvolte nel fenomeno. Infatti, l’efficace meccanismo della costrizione da debito sulle donne illegalmente introdotte nel nostro paese, si aggiunge a meccanismi di “controllo” delle sfruttate realizzato anche attraverso i cosiddetti “riti voo-doo” con i quali le giovani prostitute nigeriane vengono ridotte in uno stato di sostanziale schiavitù, uno stato di soggezione totale per cui le donne difficilmente denunciano gli sfruttatori alle forze di polizia. Obiettivo, comunque, che si può conseguire – e ne parlo per esperienza diretta che ho avuto nel 1998, a Teramo, come Questore – rilasciando un permesso di protezione speciale a chi voglia sottrarsi allo sfruttamento collaborando con gli organismi di polizia.

L’originaria tolleranza nei confronti di gruppi nigeriani si è trasformata, nel tempo, in cooperazione con i malviventi italiani ovvero in accordi di mutua assistenza secondo i quali le prostitute devono pagare una sorta di “affitto” per l’utilizzo dei luoghi in cui esercitano la loro attività denominati “joint”.

Senza contare che nel napoletano e nel casertano vi è un circuito di piccoli alberghi riconducibili a prestanome di clan camorristi che mettono a disposizione delle “madame” le strutture ricettive ricevendone in cambio una parte dei profitti.

La criminalità nigeriana risulta anche tra i principali fornitori di documenti di viaggio e di identità falsificati utilizzati per agevolare i trasferimenti all’estero o per avviare iniziative illegali.

Diciotto anni fa il servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, sulla scorta anche di informazioni dell’intelligence, allertava ventisei Questure sui “rischi e le minacce concernenti il fenomeno criminale nigeriano”, stimolando gli organismi investigativi per verificare la fondatezza delle informazioni acquisite. Molte delle quali hanno avuto i dovuti riscontri negli anni seguenti (l’ultima operazione a Torino, il 28 marzo scorso, con l’arresto di diversi nigeriani appartenenti al gruppo criminale mafioso denominato Eiye) con numerose indagini e denunce all’autorità giudiziaria di nigeriani per diversi reati tra cui quello ex art. 416bis del c.p. con la conferma, nei tre gradi dei processi avviati in diverse città, della connotazione di mafia delle organizzazioni nigeriane indagate.

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