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Ruby-ter, assolto B. Nuova tappa del rapporto tormentato con la giustizia

Gian Carlo Caselli il . Corruzione, Giustizia, Istituzioni, Politica

Alla vigilia della sentenza, il Governo Meloni revoca la costituzione di parte civile.

Il rapporto di Berlusconi con i suoi giudici è sempre stato tormentato.

L’amena intervista allo “Spectator” e alla “Voce di Rimini” (dove si afferma che per fare il lavoro dei magistrati “bisogna essere malati di mente; se fanno questo lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana”) si accompagna ad una significativa sequenza dei rapporti di Berlusconi con la giustizia.

All’inizio ad essere attaccati in modo apodittico furono solo alcuni procuratori di Milano e di Palermo. Ma poi, man mano che le indagini si concludevano, ad essere delegittimati e offesi toccò ai magistrati giudicanti: tutte le volte in cui le loro decisioni non combaciavano con le aspettative dell’ex Cavaliere o del suo entourage.

Finché l’attacco – da Berlusconi personalmente condotto con un intervento Tv a reti unificate – fu addirittura rivolto contro le Sezioni unite della Cassazione, massimo organo giudiziario del nostro sistema, “colpevole” di non aver applicato una delle (troppe) sue leggi ad personam, la cosiddetta “legge Cirami”.

Il problema, dunque, non era costituito da singoli magistrati. L’attacco è stato a geometria variabile, nel senso che poteva subirlo qualunque magistrato che avesse la sfortuna (sic!) di imbattersi in vicende delicate agli occhi dell’ex Cav.

Come finale di partita (ma anche no, essendo ancora aperto il processo “Escort” di Bari e qualcos’altro a Firenze) ecco ora il Ruby ter di Milano.

Questa volta, praticamente alla vigilia della sentenza annunziata per il 15 febbraio, Berlusconi è intervenuto per interposto governo Meloni, che senza alcun preavviso ha revocato la costituzione di parte civile a suo tempo disposta dal governo Gentiloni per il “planetario discredito” causato al nostro Paese.

Può accadere che la costituzione di parte civile sia revocata perché l’imputato ha compiuto qualche passo, nel merito del processo, per favorire tale decisione, ma nel caso di specie ciò si può tranquillamente escludere.

Neppure si può pensare che la decisione “politica” del governo Meloni sia dovuta alla preoccupazione di non creare frizioni con l’Egitto, posto che gabellare Ruby come nipote di un presidente egiziano è operazione incredibilmente tentata (e quasi riuscita) in passato, ma non riproponibile, salvo volersi coprire ancora di “discredito planetario”.

Per cui non resta altro che pensare  a un intervento che può  suonare – alla vigilia della sentenza, va ribadito – come una forma indiretta di interferenza nel processo di Milano. Con buona pace del barone di Montesquieu che con tanto zelo si era adoperato per fondare la teoria della separazione dei poteri.

L’esito del processo Ruby-Ter, che è  stato di assoluzione e di cui ora si attende la motivazione per il  controllo “sociale” esterno e per quello endogeno di carattere tecnico, allo stato degli atti va commentato presumendo (senza indulgere ad atteggiamenti corporativi) che a ispirare la decisione dei magistrati di Milano sia stato un percorso secondo scienza e coscienza.

Certo è tuttavia che si è reso loro un pessimo servizio, mettendone in gioco (agli occhi di molti) la serenità di giudizio. Quando giocare con la serenità altrui dovrebbe restare prerogativa di Matteo Renzi, che per altro si muoveva in un ambito di rapporti fra politici, non fra politica (governativa) e giudici.

Per concludere, se mai l’interferenza nel Ruby Ter (seguita a ruota dalla sempre verde proposta di una commissione parlamentare d’inchiesta  sui processi di chissà quanti anni passati) dovesse rivelarsi un assaggio della pseudo riforma della “separazione delle carriere” e delle sue inesorabili conseguenze sull’indipendente esercizio della funzione giudiziaria, ecco che avremmo ulteriori motivi di grave preoccupazione.

Fonte: Il Fatto Quotidiano, 16/02/2023

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