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Il tumore che ha “ucciso” la latitanza di Matteo Messina Denaro

Rino Giacalone il . Corruzione, Forze dell'Ordine, Giustizia, Istituzioni, Mafie, Politica, Sicilia

Siamo in un Paese in cui la cosa più democratica resta il cancro che non guarda in faccia a nessuno. Indagato sarebbe un medico di Campobello di Mazara: appartiene alla massoneria

A guardare il volto del capo mafia latitante, che richiama alla memoria il quasi perfetto identikit, che sui giornali è stato proposto in questi anni in occasione di ogni notizia di cronaca che lo ha riguardato e che i poliziotti riuscirono a fare nel 2007, attraverso le testimonianze dei pentiti che da uomini di onore gli erano stati parecchio vicini; a vedere il suo abbigliamento parecchio elegante, ricordando i particolari emersi in questi decenni di indagini sulle sue abitudini (qualche ora dopo il suo arresto abbiamo saputo anche dell’orologio da 35 mila euro che aveva al polso), viene a proporsi ancora di più la domanda di come abbia potuto fare il riconoscibilissimo Matteo Messina Denaro a sfuggire alle trentennali ricerche.

Davvero non c’è stato mai nessuno, tra tutti quelli che lo hanno incrociato, a parte ovviamente i suoi fidati sodali, a farsi venire un dubbio che si potesse trattare del pericoloso latitante? O per davvero siamo in presenza di una latitanza sorretta da un’ampia rete che ha protetto il capo mafia, imponendo il silenzio a tanti, tantissimi?

Noi la risposta l’abbiamo, per avere seguito le cronache giudiziarie di questi anni, e siamo certi che il boss non è stato mai solo, per lui la rete di protezione mafiosa, e non solo.

Le ultime notizie fornite dai Carabinieri, raccontano di una latitanza che negli ultimi anni ha trovato protezione nel trapanese, quasi a casa del ricercato, tra Castelvetrano e Campobello di Mazara, ma mai nessuno ha segnalato questo signore, girare per questi paesi.

Sarà curioso sapere del laboratorio d’analisi pare di Castelvetrano dove al signor Andrea Bonafede, in realtà Matteo Messina Denaro, è stato diagnosticato il tumore. Sarà curioso sapere del medico o dei medici che lo hanno visto e visitato anche più di una volta. Tutti disattenti ai particolari, considerato che intanto in tv e nei giornali spesso passavano immagini, foto e notizie sul ricercato e sul suo clan.

Sarà interessante conoscere se sia falsa o meno la carta d’identità intestata al geometra Andrea Bonafede. Chi l’ha avuta tra le mani è certo che quello è un documento vero, intestato ad Andrea Bonafede con incollata la foto del latitante. Nessuno al Comune di Campobello di Mazara ha qualcosa da dire? Andrea Bonafede è nipote del defunto boss di Campobello di Mazara, dipendente comunale. Ad oggi nessun provvedimento contro di lui, ma Matteo Messina Denaro in clinica andava anche con la tessera sanitaria intestata al geometra Bonafede.

Negli ambienti investigativi corre notizia che oltre a Giovanni Luppino, l’autista del boss arrestato ieri cool latitante, è indagato il medico che si è occupato del boss. È un medico di Campobello di Mazara, aderente ad una loggia massonica. La massoneria, con Cosa nostra occupa la scena.

Oggi ringraziamo certamente gli investigatori dei Carabinieri, ma anche della altre forze dell’ordine, della Polizia, per la cattura di Matteo Messina Denaro, e dobbiamo per una volta non maledire il tumore, il cancro ha permesso di giungere all’arresto di quel cancro umano che porta il nome di Matteo Messina Denaro. Il tumore, che come ha detto in conferenza stampa il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Guido, da anni impegnato a coordinare le indagini per la cattura del capo mafia trapanese, è la cosa più democratica del nostro Paese, perché non guarda in faccia a nessuno.

