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Dalla Chiesa, il mio vero padre nella fiction “Il nostro generale”

Nando dalla Chiesa il . Diritti, Forze dell'Ordine, Istituzioni, Mafie, Memoria, Senza categoria

Una università tedesca, 2019. La professoressa (italiana) mi presenta ai suoi studenti: “Insegna sociologia della criminalità organizzata all’Università di Milano, è figlio del generale dalla Chiesa, ucciso dalla mafia perché aveva le carte segrete di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana”.

Ho un sobbalzo. Le carte di Moro. Ecco, se esiste una retorica su mio padre, è esattamente questa. Inzeppata di “si dice” in automatico. Come si fa d’altronde a dimostrarsi giornalisti o politici liberi e anticonformisti se bisogna scrivere o parlare di Carlo Alberto dalla Chiesa? Semplice e gratis. Dicendo che aveva sottratto una parte delle carte di Moro, che tramava con un giornalista ricattatore di nome Mino Pecorelli, che “è provato che era iscritto alla P2” (lo ha scritto recentemente su queste pagine anche un magistrato di rango). Ed è il minimo sindacale del giornalista di inchiesta. Poi c’è l’abbuffata.

Finalmente in queste ultime due settimane, 40 anni dopo, è arrivato l’anticonformismo vero. Quello de “Il nostro Generale”, la fiction Rai di Lucio Pellegrini che al posto delle dicerie e delle fantasie coatte piazza la realtà vera, quella vissuta da chi c’era e ha visto. Applicando il principio di Erodoto, che la storia si scrive con l’occhio più che con l’orecchio. Ricostruendo la realtà che tutti potettero vedere ma molti preferirono ignorare per seppellirla sotto le loro ossessioni e i loro pregiudizi.

Erano passati tre mesi dalla strage di via Carini (3 settembre 1982) quando una redattrice di un periodico cattolico mi disse che nella “sinistra democristiana” stava girando voce che mio padre fosse stato ucciso perché ricattava qualche potente con le carte di Moro, di cui era entrato in possesso con l’irruzione nel covo brigatista di via Monte Nevoso. Si era tenuto alcuni fogli che avrebbe dovuto dare ad Andreotti, capo del governo.  “Girava la voce”. Mai provata da nessuno, non uno straccio di documento in interi decenni.

Una commissione stragi del nostro parlamento invece di pensare alle stragi, da Piazza Fontana a Brescia a Bologna, a cui dedicò uno sputo di ore, passò quasi tutto il suo tempo proprio su quelle “carte” e a indagare sul generale ucciso per produrre alla fine carte inservibili. E provò gran fastidio per Ferdinando Pomarici e Armando Spataro che, per rispetto della memoria del generale, avevano sentito il dovere di testimoniare nella loro qualità di magistrati presenti in via Monte Nevoso (si vedano i resoconti parlamentari). “Si dice”, “si dice”. Solo che mai alcuno ha risposto alla mia obiezione: come poteva pensare il generale che Andreotti (Andreotti!) non si sarebbe accorto della sottrazione di alcuni fogli, quando io noto subito la mancanza di una pagina in una tesi di laurea? E come poteva pensare, nel caso, che non sarebbe stato sollevato di peso e con ignominia dall’incarico?

La verità è che si è confermata la sapienza del Piccolo Principe: “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Ma quale lotta strenua e rischiosa per difendere la democrazia dal terrorismo. Meglio non ripassarla quella lunga e difficilissima storia. Perciò i liberi e anticonformisti si vergognano di spendere una parola sul generale.

E perciò anni fa in una nota trasmissione su Rai3 fecero la galleria delle persone a cui la storia della Repubblica doveva gratitudine. Ne misero a decine. Non lui però, che aveva fatto la Resistenza, vinto con i suoi uomini la lotta al terrorismo, guidato la lotta alla mafia fino a morirne in quel modo. Che altro doveva fare? Chissà che pensarono gli interpreti illuminati del pensiero anticonformista. Troppi misteri su quell’uomo. Gli stessi d’altronde che l’hanno ucciso in Sicilia.