La terra di Trapani non poteva che essere il miglior nascondiglio per Matteo Messina Denaro, 60 anni, ricercato dal 1993, qui è la terra della mafia borghese, e finalmente c’è stato un procuratore della Repubblica di Palermo, Maurizio De Lucia, che ha dato la corretta definizione di Cosa nostra trapanese, quella dei colletti bianchi, la terra dove si è scoperto che mafia, politica e massoneria hanno costituito un unico potere dominante. Dove ci sono processi in corso che dimostrano come un ventre molle è stata la sanità, certe strutture pubbliche quanto alcune private.

Non lo hanno trovato a mangiare pane e cicoria, come accadde per Bernardo Provenzano quando fu arrestato dalla Squadra Mobile di Palermo, l’11 aprile 2006, nella fattoria di Montagna dei Cavalli, Matteo Messina Denaro lo hanno trovato nel più importante centro di eccellenza sanitario, privato, di Palermo. La sua sembra la cattura di Totò Riina, ma il capo mafioso di Corleone, così come Provenzano, non andavano in giro con vestiti di lusso come Messina Denaro.

Ma sembra la cattura di Riina anche perché come fu per Totò u curtu, ad oggi non si ha notizia del covo del latitante, del suo ultimo nascondiglio, di quel covo dove lui può aver custodito le carte segrete di questa latitanza, a cominciare da quei documenti portati via dai mafiosi dalla villa di via Bernini dove Riina abitava con la sua famiglia fino al giorno della sua cattura, esattamente avvenuta 30 anni prima di quella di Matteo Messina Denaro.

In questo nostro Paese per prendere un latitante bisogna attendere 30 anni e bisogna anche attendere che a Palermo arrivi un nuovo procuratore. Così accadde per Riina, con Caselli appena insediato, così accade per Messina Denaro, con De Lucia da poco arrivato a Palazzo di Giustizia.

Certamente nei prossimi giorni ne sapremo di più, e speriamo tanto che sia così, le attività investigative sono in corso, con perquisizioni e interrogatori, il nascondiglio potrebbe essere trovato, interessante sapere se l’auto usata dal boss possa essere dotata di un navigatore, un satellitare, di quelli moderni usato dalle assicurazioni, e quindi questo consentirebbe ai carabinieri di acquisire ulteriori elementi sui movimenti seguiti su è giù per le strade di Palermo, Trapani, del Belìce.

Ma il pallino sta nelle mani del boss, se continuare a fare l’ostinato capo mafia che pensava di essere perseguitato dai magistrati, tanto da non farsi difendere nei processi da un legale di fiducia, o prendere atto che le sue sono mani insanguinate per la morte di tanti ammazzati, e che possono essere lavate solo con la confessione.

Non è escluso che sono tanti e tali gli elementi in mano a Carabinieri e Polizia che in questi anni lo hanno cercato, che la confessione del boss non serva nemmeno e che arrestato il super latitante adesso toccherà adesso alla rete della latitanza, finalmente sfaldata dagli arresti.

Il 16 Gennaio non potrà mai diventare una giornata di festa nazionale come ha detto il premier Giorgia Meloni. L’unica giornata di festa nazionale è quella del 21 Marzo, quando si ricordano le vittime innocenti delle mafie.

Il 16 Gennaio le istituzioni giudiziarie, investigative, di questo nostro Paese hanno semplicemente fatto il loro dovere, quello di consegnare al carcere un soggetto con più ergastoli da scontare, l’ultimo stragista della stagione capeggiata da Riina, e il capo in assoluto della mafia imprenditoriale, il boss che da spietato killer è diventato un imprenditore dalle grandi capacità.

Certamente una cosa è ben definibile: i Carabinieri hanno arrestato un uomo che ha fatto della disumanità il proprio stile di vita mentre guidava splendide auto e vestiva con capi firmati, hanno arrestato chi ha impoverito questa terra e che ha diffuso una cultura capace di far negare l’esistenza stessa della mafia.

L’errore più grande oggi? Quello di non fare le domande e soprattutto dire che la mafia è sconfitta.

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