Non importa l’ostilità sprezzante o untuosa di un feroce sistema di potere, non importa la rabbia degli andreottiani di fronte ai propositi enunciati dal nuovo prefetto di combattere Cosa Nostra senza guardare in faccia nessuno. Tutti fatti documentati, accaduti davanti a un intero paese. Solo che bisognerebbe trarne le conseguenze, e osare accusare pubblicamente. Meglio frugare nei cassetti, che danno aura di anticonformismo e non costano carriere.

Ecco, “Il nostro Generale”, ha tenuto conto di tutti i “si dice” e i “misteri”. Ma non ha ascoltato l’aria. È andato a vedere.

Sulla domanda di iscrizione alla P2 si è rivolto al giudice Giuliano Turone, che con Gherardo Colombo violò il regno di Licio Gelli e scoprì gli elenchi della P2, il testimone più autorevole di tutti. E così ne ha dato finalmente spiegazione. Ha lasciato invece al suo chiacchiericcio quel maresciallo Incandela che Michele Santoro presentò in prima serata come “il braccio destro del generale dalla Chiesa”; braccio destro da me mai sentito nominare e lì libero di raccontare panzane a manetta, come documentai ai magistrati di Palermo.

Ha soprattutto e finalmente raccontato, la fiction, il punto di vista di chi ha lottato contro il terrorismo, uomini e donne coraggiosi che della lotta armata capirono più di quanto capissero molti miei colleghi nelle università (ecco che cosa potrebbe dire l’antiretorica…). Ha restituito la storia vera di quel periodo, in cui viene raccontato che il popolo insorse in massa contro il nemico. Mentre non bastò Moro. Ci volle la settimana terribile di Guido Rossa, l’operaio, e di Emilio Alessandrini, il giudice che aveva indagato su piazza Fontana. E ha chiuso infine spiegando con poche e drammatiche pennellate quel che è accaduto a Palermo. Senza tonalità grigie. Tutto visibile e purtroppo irreversibile.

Qualcuno ha visto il fantasma dell’antipolitica in certe parole del generale e dei suoi uomini. Io vidi mio padre alzarsi in piedi per rispondere al telefono a un ministro. Per rispetto. E però che cosa deve pensare della politica un uomo in trincea, di fronte alla scelta di sciogliere i nuclei antiterrorismo dopo i primi successi, di fronte a chi ha più paura delle polemiche che dei morti ammazzati? Che deve pensare di una politica incredula che il terrorismo stia arrivando anche a Roma, salvo ritrovarselo schierato in via Fani due anni dopo all’assalto della Storia? E che deve pensare di una politica che dopo l’assassinio di Pio La Torre lo usa come maschera per l’opinione pubblica e poi lo lascia al suo destino di cadavere eccellente?

Semmai gli si deve riconoscere di avere, nonostante tutto, sempre creduto nello Stato in un paese che nello Stato non crede, che è peggio dell’antipolitica. Uno Stato che lui mise in condizione di vincere. Facendo quel che in magistratura fece poi Giovanni Falcone. Rompere le burocrazie, immaginare un coordinamento centrale, reparti specializzati, lo studio palmo a palmo del territorio. Per questo subendo diffidenze e umiliazioni mentre intorno la democrazia barcollava, tra cattivi maestri e compagni che sbagliano, e perfino astensioni verso il nazismo mafioso che portò a morte Roberto Peci.

Una lotta strenua, che ha lasciato in dote preziosa alle nostre forze dell’ordine il “metodo dalla Chiesa” (grazie, generale Luzzi!), e che nel paese del familismo amorale significò sacrificare oltre a sé i propri affetti più grandi.

Tutto questo ho rivissuto grazie alla fiction e alla bravura di chi l’ha realizzata. Vidi allora quel mondo con occhi adulti: di figlio, certo, ma anche di sociologo ribelle. Adesso l’ho visto conoscendo il seguito. E forse per questo ne sono uscito ancor più smarrito. Ma almeno era la vita vera e sofferta (“intimamente sofferta” diceva) di mio padre. Non una libera e gioconda successione di “si dice”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano, 20/01/2023

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